sabato 31 agosto 2013

#LibriSottoLOmbrellone - AGOSTO



Cari amici,
settembre è alle porte, e così anche le letture Sotto L'ombrellone stanno per concludersi. Come ultimo appuntamento del 2013, troverete libri sfiziosi; non solo uscite recenti, ma anche saggi e sempreverdi, fino a un consiglio di poesia. 
Dalla fine di settembre, torneremo al nostro #RileggiamoConVoi: consigli di lettura per tutto l'anno. 

Buona lettura!
La Redazione



Claudia consiglia...
"L'impronta dell'editore" di Roberto Calasso 
(leggi la recensione)
Perché: storia dell'editoria e storia di editori,è una raccolta di saggi scritti con ingegno e grande finezza, ricco di aneddoti e curiosità.
A chi: a tutti coloro che in libreria scelgono Adelphi per l'eccellenza del suo catalogo. Calasso ha regalato ai lettori una storia della casa editrice che è un monumento al mestiere editoriale.

CriticaLibera: Berlino












Due Vietnam, due Yemen, due Coree, perfino due Gorizia si è inventata la guerra fredda. Avete mai fatto caso che ci sono anche due Georgia? Una nell’impero americano, campi di cotone di un sud ingrato, e una nell’impero russo, giù giù nel Caucaso. Ma quest’ultima coincidenza è davvero un incidente geografico.

venerdì 30 agosto 2013

"La città di pan di zenzero" di Jennifer Steil

 La città di pan di zenzero 
di Jennifer Steil
Piemme, 2012

pp. 462
€ 9,90

Jennifer Steil è una donna americana che in questo libro racconta la propria intensa esperienza come capo redattrice al giornale Yemen Observer. Apprezzata giornalista a New York, un giorno Jennifer decide di fare un’esperienza lavorativa nuova approdando in un paese straniero, lo Yemen, tuttora complesso da un punto di vista sociale, culturale e politico. La donna è fermamente convinta di poter diffondere il proprio «vangelo giornalistico» all’interno di una cultura professionale lavorativa assai differente da quella americana.
La situazione che trova alla redazione del giornale rispecchia paradossalmente la realtà esterna: la redazione è apparentemente eterogenea, composta da uomini e donne, ma i maschi  godono di una libertà d’azione assoluta rispetto alle redattrici; sono coloro che arrivano tardi al giornale, hanno una pausa pranzo che può durare alcune ore, masticano in continuazione il qat (un’erba che dà gli stessi effetti di una droga ed è legalizzata nello Yemen), privilegi incomprensibili per qualsiasi paese occidentale e che danno una resa sul piano giornalistico disastrosa: la cronaca, infatti, risulta essere assolutamente fuorviante e lontana dai reali accadimenti quotidiani. Corruzione e copiatura sembrano essere  i due elementi che più infastidiscono la giornalista. Non solo.

giovedì 29 agosto 2013

Uccido dunque sono? "Confessions" di Kanae Minato



Confessions
di Kanae Minato
Giano, 2011


Al suo esordio letterario, Kanae Minato trasforma un racconto da premio letterario (Premio per scrittori esordienti mistery per il primo capitolo di Confessions, La Sacerdotessa) in un vero e proprio thriller agghiacciante.

L’originalità del thriller sta nel costruire un noir psicologico su riprese cinematografiche. L’omicidio della piccola Manami, figlia della professoressa di scienze Moriguchi, viene analizzato e narrato da più punti di vista con una freddezza sconvolgente. Ogni resoconto aggiunge un dettaglio agghiacciante all’omicidio iniziale che scatena una serie di nuovi omicidi a catena. Dichiarazioni dirette, lettere, diari ritrovati, divagazioni di un adolescente ormai folle, telefonate che si riveleranno fatidiche.

mercoledì 28 agosto 2013

Nuovo Testamento: procedere con cautela

Sotto falso nome
(Forged. Writing in the Name of God – Why the Bible’s Authors are not who we think they are)
di Bart D. Ehrman

Carocci, 2012 (2011)
pp. 262


Bart Ehrman è un’autorità indiscussa sul Nuovo Testamento e la vita di Gesù. Insegna all’università della North Carolina e in gioventù era un cristiano fondamentalista, uno di quelli che credono che la fine dei tempi sia imminente e che il diluvio universale abbia creato il Grand Canyon. Comunque studiava la Bibbia alla ricerca della verità. Anzi: Verità. Poi approdò al master di teologia a Princeton e si accorse che questa Bibbia era piena di contraddizioni, errori. Menzogne. Così si allontanò dalla Bible Belt per passare la vita a scovare i casi in cui emergono dei plagi. Questo libro è la sintesi dei suoi studi.

martedì 27 agosto 2013

Fëdor M. Dostoevskij - Ricordi dal sottosuolo

Scritti e pubblicati in due puntate sulla rivista “Epoca” nella prima metà del 1864, I ricordi dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij ci introducono in uno spazio peculiare e destinato ad assumere, nel corso degli anni, un ruolo di primo piano in ambito sociale, quindi, letterario. Condividendo in modo estemporaneo, e forse inconsapevole, l’esperienza del protagonista, nel libro si arriva a riconoscere il sottosuolo come habitat naturale dell’essere umano adibito all'espressione e alla rivendicazione autonoma e individuale della propria libertà e del proprio istinto naturale ad essere altro rispetto a ciò che il mondo vorrebbe.

Il libro è diviso in due parti: la prima è un monologo del protagonista, la seconda è un racconto in prima persona intitolato A proposito della neve fradicia. Non si tratta di una suddivisione rigorosa ma, piuttosto, di un’interruzione volontaria attraverso cui l’autore ci accompagna ad esplorare sempre più da vicino una dimensione che, pagina dopo pagina, ci risulterà sempre più familiare.

lunedì 26 agosto 2013

George R. R. Martin, "Game of Thrones"



Game of Thrones
di George R.R. Martin 1996
Harper Voyager, 2011

pp. 801 
€ 14,40

“When you play the game of Thrones, either you win or you die”.

Da una minestra riscaldata può nascere una zuppa appetitosa? La risposta è sì, nel caso di Game of Thrones, il romanzo fantasy di George R.R. Martin.
Se già nelle iniziali dell’autore sentiamo riecheggiare il nome del maggior esponente del genere, in altre parole Tolkien, possiamo dire che tutto il romanzo è la saga del già visto. Mai come in questo caso a ogni immagine, a ogni descrizione, a ogni ambiente, a ogni battaglia combattuta e arma brandita, si collega qualcosa di già sentito e già osservato, qualcosa che fa parte del bagaglio culturale di chiunque abbia dimestichezza con la fantasia e con l’immaginario. Ci vengono in mente associazioni di ogni genere, viste e udite non solo sui libri, ma in televisione, al cinema, ovunque.

domenica 25 agosto 2013

Pillole di autore: Richard Wright, "Spagna pagana. Il viaggio in una terra mistica e sensuale"




Spagna Pagana. 
Il viaggio in una terra mistica e sensuale
di Richard Wright

Edizione di riferimento Arnoldo Mondadori Editore, 1966 (1957) pp.384

Nel 1954 lo scrittore americano Richard Wright visitava la Spagna, un Paese oppresso da una miserabile arretratezza culturale, un abbandono, quello generato dal franchismo, che sembrava destinato all’eternità e, a giudicare dai fatti, non lo è stato solo perché la vita del generale Franco non era eterna. Una condizione esistenziale ormai quasi indolore. Solo lo sguardo di un uomo dal vissuto come quello di Wright, portavoce tra i più coscienti degli uomini di colore nella lunga e dolorosa lotta verso la conquista dei diritti fondamentali contro la violenza dei pregiudizi e della discriminazione, riesce a penetrare la putrida coltre di questa indolenza per capire una popolazione che, nella sua visione tragica della vita, sembra scandire le stagioni attraverso i riti pagani conservatisi nel tempo grazie a un fecondo innesto con la religione cattolica. Le considerazioni di ordine politico dell’autore, sebbene lucide nonostante lo sconcerto continuo nella scoperta di un modo di vivere insostenibile nel Nuovo Mondo (pure considerata la pesante eredità dal Vecchio Continente), possono risultare a tratti deboli davanti alle suggestioni che invece rende da sé il racconto del viaggio, la potenza evocativa delle descrizioni di azioni, credenze e luoghi ora sacri ora profani che nutrono le speranze e le paure di una popolazione denutrita nella carne e nello spirito, in trappola, che sembrava animarsi solo in un giro di flamenco o davanti alla carica di un toro impazzito.

sabato 24 agosto 2013

CriticaLibera: La donna è un’isola? Ma può essere anche il contrario




Ogni civiltà antica, dal Sudamerica alla Siberia, praticava il culto legato alla terra madre, la grande Dea benigna che dava a chiunque gratis i suoi frutti. Poi il dio maschile ha rovinato la magia, soprattutto ci ha tolto quel senso d’innocenza che coltivavamo da secoli per sostituirlo con eserciti di fede e confini. Dite ciò che volete ma l’antropologia culturale m’incoraggia a tanto.
Difficile affermare quanto resti sottotraccia di questo mito vecchio quanto l’infanzia del mondo. Che non sia scomparso completamente? Che la grande Dea sia rintanata lassù, un po’ spazientita, in Islanda? Così mi capita fra le mani “La donna è un’isola” e guarda caso la scrittrice è Audur Ava Ólafsdóttir, un’islandese. La parte migliore, lo dico subito, è all’inizio quando nella stessa serata la protagonista investe un’oca, la raccoglie per cucinarla, consulta una chiaroveggente che le predice alcuni eventi, lascia il suo amante ma rientrata a casa viene lasciata dal marito che le dichiara di punto in bianco che ama un’altra incinta da lui. Dialoghi niente male e ironia. Siccome però è tempo di cambiamenti, e non potrebbe essere differente date le premesse, la tipa in questione se ne parte per un viaggio seguita da un compagno inatteso, il figlio con problemi di parola e udito di un’amica che conduce una vita anarchica. Strani incontri e senso di maternità. Per le appassionate di cucina, aggiungo, che una lunga appendice finale riporta decine di ricette. Ovviamente questa cosa ha un senso ma lo scoprirete da sole.

venerdì 23 agosto 2013

Raymond Queneau, "Zazie nel metró"

Zazie nel metró 
di Raymond Queneau
Einaudi, 1961

pp. 188



Un romanzo in movimento. È questa l'immagine principale suscitata dalla lettura di Zazie nel metró, romanzo che costringe il lettore a una esilarante corsa lungo le strade di Parigi, all'inseguimento degli assurdi personaggi frutto della fantasia imprevedibile e surreale di Raymond Queneau.

Parigi, fine anni Cinquanta. La piccola Zazie e sua madre Jeanne giungono in città da un paesino di provincia per passarvi un paio di giorni. Jeanne affiderà la piccola allo zio Gabriel ("quando ha un ganzo, la famiglia per lei non conta più nulla", dice Zazie), un omone che lavora come ballerina (sì, con il tutù) in un locale gay nella zona intorno a Place Pigalle. L'entusiasmo della ragazzina è prontamente tarpato da uno sciopero che le impedisce di viaggiare in metró, costringendola ad accontentarsi dello scalcinato taxi di un amico dello zio.

giovedì 22 agosto 2013

John Gray, "Men are from Mars, Women are from Venus"



Men are from Mars,women are from Venus
John Gray

Thorsons, 1993



Dagli anni Settanta ai Novanta è stato tutto un fiorire di manuali americani di auto-aiuto: come rafforzare l’autostima, come capire se stessi, come migliorare le proprie prestazioni sociali e le relazioni con gli altri. Non c’è signora che non abbia letto Donne che amano troppo di Robin Norwood (in puro stile presa di coscienza anni Settanta) identificandosi nella patetica figura appesa al filo di un telefono che non suona. Tutti abbiamo dato  almeno un’occhiata a Le vostre zone erronee di Wayne Dyer (1977) o a Intelligenza emotiva di Daniel Goleman. Ma c’è un testo che ha sbaragliato tutti gli altri e che è rimasto in classifica 121 settimane e ha venduto 50 milioni di copie: Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, scritto nel 1993 da John Gray, psicologo specializzato nello studio delle problematiche di coppia. 

Provo un certo fastidio verso chi pensa di avere “il rimedio per ogni cosa”, verso chi crede che basti modificare un poco il proprio comportamento per far sì che attorno tutto cambi. Non esiste, a mio avviso, la pillola della felicità o la bacchetta magica capace di trasformare una relazione insoddisfacente in una gratificante. Dobbiamo comunque riconoscere a questo testo, pur nella fastidiosa e americanizzante semplificazione dei problemi e delle loro soluzioni, il merito di aver messo a fuoco alcuni punti che causano incomprensioni nella coppia e, aggiungo, anche nelle amicizie e nelle relazioni sociali in generale.

Le relazioni ai tempi dei social network

Soci@l singles
del Collettivo Idra

Communication project, 2013



Sicuramente c'era in tutte le scuole italiane, attaccata alla parete: una lunga linea del tempo in cartone dove segnare gli eventi importanti della storia. 3500 a.C., invenzione della ruota; 753 a.C., fondazione di Roma; 1492, scoperta dell'America. Alla fine delle elementari tutte e quattro le pareti della classe erano festonate da questo serpentone con le tacche della civiltà mondiale. Nel mio caso era in carta giallina con le scritte in rosso e blu. Ogni tanto provo a pensare che si potrebbe fare anche per l'evoluzione dei rapporti sociali/sentimentali. Medioevo: nelle famiglie nobili ci si prometteva in sposi all'età di 3 anni in base alle convenienze economiche. Ottocento: lunghi rapporti epistolari pieni di passione latente in richiamo agli antichi. Inizio Novencento: gonne lunghe e caste occhiate. Anni '70: gonne corte e molta libertà. Anni '90: lunghe telefonate. 2000: l'avvento dei social network.

mercoledì 21 agosto 2013

Il confine che c'imbriglia

Libertà
(Freedom)
di Jonathan Franzen

Einaudi, 2011 (2010)
pp. 622


Libertà è la parola che connota l’intera storia americana. Il più forte marcatore dell’identità e del credo di questa nazione. Libertà è diritto inalienabile dell’uomo, lo dissero e scrissero i costituenti di Filadelfia. È stata il sogno di ogni straniero che vi immigrava. Poi c’è stata la seconda guerra mondiale e la libertà è stato il valore in nome del quale combattere in Europa. Dopo il 1945 libertà è diventato uno schermo ideologico, dalla guerra fredda fino a legittimare con il Vietnam prima e l’Iraq ai giorni nostri anche guerre veramente sporche. La guerra al terrore dopo l’11 settembre non è stata chiamata Enduring Freedom? Quindi libertà sta assumendo connotati ambigui. I connotati di questo romanzo.

martedì 20 agosto 2013

Formazione 2.0: ritorno al passato

Mille volte mi ha portato sulle spalle
di Martino Gozzi
Feltrinelli, Milano 2013

pp. 157
cartaceo € 14

Quando si apre Mille volte mi ha portato sulle spalle e si incontra il protagonista Ernesto Lizza, si pensa subito che è uno di noi. Specie per la mia generazione, quella dei più o meno trentenni, con master e specializzazioni sulle spalle, che però devono conquistarsi e difendere un posto di lavoro. Ernesto ha studiato in America, lavora nel campo cinematografico e, dopo aver scritto sceneggiature per serie televisive futili, è finalmente approdato al cinema. Anzi, dovrei dire al Cinema, visto che si ripropone di sceneggiare la storia d'amore tra Martin Heidegger e Hannah Arendt. Un'impresa quasi impossibile, a cui si somma la morte del padre Ferruccio dopo la lunga agonia da cancro.
Il rientro in paese, quella San Pietro che parla tanto di Bologna eppure la smentisce con la sua microessenza, mette in discussione tutto: dal lavoro in corso alla storia "di comodo" (sarà poi vero?) con Elisabetta, che ha affidato ad Ernesto l'ingaggio per la sceneggiatura. In più, Ernesto deve fronteggiare la vista della madre Anna, distrutta dal lutto, e soprattutto dell'austero e secco nonno Ettore, dopo un anno dall'ultimo incontro. Ettore, conservatore e tanto diverso dal democratico Ferruccio, innesca nel nipote tante domande, mette in dubbio la sua conoscenza della vita, della storia (per quanto riguarda il progetto del film) e del padre. In particolare, un personaggio-chiave sembra un possibile risolutore di quasi tutti i dubbi: Mario Barcellona, ex partigiano, amico di Ferruccio e compagno di armi di nonno Ettore, sparito da anni.

lunedì 19 agosto 2013

Gil Scott-Heron: L'ultima vacanza. Il memoir di un artista tra musica e parole


L'ultima vacanza. A memoir
di Gil Scott-Heron
Traduzione di Daniela Liucci

LiberAria, 2013


Se non sapete chi fosse Gil Scott-Heron, se non conoscete la musica jazz e nello specifico quella che ha infiammato la scena artistica statunitense degli anni Settanta, se non avete mai sentito parlare di spoken word e poco o nulla sapete della letteratura nera, ecco in fondo questo libro, questo memoir poco ortodosso, sarà la vostra guida. Del tutto soggettiva, non cronologicamente ordinata e volutamente disorganica, ma senza dubbio il mezzo ideale per avvicinarsi a quel mondo accompagnati da uno dei suoi protagonisti. E allo stesso modo se conoscete l’autore di questa particolarissima autobiografia vi godrete il viaggio nell’America degli anni ’60-80, un mondo che non esiste più rievocato dalle parole di un artista a tutto tondo, scrittore, poeta e musicista tra le voci più interessanti della cultura black di quel periodo, un uomo che dove non sia stato protagonista della Storia ne ha senza dubbio assunto il ruolo di testimone. Da qualunque angolatura decidiate di osservare Scott-Heron, lo scrittore o il musicista, l’insegnante di scrittura creativa o il militante per i diritti civili, quella di Gil è in fondo sempre la storia di un uomo, un nero, di umili origini che dal Tennessee si è fatto strada grazie al proprio talento, alla tenacia e all’incoraggiamento di coloro che hanno visto in lui del potenziale. Prima fra tutti la nonna materna, Lily Scott, con la quale trascorre l’infanzia a Jackson:

Però un paese ci vuole! Perchè bisogna andarsene?


Però un paese ci vuole
di Giovanna Grignaffini 

La Lepre Edizioni, 2013



Però un paese ci vuole è un romanzo generazionale, una voce collettiva di uomini e donne che ricordano il ’68 come età del passato che ritorna in un solo luogo: Fontanellato. Una storia di rientri in un paese-allegoria di un tempo ormai morto, ma anche luogo reale dove ritrovare amicizie, amori, canzoni, discussioni riprese e mai concluse. Però un paese ci vuole, presentato al Premio Strega 2013 da Eco e La Capria, poi escluso, traslittera il tradizionale approccio al Sessantotto, mostrando una generazione ancora viva, pur nell’impossibilità di adattamento. Francesca torna a Fontanellato nel 1989, vent'anni dopo averlo lasciato, un ritorno causato da  trentadue buste gialle, sempre vuote, provenienti da luoghi diversi, l’inquietudine dell’ignoto s’insinua nelle pagine e trasporta il lettore fino alla fine. I personaggi sono molteplici, armoniosi, amorosi: Carlo, laureato in filosofia, cinico e brillante, Cinzia, parrucchiera piacente e leggera, Franco, giovanile amore di Francesca. Il paese che ci vuole è Fontanellato.

domenica 18 agosto 2013

Pillole d'Autore: "Un dramma borghese" di Guido Morselli


Di Guido Morselli il romanzo più conosciuto è senza dubbio Dissipatio H.G. C’è però un altro libro, differente e ugualmente denso, scritto nei primi anni Sessanta e pubblicato – sempre da Adelphi – per la prima volta nel 1978. Un dramma borghese racconta la storia di un padre e una figlia che poco si conoscono e che si ritrovano a convivere in un albergo di Lugano. L’uomo è un giornalista, vedovo, di grande acume e erudizione, che pone estrema fiducia nella razionalità analitica; la figlia – Mimmina – è una diciottenne che ha vissuto in collegio dopo la morte della madre e che non conosce il mondo, al quale si approccia con ingenui slanci di puro istinto, guidata da un’emozionalità elettrica. I due, relegati in albergo anche per curare piccoli acciacchi, generano gradatamente dinamiche di attrazione oppresse da un sempre più pesante alito di incesto. Soprattutto la ragazza sviluppa nei confronti del genitore un affetto invasivo, proprio di una moglie che desidera più accudire che amare. L’uomo imbastisce una resistenza ma è lacerato dal conflitto tra attrazione e repulsione, e tenta una fuga gettandosi nella storia con un’amica di Mimmina; tale episodio non farà altro che accendere la miccia di un dramma che oramai attendeva solo di concretarsi. 
Romanzo che vive con pochi personaggi in un’ambientazione ristretta, Un dramma borghese è un libro violentemente psicologico – e al contempo pregno di morbosa sensualità – in cui lo scandaglio delle interiorità, le ambiguità dei piccoli gesti e delle allusioni, la potenzialità sovversiva di sguardi mancati e di contatti inattesi gettano padre e figlia – e lettore – in una nebbiosa atmosfera da crepuscolo dell’amore.

sabato 17 agosto 2013

Andrea Camilleri, "La Regina di Pomerania e altre storie di Vigàta": comicronaca di un viaggio


Andrea Camilleri, La regina di Pomerania e altre storie di Vigàta, Sellerio 2012.

Stamani mi sono alzata con un cerchio alla testa e il cervello brulicante di immagini e parole. Il passo era strascicato, la bocca impastata e le mani sudaticce. Gli occhi socchiusi nel vano tentativo di mettere a fuoco quelle immagini mentali sfocate. Se pensate che stia descrivendo i postumi di una sbronza, vi sbagliate di grosso. Niente alcool in questa storia. È semplicemente lo stato del viaggiatore incallito, lo stato dell’irrequieto che si ferma a riflettere. E poi, boom! Le immagini, le parole, le idee, i ricordi ti annebbiano la mente. Il puzzle si ricompone e tutto diventa più chiaro. La realtà si scontra con il ricordo, e finalmente puoi scrivere il tuo diario di bordo mentale. Ripercorrere il viaggio appena compiuto e trarne le somme finali.

Ho sognato Vigàta. No, sono stata a Vigàta. No, ho vissuto Vigàta. Vigàta… collocata in Sicilia, sì. Piccolo paesino di provincia, stretta cerchia di abitanti, chi conosce chi. Tu sei l’estraneo. Il puntino nero in una distesa bianca. L’albero di Natale il giorno di Pasqua, con tanto di lucine e canzoncine annesse. Ma si tratta solo di un’illusione. Già, un fitto ammasso di nebbia che viene spazzato via da una figura sconosciuta che ti prende sotto braccio, silenziosamente, facendoti sobbalzare. E con quel suo siciliano beddro beddro ti fa da guida. La figura narrante – sì, rendiamola neutra, antropomorfa così come si presenta – ti sorride sorniona e ti strizza l’occhio, si compiace del tuo spaesamento. Perché l’essere estranei, l’essere al di fuori, rende il ruolo della guida più magico. E dopo un paio di minuti, quel siciliano tanto musicale comincia a battere al ritmo del tuo cuore. Ma anche dell’orecchio e della mente, che quasi dimentica la lingua materna per tradirla con la nuova arrivata. Una lingua che diviene identità, simbolo caratterizzante di un popolo dai tratti pregnanti. Forti. Specifici. Una serie di personalità tanto distinte e chiare quanto unite e partecipi della propria società.

venerdì 16 agosto 2013

“È questo il modo in cui finisce il libro”, di Editor Dissidente



È questo il modo in cui finisce il libro
di Editor Dissidente
et al./Edizioni, 2013

e-book
Euro 1,99


Dopo aver concluso la lettura di questo breve testo (lo si scorre in un pomeriggio) mi è venuto in mente un passo di Miele (Einaudi 2012; traduzione di Maurizia Balmelli) di McEwan: Tom Haley, un giovane scrittore, pubblica una distopia anti-capitalistica che ovviamente viene osannata da pubblico e critica e che vince anche un prestigioso premio: ma un altro personaggio, in quel romanzo, vede:
«facile nichilismo [...] l’incarnazione dei fantasmi che abitavano ogni titolo di giornale, una sbirciata oltre l’orlo dell’abisso, la drammatizzazione del peggio […] un qualcosa di modaiolo in quel pessimismo, era un fatto puramente estetico, una maschera o una posa letteraria.»
Ora, io non penso che l’analisi-sfogo di Editor Dissidente sia una posa letteraria o un fatto puramente estetico, ma mi chiedo: quanto conformismo aderente alla retorica catastrofista c’è in questo pamphlet in cui invece il conformismo liberista viene criticato?

giovedì 15 agosto 2013

Una cartolina dalla Redazione


(Clicca sull'immagine per ingrandire e scoprire dove e cosa stiamo leggendo)

mercoledì 14 agosto 2013

Ridiamo pure della scienza

Solar
di Ian McEwan

Einaudi, 2010
pp. 346


Michael Beard ha conquistato, non si capisce come sia stato possibile, addirittura il Premio Nobel per la fisica. Da giovane era stato un genio della fisica teorica, allievo di Durac, aveva ammirato la «pura bellezza» di alcune equazioni ed evidentemente le aveva sviluppate nel modo giusto. Ha campato di rendita per il resto della vita ed è oramai un bolso brontosauro, nel ruolo e nel corpo: da un lato è un potentissimo burocrate, dall’altro è un almanacco ambulante dei sette peccati capitali. La sua predilezione va alla gola e alla lussuria visto che inanella cinque mogli infarcendo i rispettivi matrimoni di tradimenti e relazioni parallele. Ora però c’è un’ex moglie decisa a fargli vedere i sorci verdi per cui la sua parabola sembrerebbe concludersi inesorabilmente in una decadenza da contemplare con malinconia.

martedì 13 agosto 2013

#criticCOMICS - Parliamo di gentiluomini di fortuna




Ogni tanto capita: ci sono lavori, opere d’ingegno che si fa fatica a spiegare. O che sono già state spiegate così bene da rendere superflua qualunque altra aggiunta.
Quello che non ci si aspetta è che una di queste opere possa essere un fumetto. Oggi voglio provare a parlare di Corto Maltese. Ed è un lavoro dannatamente difficile. Perché cos’altro si può aggiungere quando ne hanno parlato scrittori del calibro di Umberto Eco, fumettisti come Vittorio Giardino, parolieri contemporanei come Paolo Conte? Come spiegare quello che lo stesso personaggio dice così bene, con eleganza e raffinata ironia?

Il Salotto - Intervista a Noemi Cuffia

"Il metodo della bomba atomica" (LiberAria, 2013) parte che sembra un thriller: un corpo ritrovato in un fiume torinese, mentre la giovane Celeste sta correndo con il suo fidanzato Leone in un parco. Eppure... Il doppiofondo è innegabile: quel corpo è "lui". Chi? Per capire cosa si muove dietro un'esistenza apparentemente cristallina, Noemi Cuffia ci conduce tra flashback e schegge di presente. Schegge che hanno il potere di infilarsi sotto le unghie dei personaggi e dei lettori, facendo sanguinare quel po' di certezze che infiocchettano una vita inappuntabile. Almeno di primo acchito.
Come quel corpo riemerso, il passato con i suoi "metodi" di fuga dall'indolenza e da sé riacquista il suo ruolo centrale. Non siamo che il risultato del nostro passato, sembra confermare Celeste, e non siamo che le nostre aritmie, attesta il cardiofrequenzimetro che ritma la narrazione. 
Del libro, ma anche di scrittura e di blog (Noemi è autrice di Tazzina-Di-Caffé, famoso nella blogosfera), parliamo nel nostro Salotto di oggi.  


Il metodo della bomba atomica è un libro dalla difficile collocazione di genere: tratti del noir, altri della storia d’amore, altri del romanzo psicologico… Ritieni che sia ancora utile parlare di generi oggigiorno? E cosa accosteresti al tuo?

"Sul bordo" di Sergio Mangiameli

Sul bordo
di Sergio Mangiameli

Puntoacapo, 2013




Ci troviamo in un sabato qualunque di qualche anno fa, in ospedale. Il sole sta per tramontare debolmente, scuotendo le nuvole che hanno appena pianto sulla città. Un pediatra, Giovanni Caliò, osserva dalla finestra gli eucalipti e i pini che nascondono i padiglioni; e i suoi pensieri che, come formiche, si disperdono sulla scrivania. Pare che tutta questa scenografia stia sul bordo di se stessa. In più, c’è soltanto il tempo: che non trova posto, o aggancio.
Al “Giornaletto”, l’unità di terapia intensiva neonatale, i bambini prematuri sono affidati a una termoculla, che porta un nome fisso, tratto da un personaggio dei fumetti. Perché ognuno di loro, seppure si trovi sul bordo della vita, è un racconto. Ma questi quadri malinconici vengono inseriti, successivamente, in una cornice struggente: Davide, il figlio adolescente del dottor Caliò.
In Sul bordo, il nuovo romanzo di Sergio Mangiameli, l’autore catanese ritorna a fare analisi, soprattutto su di sé e la sua vita professionale. Ritroviamo, in una città di mare del sud Italia, gli intrecci di una famiglia, presentata così intimamente da risultare reale: «Ho ritenuto necessario», afferma Mangiameli, «cucire tutto con molta cura, non lasciando culla al caso. Per far questo, dovevo evidenziare i dettagli, anche il più piccolo. Dunque, del protagonista Giovanni, racconto, per correttezza nei confronti del lettore, le sue pieghe: egli scava a fondo in se stesso, per trovare la soluzione al suo problema, cioè arrivare a suo figlio; la trova nella sua nuova posizione, nella vita, nel tennis».

lunedì 12 agosto 2013

La vita oggi di Anthony Trollope



La vita oggi (The way we live now)
di Anthony Trollope
Sellerio, 2010 

2 volumi
26 €



Figlio di un avvocato datosi all’agricoltura, Anthony Trollope ha scritto molto durante la sua carriera nel servizio postale inglese e i suoi romanzi sono stati a lungo poco apprezzati o considerati. Da qualche anno la casa editrice Sellerio ha contribuito in Italia alla riscoperta di questo grande e prolifico autore inglese del periodo vittoriano.
La vita oggi (uscito nel 1875) è un lungo romanzo (poco meno di 1200 pagine nell’edizione Sellerio) che ha al centro come protagonista la City di Londra e il finanziere Auguste Melmotte, attorno ai quali personaggi decisamente motivati ad avere il loro ruolo nel romanzo (e quindi avere la loro parte nell’accaparrarsi ricchezze)  i loro possedimenti veri o presunti e i loro amori, anche questi veri o presunti.
Il signor Melmotte arriva a Londra dalla Francia e porta con se moglie, figlia e una marea di chiacchiere sul suo conto. Su come abbia raggiunto il suo status sociale e la sua ricchezza. E sul reale valore e la fondatezza di questa. Le sue grandi capacità economiche e la sua forte personalità gli permettono di diventare subito uno dei protagonisti della City e quindi della società della finanza dell’epoca. Melmotte è disprezzato da alcuni che non comprendono o non vogliono comprendere, e quindi hanno paura di un uomo che si è fatto da solo mentre loro sono stati fatti dalle eredità, mentre altri lo apprezzano (troppo) mirando alla sua amicizia e ai suoi soldi e quindi a sé stessi. Gli uni e gli altri lo condurranno prima sui banchi di Westminister come rappresentante del partito conservatore, poi, ubriaco, chiuso a chiave nel suo studio, ubriaco fradicio.

domenica 11 agosto 2013

Pillole di Autore: "Le finestre di fronte" di Georges Simenon

Sicuramente molti di voi conoscono il Simenon del commissario Maigret, la sua capacità di fare del poliziesco un genere che non si regge solo sui fatti, sui mattoncini perfetti di un intreccio costruito ad arte, ma sull’indagine psicologica e sulla restituzione di un’atmosfera.
Meno noto al grande pubblico, il Simenon di Le finestre di fronte, stupisce con la sua forza visionaria, l’intuizione, quel genio di scrittore che scava nell’ambientazione dei romanzi la psicologia dei personaggi, facendo dell’una il risvolto dell’altra.
Scritto nel 1932 a Marsilly e pubblicato l’anno successivo, il romanzo è una lucidissima testimonianza di come doveva apparire la prima Russia staliniana agli occhi di uno straniero.
In quegli anni la dittatura non aveva ancora mostrato il suo volto più oscuro all’opinione pubblica internazionale e sorprende che lo scrittore di Liegi abbia saputo così precocemente coglierne i tratti principali: l’ossessione del controllo poliziesco, la tristezza dell’omologazione, il terrore, lo spionaggio, il soffocamento di qualsiasi tentativo di rinnovamento sociale e culturale.

sabato 10 agosto 2013

CriticaLibera - L'uomo che piange alla metro





Dovendo portare a termine un progetto sull’arte contemporanea, che auspicava l’apertura di un centro che promuovesse la ricerca dell’arte in laboratorio, ovvero nella maniera in cui viene fatta la ricerca scientifica (un’idea non molto facile da spiegare), pochi mesi fa mi sono dovuto trasferire a Roma. Per una settimana, sono stato ospitato da una ricca signora, molto bella e di nobile educazione, la quale gestisce una sorta di b&b in periferia. Dico “una sorta”, perché il suo b&b era piuttosto insolito: si trattava di un enorme castello, con altrettante enormi stanze, dentro le quali erano conservati libri, dipinti e mobili di secoli fa, immersi tra innovazioni architettoniche per nulla stridenti e un design minimalista davvero seducente. La ricca signora, oltre a essere bella, era anche di gusto. Il fatto che ella possedesse entrambe le caratteristiche, mi portava a starle accanto tutto il giorno, per dialogare, ammirarla, sentire il suo profumo e imparare qualcosa in materia di giudizio estetico. Ella, di contro, pareva non disdegnare la mia compagnia; se, per esempio, me ne stavo nella mia stanza a studiare il progetto e, dunque, la trascuravo, veniva a trovarmi, con tutti i suoi modi delicati e amorevoli, chiedendomi se mi stessi annoiando, se mi andava di cucinare con lei una pietanza o, semplicemente, se volessi contemplare il tramonto girovagando intorno al castello.
Per una settimana, insieme a questi momenti da romanzo pseudo erotico dell’ottocento, mi esclusi completamente dal mondo; nel senso che, in quei giorni, non vidi nemmeno un telegiornale e non ascoltai la radio, nonostante mi recassi a Roma ogni giorno e avessi potuto acquistare un quotidiano qualsiasi (sono tutti uguali). Se fossi un medico, prescriverei a tutti questo farmaco dal dolce sapore di socialismo wildeiano.

venerdì 9 agosto 2013

Ci sarà mai posto per tutti?

1948
di Yoram Kaniuk

Giuntina, 2012
pp. 180


Questa recensione è anche un omaggio al grande Yoram Kaniuk scomparso lo scorso 8 giugno. Uno di quegli uomini che ha combattuto. Ma non per finta. Ha combattuto gli inglesi, gli arabi, gli ebrei. I primi militarmente. Con gli ebrei, anzi con l’ebraismo e l’ebraicità, compresa la sua personale, è arrivato a punti di rottura. Ma non ha smesso di pensare, come me, che Israele, la cui politica contingente è ovviamente criticabile, è nato per questo: «Dopo che sono tornato mezzo morto e il paese si era riempito di sopravvissuti della Shoah, che i buontemponi fra noi chiamavano “saponette” ed erano mille volte più forti di noi, ho capito che ne era valsa la pena».

giovedì 8 agosto 2013

Il Salotto – Carolina Cutolo: lo scrittore tra diritti e tabù



La carriera di Carolina Cutolo può avere un segno distintivo: l’impegno. Ma non quello politicizzato e retorico, e magari anche un po’ ipocrita, ma quello semplice del fare cose utili e con entusiasmo. Anche la sua narrativa parte da questa esigenza: la sua prima opera – ora ripubblicata da Fandango – nasce da un blog, Pornoromantica, che cercava di scardinare superstizioni sessuali. Da qualche anno, inoltre, si è messa al servizio degli scrittori per difendere i loro diritti, e tutto con l’euforia della passione e senza vanagloria. Un morbo che colpisce schiere di autori, la vanagloria, e che Cutolo cerca di smascherare con l’ironia verso sé e gli altri con il concorso per Il Racconto Più Brutto. Dunque è forse questa una chiave per individuare a fondo lo spirito di questa narratrice: l’impegno libertario contro le gabbie mentali che ci costringono alla stupidità.


Il tuo primo romanzo nasce dall’esperienza di un blog che poi darà il nome al libro, Pornoromantica, da dove nasce la scelta di trasporre tutta quella vicenda in romanzo e non in saggio o magari nella semplice riproposizione dei tuoi post?

Nasce dal lavoro sul testo con Mario Desiati, che all'epoca lavorava in Mondadori. Lesse il manoscritto e mi disse che non potevo riproporre la stessa cosa su cartaceo (sembra ovvio ma per me all'epoca non lo era affatto), e mi consigliò di inventarmi una storia che facesse da cornice agli scritti del blog. Alla forma saggistica non ho mai pensato perché mi piacque subito l'idea di inventarmi una storia che tenesse tutti i fili insieme. Poi però pubblicai con Fazi, con la benedizione e gli auguri di Desiati con cui avevo già fatto tutto il lavoro di editing del libro, per questo Pornoromantica è dedicato a lui.

C'era una volta la Rivoluzione: un divertissement

C'era una volta la Rivoluzione
di Filippo Pace
Cultura e dintorni Editore, 2013

pp. 81
€ 8

Quello che Filippo Pace definisce un "divertissement", è in realtà un giallo dalle tinte letterarie come si legge raramente. Il pregiudizio del "giallo sciatto", che tanto spesso si sente ancora, è qui sfatato fin dalle prime pagine: la descrizione paesaggistica di una Sardegna del 1958, ma anche il 2006 in cui un giovane cadavere di una donna attraente è ritratto con l'attenzione al dettaglio che ricorda le novelle pirandelliane. 
Un cadavere, dunque: si tratta dell'attraente Paola Moreno, un nome noto nella bella vita del famoso locale di Porto Cervo "Il predatore". Tutto lascia presumere a un omicidio, e da subito il commissario Nicola Carta e i suoi uomini partono alla ricerca degli indiziati. Un'indagine classica? Non solo: se pensiamo che il proprietario del locale, Giuseppe Falchi, è stato per anni il migliore amico di Nicola, e che Falchi è sposato con una ricca settantenne che non ama, la situazione si complica. 

mercoledì 7 agosto 2013

#CritiCinema: Noi siamo infinito: tra libro e film la struggente adolescenza secondo Stepen Chbosky


Noi siamo infinito. Ragazzo da parete
di Stephen Chbosky
Sperling & Kupfer

pp. 271
cartaceo €16
ebook € 9,99

“Caro amico, ho deciso di scriverti perché le ho sentito dire che sei uno che ascolta e che capisce, e perché non hai cercato di portarti a letto quella persona, alla festa, anche se avresti potuto. Ti prego, non cercare di scoprire chi è lei perché poi arriveresti a me, e io non voglio. […] Ho soltanto bisogno di sapere che là fuori c’è qualcuno che ascolta e che capisce, e non cerca di portarsi a letto le persone anche se potrebbe. Ho bisogno di sapere che esiste gente così” 
 Charlie è al primo anno di scuola superiore, è timido, impacciato e solitario: già questi potrebbero essere motivi più che sufficienti per sentirsi fuori luogo e terrorizzati all’idea di non riuscire ad inserirsi nella nuova scuola, tra persone che non conosce ed altre troppo cambiate o lontane rispetto soltanto all’anno precedente. Non più bambini, non ancora adulti, è un delicatissimo momento di passaggio da qualcosa di conosciuto e sicuro all’ignoto di cinque anni che possono trasformarsi in un incubo o nel caso di Charlie in un’immagine sfocata. Ma le normalissime paure di un ragazzino qualunque sono per il dolcissimo Charlie sintomo di un disagio ben più profondo, di fantasmi che lo tormentano dal passato, tra cui il suicidio del migliore amico Michael avvenuto soltanto l’anno prima e un terribile segreto sepolto nel profondo dell’inconscio. Traumi che lo rendono ancora più sensibile, emarginato per le sue stranezze e timori. 

martedì 6 agosto 2013

#IlSalotto: Intervista a Cinzia Giorgio su "L'enigma Botticelli"

 La misteriosa scomparsa di un'insegnante, la pericolosa ricerca di un'opera d'arte e alcune tra le più belle vicende della Firenze medicea: sono queste le tre linee narrative che s'intrecciano nel romanzo di Cinzia Giorgio, L'enigma Botticelli, pubblicato da Melino Nerella Edizioni.
La protagonista, Sofia Anastopoulos, è un'esperta studiosa d'arte che s'imbatte in strane tele antiche che mostrano la stessa dicitura "Est modus in rebus", citazione tratta da Orazio. Questi e altri misteri la coinvolgono in un'intricata ricerca insieme ad Adrian Seward, che la saprà sorprendere. 
Sofia si distingue per cultura, discrezione e timidezza, personaggio dalle sfumature melanconiche, cui fa il contrappunto la sorella Elena, vivace ed espansiva, che ci riserva le uscite più divertenti del romanzo. 
Si tratta di libro ricco di spunti, poiché fa riferimento a diversi aspetti della cultura, alle arti figurative, alla storia, alla letteratura del Rinascimento. Fulcro del romanzo è una delle opere di Sandro Botticelli, una perduta, attorno alla quale si sviluppa l'intreccio: lo stendardo per la giostra di Giuliano de' Medici, che dedicò la vittoria alla giovane Simonetta Vespucci. Più volte indicata come la donna più bella del Rinascimento, seppe ispirare poeti e pittori come Botticelli, che la considerò sua musa per tutta la sua carriera.

Amos Oz, "La vita fa rima con la morte"

La vita fa rima con la morte
di Amos Oz



Traduzione di Elena Loewenthal



Feltrinelli, 2008, 106 pp.



Una mela è caduta ai piedi dell'albero.
L'albero resta al capezzale della mela.
L'albero ingiallisce. La mela è schiacciata.
L'albero ha perduto le foglie gialle.
Le foglie coprono la mela che avvizzisce.
Il freddo vento le scompiglia.
Arriva l'inverno finisce l'autunno.
L'albero è spoglio la mela marcita.
Fra poco arriverà. E quasi non farà male.


L'ineluttabile trascorrere del tempo, l'onnipresente timore di aver sprecato la vita eppure una fondamentale serenità, forse velata di rassegnazione ma che lascia in pace con se stessi. Ecco la sensazione più profonda che lascia questo racconto di Amoz Oz, che si svolge in una Tel Aviv notturna nella quale lo scrittore, distratto e annoiato, passa il tempo creando un mondo a sé, donando una vita parallela alle persone incrociate in un bar, per strada o a una conferenza cui è stato invitato come relatore.

lunedì 5 agosto 2013

Vita normale? No grazie

Nessuno è indispensabile
di Peppe Fiore

Einaudi, 2012
pp. 224


Passiamo insieme anche 8 ore al giorno, per 5 giorni alla settimana, per mesi, anni, a volte decenni: ciò nonostante, non li conosciamo a fondo, non sappiamo le loro abitudini, le loro gioie, non abbiamo idea dei loro gusti, trascorsi privati, per non parlare della loro intimità. A meno che tra colleghi, di loro stiamo parlando, non nasca una tresca. Di fatto li ignoriamo, ricambiati tuttavia con la stessa moneta.
La vicenda è ambientata alla Montefoschi, un’azienda modello: in 60 anni di attività, mai un incidente, uno sciopero, una vertenza sindacale. Eppure, proprio alla vigilia della sua quotazione in Borsa, il perfetto tran tran quotidiano della terza casa produttrice in Italia di latte e derivati viene squassato da una serie di suicidi fra i dipendenti. Ed è così che Michele Gervasini, controller, scopre che «i colleghi sono persone fino a un certo punto. Per questo si chiamano risorse umane».

domenica 4 agosto 2013

#PilloleDiAutore - La sfida dei giorni, di Piero Santi

La sfida dei giorni
di Piero Santi
Vallecchi, Firenze 1968

pp. 225



11 giugno [1944] – […] Volevo parlare stasera, dei miei interessi interni, ed ho parlato degli altri, non so se per pudore o forse perché ciò che brucia maggiormente lo teniamo con più amore dentro di noi. Ma un giorno potrò narrare la mia cronaca di queste settimane…[1]
Tra i diari novecenteschi, il diario dello scrittore toscano Piero Santi si distingue perché pubblicato in vita senza alcun tipo di autocensura. E dire che la quotidianità della scrittore è tutta divisa tra le tante avventure omosessuali e l'immediato senso di colpa a causa dell'educazione cattolica ferrea ricevuta nell'infanzia. Due temi, insomma, che comportano un'esibizione dell'interiorità più privata, solitamente ripudiata nel Novecento. Così, la Storia e la guerra, l'estrema precarietà passano tra gli aneddoti di Santi, uomo debole e d'altro lato fortissimo osservatore della realtà circostante: 

sabato 3 agosto 2013

CriticaLibera: Irlanda


Sarà stato che vi atterrai in una «notte buia e tempestosa» come ebbe a dire Edward Bulwer-Lytton, che era però un barone inglese, ovvero uno di quegli uomini contro i quali il sogno d’indipendenza dell’Eire si scagliò vanamente per anni. Ma davvero era tardi e a Dublino il vento aveva l’aria della bestemmia di un dio furioso. L’Irlanda mi apparve subito come una terra dove tutto poteva soccorrermi, ma non il Novecento. Pensare, questi fieri repubblicani hanno avuto un grande Novecento! Joyce, certo, ma anche Beckett, William Butler Yeats, George Bernard Shaw. Gli ultimi tre sono premi Nobel.

venerdì 2 agosto 2013

Il trono vuoto, di Roberto Andò

Il trono vuoto
di Roberto Andò
Bompiani, 2012

pp. 234
cartaceo € 17

Dal libro lo stesso Andò è stato regista del film Viva la libertà, con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Anna Bonaiuto, Judith Davis,Eric Trung Nguyen, Andrea Renzi, Gianrico Tedeschi, Massimo De Francovich, Renato Scarpa, Lucia Mascino, Giulia Andò


Ci sono libri che hanno il potere di uscire al momento giusto, e di raccontare la storia con quell'occhio di preveggenza raro. Il trono vuoto, libro che è valso a Roberto Andò il premio Campiello opera prima, ha questa capacità: ritrarre la politica italiana esasperandone il tratti. Il problema? Non si sa dove finisce la realtà e inizia la caricatura: è infatti un confine difficile da demarcare, e Andò lo sa. Per questo i suoi personaggi fanno sorridere amaramente, perché il libro è divertente, ma è divertente quanto la realtà sconvolta che ci sta sotto. 

giovedì 1 agosto 2013

Incubi in terrasanta

Il diritto al ritorno
di Leon De Winter

Marcos y Marcos, 2011
pp. 500


Il titolo innanzitutto: il “diritto al ritorno” è la pretesa dei palestinesi cacciati dalle loro case e dalle loro terre, a seguito delle guerre che portarono nel 1948 alla proclamazione e al consolidamento dello Stato di Israele, di tornare ad abitarvi. Oggi questo diritto non lo rivendicano tanto i palestinesi effettivamente coinvolti, molti dei quali scomparsi, quanto i discendenti che spesso hanno trascorso la loro vita in un campo profughi. Se gli israeliani lo permettessero sarebbe la fine del loro Stato, inteso come Stato ebraico, per un motivo prettamente demografico e statistico. È per questo che se i palestinesi insisteranno su tale punto, non otterranno alcunché. Ciò che pare logico per gli uni non lo è per gli altri e la logica vista dalla parte degli israeliani non fa una piega.