di Sandra Petrignani
Neri Pozza, ottobre 2025
Egle Corsani, di fronte al fiume, si chiede la stessa cosa, se ha mai preso in mano la propria esistenza o non l'abbia lasciata scorrere davanti a sé seguendone l'impeto o più spesso l'impantanarsi. Adesso, per dire, è un periodo di impantanamento. Tutto è fermo come il suo libro, che procede a rilento. (p. 25)
In entrambi i piani del romanzo la presenza dell'acqua è quasi un personaggio ancor prima che un paesaggio. Non è casuale, infatti, che Christiana Morgan morì suicida, gettandosi nelle acque della Denis Bay, nelle Isole Vergini. Differente, però è il ruolo del Tevere – che Egle guarda scorrere dal terrazzo di casa sua – e quello del lago di Zurigo su cui si affaccia la casa di Jung.
L'acqua del Tevere sembra immobile dal suo punto di osservazione, ovvero dalla veranda della cucina dove si siede con il caffè davanti, una sigaretta e l'accendino di lato. Il momento migliore della giornata. Ripensa, Egle, ai sogni della notte che continuano a sfuggirle e al capitolo che riprenderà a scrivere più tardi. (p. 7)
Dopo la morte del marito, Egle si trasferisce nella casa con vista sul Tevere, ammaliata dal terrazzino. Egle ha la stessa età in cui Christiana, la protagonista del suo romanzo, si è uccisa. Egle vive compiutamente e con felicità una solitudine interrotta solo dalla frequentazione di Lorenza, una simpatica vicina di casa, a cui legge le bozze dei suoi romanzi e con cui discute delle idee per il suo romanzo. In effetti, questo personaggio sembra appiattito da una funzione da "Watson" (anche se Watson era però il narratore), cioè sembra esistere solo per far sì che il lettore conosca i pensieri e le intenzioni di Egle. Spesso i loro dialoghi mi sono sembrati delle spiegazioni date ai lettori. Il lago di Zurigo ci appare come il correlativo oggettivo dell'anima di Jung, uno specchio sereno e privo di increspature dei suoi pensieri.
Nel secondo capitolo incontriamo Christiana, siamo nel febbraio 1961. Il ritrovamento di una lettera di più di trent'anni prima, le fa affiorare la voglia di rivedere Jung. Così gli scrive una lettera: Carissimo dottor Jung.
Voleva sprofondare nel suo sguardo castano che la tra passava arguto da sopra gli occhiali tondi cerchiati d'oro, voleva che le prendesse la mano nella sua, sentire l'ingombro del suo grande anello mentre le stringeva le dita. Voleva piangere, con lui. Tornare a Küsnacht. Prima che fosse troppo tardi. Prima che lui lasciasse la terra. Non poteva pensarci, un mondo senza Carl Gustav Jung. Con tutta la distanza che li separava, il pensiero che in Svizzera vivesse quell'uomo stupendo, quell'artista, quel genio assoluto, la consolava, facendola sentire meno sola. In lui s'incarnava il senso che le sfuggiva tanto dolorosamente. Lui era un mago, uno sciamano che conosceva le parole del rito per cambiare i destini. (p. 12)
La risposta di Jung è positiva e Christiana sa cosa domandargli. Molti anni prima lui le aveva detto di prendere in mano l'esistenza. Senza spiegarle come, però. Oppure, aggiunge Christiana, era stata lei a non capirlo.
Se partiva, avrebbe avuto una seconda possibilità. Per questo si affrettò finalmente a confermare il volo e una settimana all'Hotel Sonne, in una camera vista lago. Magari le sarebbe capitata la stessa di un tempo. [...] Si sentì molto eccitata, per quel lungo viaggio che avrebbe affrontato da sola. Lo avrebbe rivisto. E gli avrebbe chiesto senza giri di parole: «Come si fa a prendere in mano l'esistenza?». (p. 23)
Nel capitolo intitolato Abiterò in riva al lago, lo incontriamo finalmente. Seduto in giardino, con un plaid sulle spalle e la mano sull'impugnatura del bastone. È un Jung ottantaseienne quello che ci viene incontro (a noi e a Christiana), con l'orologio nel taschino e la montatura durata degli occhiali. Ma non dà a Christiana l'idea di un vecchio rinsecchito, ma ancora possente.
Sandra Petrignani sceglie, per commemorare i centocinquant'anni della nascita dello psicoanalista svizzero, di raccontare l'ultimo anno della vita di Jung. Il libro diventa così una riflessione, attraverso i pensieri e i discorsi di Jung, sulla vecchiaia e la morte. Ma anche la narrazione dell'amicizia tra Egle e Lori – così atipico, a pensarci bene, narrare l'amicizia fra due donne anziane – è un racconto della vecchiaia. Un racconto non solamente malinconico, ma anche teso a mostrare un tempo "altro" degli anziani, la lentezza, il tempo per il dialogo, e anche per la scoperta.
La figura di Jung, del resto, non è tratteggiata primariamente sotto la lente della psicoanalisi, ma viene descritto come un "ricercatore dello Spirito", attraverso la sua curiosa attenzione verso culture e civiltà distanti, verso i loro simboli.
Il senso della vita è la vita stessa, scrisse Jung a Lady Morgana il 9 maggio, un mese prima di morire. La morte di Jung coincide con la fine del romanzo di Egle.
Invece di sentirsi soddisfatta e vicina a una specie di liberazione, attesa fin dall'inizio nell'accumularsi delle pagine, è in preda a un'angoscia che pensa di poter definire "da separazione". Portare a termine quel libro significa infatti separarsi da un uomo di cui si è innamorata anche lei come le sue protagoniste. (p. 223)
Non è facile sottrarsi al fascino di Carl Gustav Jung, un fascino talmente misterioso ed eclettico, che, a mio avviso, non è stato restituito interamente nel romanzo. Ho trovato più significative e profonde le parti inerenti la vita di Egle, le sue riflessioni, rispetto a quelle inerenti il dottor Jung.
Deborah Donato
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