Quel che resta degli uomini. Sulla mascolinità
di Manolo Farci
Nottetempo, ottobre 2025
pp. 288
€ 17,50 (cartaceo)
€ 11,99 (e-book)
Cresciuti con l'idea, più o meno esplicita, che il genere femminile sia una conquista dovuta, molti sviluppano stili affettivi poveri, fragili o centrati solo su se stessi. Diventano uomini emotivamente "impossibili da amare", non perché siano intrinsecamente "cattivi", ma per la loro totale incapacità di gestire il proprio mondo interiore. Quando devi sempre essere forte, attivo, dominante, quando non puoi mai essere tu l'oggetto del desiderio o della cura - anche nei piccoli gesti quotidiani - finisci per non sapere più chi sei davvero al di là del ruolo che interpreti. La pressione nel mantenere questa posizione può essere talmente intensa che, qualora venga scardinata, alcuni uomini possono ricorrere alla forza per ristabilire l'ordine che sentono minacciato. Il bisogno di controllo, che l'eteronormatività presenta come naturale e accettabile, può trasformarsi in ossessione se le donne iniziano a sottrarsi a questo schema. Ed è esattamente quando tale bisogno viene messo in discussione che può riemergere nella sua forma più brutale: la violenza. (p. 114)
Saggio molto utile questo di Manolo Farci, docente di Studi culturali e di genere all'Università di Urbino Carlo Bo, autore, ricercatore, accademico. Utile perché chiama le cose col loro nome, le spiega, le analizza, va a fondo al cuore del problema e, infine, propone anche delle soluzioni, degli approcci altri.
Il titolo chiarisce già il tema del saggio: la mascolinità contemporanea e la sua crisi, le sfide che gli uomini d'oggi affrontano, il maschile a confronto col femminile e le sue istanze. Dico utile, ma anche un po' sorprendente - in senso buono - perché spesso, quando mi capita di leggere testi sul femminismo, sulla crisi dell'uomo, sulle battaglie delle persone sull'identità di genere, manca il controcampo: si vede il problema, che è reale, solo da una prospettiva, ovvero quella della parte lesa, e quasi mai si prendono in considerazione tutti quelli che sono coinvolti.
Vale in entrambi i sensi: se le donne sono state per secoli discriminate, sessualizzate, sminuite, è ovviamente responsabilità del sistema omocentrico; ma se gli uomini, oggi, stanno affrontando la cosiddetta "crisi del maschio" non è corretto dire che è colpa esclusivamente del maschio, laddove gli stessi, spesso, non possiedono gli strumenti, la libertà emotiva, gli spazi per poterne parlare. L'autore propone una responsabilità non singolare, ma plurale: lo status quo che ha costruito un mondo appannaggio esclusivo degli uomini, ha contemporaneamente intrappolato in gabbie emotive, culturali e cognitive gli uomini stessi, celebrando la performance, la forza, la virilità, il non piangere mai.
Molti uomini, dice Farci, non si riconoscono in questa struttura. Eppure non hanno gli strumenti e le parole per poter spiegare il loro disagio. Chiaro è che non è un carico che debba ricadere sulle spalle delle compagne, delle fidanzate, madri, mogli o amiche, ma se chiudiamo le porte con uno sbrigativo "è un problema tuo" non facciamo che peggiorare una situazione già confusa, complessa. In questo senso l'autore propone approcci, metodi di ascolto, sia per una parte che per l'altra.
Se vogliamo una vera svolta, dobbiamo scavare più a fondo. Servono politiche pubbliche che tocchino il vissuto delle persone: la scuola, il lavoro, la casa, le relazioni quotidiane. Ma serve anche uno sguardo critico, capace di mettere in discussione l'intero ordine di genere, non solo le sue espressioni più evidenti. Perché la mascolinità può anche ammorbidirsi, adottare tratti più "femminili", persino farsi autoironica - e continuare comunque a perpetuare gli stessi squilibri di potere. Se ci limitiamo a suggerire nuovi stili di comportamento senza toccare le strutture che sostengono queste asimmetrie, l'uguaglianza di genere resterà un orizzonte lontano. Il cambiamento autentico inizia quando si smette di concepire gli uomini esclusivamente come individui da correggere e si comincia, invece, a interrogare il sistema che li ha plasmati. (p. 255)
L'autore spiega in termini chiari concetti come il patriarcato e le sue origini; la nascita del fenomeno degli incel; il significato di manosphere; dedica un lungo capitolo ai motivi dietro al successo - apparentemente assurdo - di uomini al potere come Trump, Andrew Tate, Elon Musk; ci spiega il concetto di broicism e di sigma male; ci racconta la posizione e le contraddizioni dei movimenti maschili per i diritti degli uomini; parla con onestà delle motivazioni possibili dietro la violenza che gli uomini commettono sulle donne, le origini, le pulsioni psicologiche, inserendole in un contesto sociale e non solo individuale. Ci racconta la famigerata "decostruzione" del maschio, i suoi limiti, le sue imposizioni.
Parlando con amici e colleghi uomini, spesso, mi è capitato di sentire cose apparentemente strane: molti uomini non sanno nemmeno cosa voglia dire "maschio decostruito", cosa voglia dire "patriarcato", non sanno nemmeno che il maschio contemporaneo è in crisi. Lo ignorano volontariamente o davvero non lo sanno? Io propendo per la tesi dell'autore: molti uomini si sentono esclusi da un mondo che li colpevolizza come fossero, per genetica, tutti sbagliati, e la reazione più logica è la chiusura e il rifiuto. Se parliamo di spazi accademici, istruiti, culturalmente elevati, le parole che abbiamo oggi per descrivere questi fenomeni sono più o meno comprese e inserite in un sistema narrativo coerente; ma se pretendiamo che le fasce più svantaggiate - immigrati di seconda generazione, famiglie con disagi economici, ragazzi che abbandonano la scuola - comprendano al volo, senza ulteriori sforzi da parte di chi cerca di includerli, allora è comprensibile che il vocabolario usato diventi fumoso, confuso, con la conseguente perdita di interesse di tutte le parti.
Proprio in questo cortocircuito si inserisce il successo infido di uomini come Trump: il presidente degli Stati Uniti dà un posto agli uomini che si sentono attaccati, non gli dice "dovete cambiare" usando paroloni, ma gli dice "siete uomini e va bene così". Lo stesso discorso vale per personaggi come Andrew Tate: non dice "sforzatevi di decostruirvi", ma "prendetevi quello che vi spetta, fate palestra, molestate le donne, diventate ricchi". Compiti "facili", comandi chiari, obiettivi comprensibili.
Molti di loro, anzi, mostrano posizioni sorprendentemente aperte su questioni di genere. Non respingono l'idea di una mascolinità più emotiva e relazionale. Ciò che temono, piuttosto, è che questa trasformazione celi una svalutazione sistematica dell'identità maschile come, a loro avviso, accade in certi ambienti progressisti. Non hanno votato Trump perché ne approvano ogni parola o ogni gesto. Lo hanno votato perché, ai loro occhi, è stato l'unico a sfidare apertamente quel linguaggio riformista che li fa percepire come marginalizzati, stigmatizzati e fuori luogo. È un meccanismo ben noto alla scienza della politica: spesso non si aderisce alle idee radicali di un leader per convinzione, ma per reazione. Non per ciò che rappresenta, ma per ciò contro cui si oppone. (p. 167)
Ecco che il cosiddetto "maschio bianco etero cis" trova conforto in un sistema che lo accoglie, lo fa sentire al sicuro: sforzarsi e mettersi in discussione è meno facile che restare attaccati a un paradigma che consola e cerca di ripristinare mascolinità obsolete, virilità oppressive, tempi in cui "ognuno stava al suo posto". Con questo né io né l'autore vogliamo dire sia una colpa volontaria: è un atteggiamento involontario, invece, in risposta a una mancanza di spazi altri in cui l'uomo, oggi, possa davvero capire cosa succede al mondo e a se stesso.
Il progressismo e in parte anche il femminismo più aggressivo perdono l'occasione di aprire una finestra: opponendo un ostile rifiuto a intavolare dialoghi e spazi costruttivi in cui tutti - uomini, donne, persone queer e LGBT+ - possano esplorarsi, non si fa altro per perpetrare, in forme diverse spesso camuffate da empatia, i sistemi che combattono.
Ovviamente, quale donna, sono femminista, ma non mi riconosco in quel tipo di femminismo che chiude le porte perché "geneticamente", per DNA, gli uomini sono tutti marci. Non è una narrazione che mi appartiene. Credo si faccia sessismo al contrario, lo stesso tipo di sessismo maschile che vuole le donne tutte manipolatrici, poco di buono e inferiori. Se combattiamo queste narrazioni, non è giusto imporle alla controparte perché "adesso è il nostro turno di essere martello".
Qui non c'è alcun martello e alcuna incudine: serve una rivoluzione del sistema, del vocabolario, dei modi in cui dialoghiamo. Farci è un sostenitore di questo approccio: tant'è - come dicevo - che propone diverse soluzioni, più o meno pratiche. Mi sembra un buon inizio, quanto meno empatico, costruttivo.
Un saggio davvero utile, a mio avviso, anche per le scuole: da far leggere non solo ai ragazzi, ma a tutti, donne, ragazze, adulti e adulte. Perché siamo tutti coinvolti, nessuno escluso.
Deborah D'Addetta

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