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Bocchan: il signorino monello che, con la sua irriverenza, combatte la modernità di un Giappone che sta svanendo

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Il signorino
di Natsume Sōseki
Neri Pozza, novembre 2025

Traduzione di Antonietta Pastore

pp. 192
€ 14 (cartaceo)
€ 8,99 (e-book)

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Mio padre non mi guardava neanche, e mia madre preferiva palesemente mio fratello più grande. Il quale aveva un brutto colorito pallido, si atteggiava ad attore e aspirava a recitare ruoli femminili. Ogni volta che mio padre posava lo sguardo su di me, diceva che non avrei combinato nulla di buono. Quanto a mia madre, ripeteva sempre che ero un violento, un prepotente, temeva che sarei finito male. E in effetti, come potete constatare voi stessi, non sono diventato granché. Come stupirsi che il mio futuro destasse tante preoccupazioni? E già tanto che sia riuscito a evitare la galera. (pp. 7-8)

Dopo aver letto due dei testi della Trilogia dell'Illuminazione - E poi e La porta - ripubblicati da Neri Pozza lo scorso novembre, ho avuto modo di recuperare anche questo grande classico, ritenuto il suo capolavoro, di Natsume Sōseki, il più autobiografico e irriverente. 
Scritto di getto nel 1906, dopo l'inizio della Restaurazione Meiji, rappresenta l'introduzione dei personaggi dello scrittore nella modernità. Se con i romanzi della Trilogia dell'Illuminazione ci vengono raccontate la crisi esistenziale, l'angoscia, lo sfasamento psicologico dei personaggi proprio in relazione all'apertura del Giappone all'Occidente, Il signorino rappresenta quel momento appena prima del salto, quando il Paese conserva ancora il suo tradizionalismo, ma comincia già a modificarsi.

Dopo la compostezza e l'eleganza dei romanzi sopra citati, leggendo Il signorino tutto mi aspettavo tranne che incontrare una lettura irriverente, quasi comica, con un protagonista che ci parla in prima persona un po' sui generis: monello da bambino, fortemente legato al concetto dell'onore, del rispetto e rigido nelle sue posizioni, diventa insegnante di matematica un po' per gioco e finisce, da Tokyo, in un paesino costiero sperduto. 

Quale fiero tokyota (edokko, come si diceva prima della Restaurazione Meiji, quando Tokyo si chiamava ancora Edo), il signorino disprezza quella gente campagnola, ignorante, che rivela una faccia insopportabilmente disonesta e ipocrita ai suoi occhi. E non ha tutti i torti: i suoi colleghi di lavoro sono voltagabbana, pusillanimi, malvagi; i suoi allievi lo prendono in giro in continuazione, facendogli scherzi di cattivo gusto; il luogo è piccolo, senza attrattive, soprattutto per una persona che viene dalla capitale.
Insomma, il signorino odia tutto: il suo lavoro, la gente che lo circonda, l'ambiente, e non si fa alcuna remora a esprimere il suo disprezzo senza mezzi termini, cosa che mi ha sorpreso molto, considerato il periodo storico in cui è stato scritto (e questo è indicativo circa la preoccupazione stessa che l'autore doveva provare nei confronti della modernità che avanzava a grandi passi).

Camiciarossa fece la sua risatina. Non mi pareva di aver detto qualcosa di spiritoso, avevo solo espresso una mia convinzione profonda. A pensarci bene, la maggior parte della gente incoraggia gli altri a comportarsi male. Tutti sembrano convinti che sia necessario per avere successo. Quelle rare volte in cui posano gli occhi su un uomo onesto e pulito, lo disprezza-no, gli danno del ragazzino immaturo, del bambino. Se le cose stanno così, alle elementari e alle medie gli insegnanti di etica farebbero meglio a non esortare gli alunni a dire sempre la verità e ad agire onestamente. Sia per la società che per l'individuo, sarebbe meglio che a scuola si insegnasse l'arte di mentire, di diffidare di tutti e di ingannare i propri simili. Era della mia ingenuità che Camiciarossa rideva. Dovevo rassegnarmi a vivere in un mondo in cui l'ingenuità e l'onestà erano risibili. In una circostanza del genere Kiyo non avrebbe mai riso di me. Al contrario, mi avrebbe ascoltato con grande ammirazione. Valeva molto più lei di Camiciarossa. (p. 75)

Per capire il personaggio del signorino l'autore usa i personaggi per creare delle metafore: Kiyo, la sua vecchia domestica che tanto lo amava, rappresenta il Giappone pre-moderno, un Giappone puro, onesto, pieno di valori saldi; lo stesso discorso per uno dei suoi colleghi più ingenui e buoni, soprannominato Zuccacerba; gli altri colleghi invece - a cui appioppa ugualmente dei soprannomi divertenti - con le loro meschinità e i loro metodi sleali, rappresentano un Giappone che sta perdendo la sua integrità, che si piega alla disonestà della modernità.
Contro di loro, avrà un unico alleato: Porcospino, un insegnante un po' rozzo ma buono, il quale - come Kiyo - ancora resta affezionato allo spirito antico del Paese.

Si può dire che il signorino sia una sorta di anti-eroe: non è certamente coraggioso, anzi spesso si rimprovera di essere impulsivo, attaccabrighe e poco sveglio, non è bello, non è ricco, ma se ha un pregio è quello di restare fermo sui suoi principi: i malfattori vanno puniti, le ingiustizie - che odia più di ogni altra cosa al mondo - corrette attraverso l'onestà.

Questo suo atteggiamento, com'è prevedibile, gli causerà parecchi problemi: la trama infatti si gioca tutta su fraintendimenti e qui pro quo, litigi e stratagemmi per smascherare le malefatte degli altri. Il suo tono è irriverente, comico, satirico, e non si fa scrupoli a offendere chi crede sia nel torto; attualissimo nella sua critica al sistema scolastico, di cui solleva i problemi - l'incompetenza del corpo docenti, la poca voglia degli studenti, i favoritismi - il signorino ci viene raccontato come un ragazzo giovane testardo ma in fondo ingenuo, un po' monello, che vuole fare giustizia per se stesso e per chi è stato schiacciato sotto la ruota della disonestà.

«Be', allora scusa il disturbo» disse Zuccacerba accettando finalmente il mio invito. A questo mondo c'è di tutto: gli insolenti come il Buffone che si presentano immancabilmente dove non sono desiderati, e uomini come il Porcospino che hanno sempre l'aria di dire che sono la salvezza del Giappone. E poi quelli come Camiciarossa, che si atteggiano a seduttori e campioni d'eleganza, o come il Tasso, che si credono l'educazione personificata e rivestita di una marsina. Ognuno si ritiene a suo modo superiore agli altri, ma un uomo umile e schivo come Zuccacerba, silenzioso come una bambola data in pegno, non l'avevo mai incontrato. Aveva un faccione gonfio, d'accordo, ma era una persona eccellente, e Madonna doveva essere una stupida civetta per preferirgli Camiciarossa. Come marito, Camiciarossa non valeva un'unghia di Zuccacerba. (pp. 108-109)

Dicevo che il romanzo è autobiografico perché Sōseki, per diversi anni dopo la laurea, insegnò inglese a Tokyo e nella scuole di provincia, come la Matsuyama Middle School nello Shikoku, che diventerà proprio il luogo d'ambientazione di Bocchan (originale de Il signorino): è possibile che le sue esperienza siano state materia di ispirazione per il romanzo, anche se non sappiamo in che misura. Dopodiché passerà alcuni anni in Inghilterra e avrà modo di capire le usanze occidentali, la nostra cultura, finendone con un esaurimento nervoso che confesserà lui stesso più tardi. 

Infatti, nell'introduzione al suo saggio critico BungakuronTeoria della letteratura, dirà«I due anni trascorsi a Londra furono gli anni più spiacevoli della mia vita. Io mi trovai a vivere in miseria tra gentiluomini inglesi, come un povero cane in un branco di lupi.»

Una volta tornato in Giappone, diventerà insegnante di inglese alla prestigiosa Università Imperiale di Tokyo.

Il signorino, se volessimo fare dei paragoni, è una specie di Tom Brown at Oxford di Thomas Hughes, o de Il giovane Holden di Salinger: l'irriverenza, la ribellione, lo scontro tra valori e le piccole meschinità della società moderna fanno pensare che l'autore avesse ben chiaro in mente quello che pensava dei suoi tempi, quello che accadeva in Giappone dopo la destituzione dello shogunato e il ripristino del potere dell'imperatore. Non è stato uno di quegli intellettuali completamente contro la modernità, come Mishima - per fare un esempio - ma senz'altro aveva la sensibilità per comprendere quanto del suo Paese fosse stato distrutto nel passaggio

Un romanzo bellissimo, un classico moderno, perfetto per chi non conosce l'autore e vuole approcciarsi alle sue opere.

Deborah D'Addetta