[…] la rivoluzione digitale non ci sta conducendo verso l’immortalità o una vita eterna; ci sta introducendo semmai nell’era del post mortale. La morte continua a fare lo sporco lavoro che ha sempre fatto, ma non riesce ad impedirci di creare le condizioni materiali per rendere la sua sentenza meno definitiva. In virtù dello sviluppo tecnologico, continuiamo cioè a mantenere una forma estremamente vivida di presenza, che rende ancora più complicato l’atavico rapporto tra la presenza e l’assenza, tra i vivi e i morti. (p. 30)
Avete mai sentito parlare di tanatoinfluencer, ovvero di chi utilizza i social per raccontare la morte e l’elaborazione del lutto? Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, queste figure hanno trovato spazio su piattaforme come Instagram e TikTok, contribuendo a riportare la morte al centro del discorso pubblico. Con Vivere per sempre. L’aldilà ai tempi dell’intelligenza artificiale, Davide Sisto torna a riflettere sul rapporto tra morte e tecnologia, un tema già affrontato in La morte si fa social (2018), ma lo fa spostando l’asse dell’analisi dall’esposizione pubblica della morte all’elaborazione del lutto nell’ecosistema digitale contemporaneo. I fenomeni presentati e analizzati in quel libro hanno negli ultimi tempi subito un’accelerazione incredibile: «Che senso ha parlare ancora di «rivoluzione» quando le tecnologie digitali di cui facciamo quotidiano uso risultano oggi indispensabili strumenti della vita umana nella sua totalità?» (p. 30).
Sisto analizza il ruolo di piattaforme social, da Facebook a TikTok, che negli ultimi anni si sono trasformate in spazi di condivisione del dolore, ma anche in luoghi di costruzione di una memoria continua, potenzialmente infinita. I social network, infatti, rendono possibile mantenere una relazione simbolica con i defunti, alimentando una presenza che non si esaurisce mai del tutto. Questo processo, se da un lato può favorire una maggiore consapevolezza del tabù della morte, dall’altro rischia di trasformare il lutto in una pratica sospesa, mai davvero conclusa. In questo contesto teorico si inserisce l’analisi del concetto di foreverismo, un termine coniato da Grafton Tanner, che Sisto riprende spesso durante il saggio, mettendolo in dialogo con un altro termine interessante, quello di eternidì (eterniday) utilizzato ben dieci anni prima da Kenneth Goldsmith e Jonathan Crary, sincronizzato sul tempo eterno dell’online.
Il giorno nel mondo online coincide con il gesto dello scrolling: è dunque privo i successione temporale, poiché non ha mai un approdo finale. È cioè sempre disponibile, uguale a sé stesso: non conosce l’alternanza con la notte né quella tra le quattro stagioni, ignora il fuso orario. Se, paradossalmente, volessimo stare online 24 ore di fila, lo potremmo fare senza alcun problema e ogni minuto non è diverso da quelli precedenti. (pp. 27-28)
Entrambi i concetti descrivono una tendenza culturale diffusa: la difficoltà, se non l’incapacità, di accettare la fine e la separazione e questo si configura come il tentativo di conservare tutto: dati, ricordi, immagini, presenze digitali. In questa prospettiva, la tecnologia non si limita a offrire strumenti, ma contribuisce a strutturare un vero e proprio orizzonte emotivo e culturale fondato sulla negazione della perdita. Un ulteriore nodo critico - che l’autore non manca di sottolineare sin dalle prime pagine del suo lavoro - riguarda la percezione della morte nel mondo contemporaneo, soprattutto in relazione alle figure pubbliche. I vip sembrano quasi sottratti alla possibilità della fine, come se la loro iper-presenza mediatica producesse un’illusione di immortalità. Allo stesso tempo, eventi come la perdita di un figlio o di un genitore risultano oggi, rispetto al passato, sempre più inaccettabili, soprattutto in una società in cui l’allungamento dell’aspettativa di vita ha modificato profondamente il rapporto con le generazioni precedenti. Continuare a vivere negli stessi spazi dei genitori o mantenere attive le loro tracce digitali diventa un modo per rimandare il confronto con l’assenza. Il foreverismo, non manca di rimarcare Sisto, è riscontrabile dappertutto, non solo sui social media, ma anche nelle serie tv datate come Friends, riproposta da Netflix e da Amazon Prime. È un andare ben oltre la semplice conservazione di immagini e suoni: è come se non ci fosse mai una perdita vera e propria, per cui ciò che è amato viene sempre fatto rivivere, crescere. In questo modo «si eliminano la nostalgia e la miseria» (p. 24). E vogliamo parlare degli ologrammi?
Ormai da decenni si riesce a concludere le registrazioni di un film tramite le riproduzioni virtuali di attori defunti durante le riprese (Brandon Lee in Il Corvo), e i cantanti continuano ad andare stoicamente in tour sotto forma di ologrammi (Ronnie James Dio, Tupac, Frank Zappa, ecc.). Di recente però si sono affinate tecniche di sopravvivenza artificiale nel mondo dei vip. E così siamo testimoni di duetti tra cantanti vivi e morti. Uno dei più celebri è il duetto tra Christina Aguilera e l’ologramma di Whitney Huston: è davvero difficile, mentre lo si ascolta, rimanere indifferenti dinanzi alla perfetta sincronia dei loro movimenti. (p. 149)
Ma non c’è bisogno di scomodare il mondo degli artisti. Anche la gente comune può, grazie agli strumenti digitali, continuare a “dialogare” con la persona cara, instaurando quella foscoliana corrispondenza di amorosi sensi che illude il dolente, così Sisto chiama chi deve elaborare un lutto, di non essere stato davvero abbandonato. D’altronde però c’è chi potrebbe muovere una ragionevole obiezione: prima dell’avvento degli strumenti tecnologici c’era già, comunque, chi conservava, ad esempio, le lettere del defunto o della defunta e andava a rileggerle, per perpetuarne il ricordo. Sisto rimarca l’assoluta novità dell’era attuale, una novità sia di tipo quantitativo grazie al fatto che una mole ben più consistente di tracce e testimonianze della vita vissuta dal defunto può essere conservata anche in un unico device o in un sistema di archiviazione online, sia anche e soprattutto, una novità di tipo qualitativo, poiché internet è in grado di instaurare «il presente perpetuo» (p. 133), in virtù del fatto che può riprodurre senza limiti una parte della vita di chi abbiamo perso.
Contro la perdita del senso del divenire e dell’indebolimento del significato stesso della mortalità, Sisto richiama la necessità di promuovere una Death Education, capace di restituire alla morte uno spazio simbolico e culturale. In modo significativo, l’autore, lungi dall’escludere i social network da questo processo, ne riconosce il potenziale educativo: questi luoghi stanno, secondo l’autore, promuovendo forme spontanee di riflessione sulla morte attraverso la figura dei cosiddetti tanatoinfluencer, che affrontano temi come il lutto, la finitezza e la perdita. Pur muovendosi in un contesto spesso dominato dalla logica dell’algoritmo, queste pratiche possono contribuire a rompere il silenzio che circonda la morte e a normalizzarne la presenza nel discorso pubblico.
Ciò che è interessante notare è il mix di creatività e di acume con cui le influencer della morte confezionano i loro video, i testi scritti, le immagini fotografiche. In altre parole, dimostrano come si possano utilizzare in maniera matura gli strumenti offerti dalle piattaforme digitali, veicolando messaggi socialmente o culturalmente rilevanti attraverso i linguaggi che vanno per la maggiore, soprattutto tra le nuove generazioni. […] A mio avviso, queste iniziative su Instagram sono le testimonianze social più rilevanti del desiderio collettivo di superare l’epoca della rimozione sociale e culturale della morte. (p. 77)
In questa prospettiva, la riflessione di Sisto si inserisce in una tradizione filosofica più ampia, che vede nella consapevolezza della morte una condizione essenziale della libertà umana. Come ricordava Montaigne, «solo chi impara a morire conosce la libertà»: un’affermazione che oggi assume nuova attualità, in un’epoca in cui il rifiuto della morte rischia di tradursi in una forma di dipendenza dalla memoria e dalla permanenza artificiale. Vivere per sempre invita così a rovesciare il paradigma dominante: non è la promessa di immortalità a dare senso alla vita, ma il riconoscimento della sua inevitabile finitezza.
La lettura di questo libro, per quanto tratti di un tema molto complesso e per certi aspetti anche “sensibile”, è assolutamente godibile e arricchente. Sisto è un esperto di tanatologia e ha una penna chiara, limpida, decisamente coinvolgente. La prospettiva critica dello studioso solleva anche interrogativi aperti: fino a che punto le tecnologie digitali possono davvero aiutare a elaborare il lutto senza trasformarlo in una forma di dipendenza dalla memoria? E in che misura il “vivere per sempre” promosso dal digitale rischia di svuotare la morte del suo significato esistenziale?
Vivere per sempre si configura così come un saggio denso e stimolante, che invita il lettore non solo a interrogarsi sulle potenzialità dell’intelligenza artificiale, ma soprattutto sulle nostre difficoltà, profondamente umane, di accettare la fine.
Marianna Inserra

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