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La trilogia dell'Illuminazione: il rifiuto della modernità e la forza di un amore coniugale contro il giudizio della società

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La porta
di Natsume Sōseki
Neri Pozza, novembre 2025

Traduzione diAntonietta Pastore

pp. 272
€ 15 (cartaceo)
€ 8,99 (e-book)

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Sōsuke e Oyone formavano innegabilmente una coppia molto unita. Da quando avevano iniziato a vivere insieme, per sei lunghi anni, non avevano mai provato acrimonia l'uno verso l'altra, nemmeno per mezza giornata. Né avevano avuto discussioni sufficientemente aspre da far montare loro il sangue alla testa [...] Per i due sposi, la società esisteva soltanto perché forniva loro i prodotti necessari alla vita quotidiana. Ma ciò di cui avevano assoluto bisogno, e che bastava loro, era la reciproca presenza. Abitavano nella capitale con lo spirito di chi vive isolato in mezzo ai monti […] Non che provassero il minimo senso di insoddisfazione o di noia reciproca, tuttavia sentivano intensamente quanto povera di stimoli fosse l'esistenza che avevano entrambi concepito. Nonostante ciò, se da anni continuavano a passare giornate tutte uguali, giornate che sembravano fatte con lo stampo, non era perché non avessero mai nutrito interesse per la società. Era piuttosto il risultato del fatto che la società li aveva tagliati fuori e isolati, voltando loro le spalle. Così la coppia, non potendo trovare sbocco verso l'esterno, si era proiettata sempre più verso l'interno. Perdendo l'ampiezza della vita, ne aveva accresciuto la profondità. (pp. 161-162)

Terzo e ultimo testo della Trilogia dell'Illuminazione di uno degli autori giapponesi più influenti e famosi del suo tempo e di oggi, La porta chiude il ciclo che portò lo scrittore a indagare l'individualismo, le conseguenze dell'occidentalizzazione del Giappone, iniziato con Sanshirō (1908) e proseguito con E poi (1910). 
Come dicevo nella recensione di quest'ultimo romanzo
 la fine dello shogunato ha segnato il cambio di un'epoca, un Paese che finalmente si apriva al mondo perdendo però velocemente le sue tradizioni, la sua cultura, la sua ritrosia. Gli scrittori, le scrittrici e intellettuali giapponesi hanno scritto romanzi, articoli, saggi per dare un'opinione, ciascuno con la propria idea. 
Natsume Sōseki, ovviamente, non è rimasto in disparte nel dibattito.

A differenza di E poi, romanzo che portava il protagonista Daisuke a scontrarsi violentemente e dolorosamente contro la modernità, con conseguenti crisi esistenziali, La porta ci propone una coppia - marito e moglie - che invece ha rifiutato ogni contatto con la società, col nuovo, col progresso. Dunque se Sanshirō ci racconta l'ingresso della modernità nel Paese, E poi segna idealmente il contatto e lo scontro, La porta invece oppone un netto rifiuto.

Sōsuke e Oyone sono introdotti come una coppia pacifica, inerme, totalmente estranea agli sconvolgimenti che il Paese subisce: vivono nella capitale, ma scelgono di isolarsi in un quartiere periferico per restare soli. Insieme a loro una serva, Kiyo, e qualche vicino con cui non hanno, inizialmente, alcun contatto. Vivono giornate monotone, tutte uguali, senza però soffrirne. Tuttavia, all'inizio del romanzo, c'è un grattacapo che dà da pensare ai sue sposi: il fratello di Sōsuke ha un problema e tocca a loro risolverlo. 

Come avevamo già visto in E poi nel personaggio di Daisuke, il protagonista maschile è un pusillanime, procrastina in continuazione, si potrebbe dire senza spina dorsale. Oyone, dal canto suo, è la classica moglie fedele e docile che sosterebbe il marito anche a scapito della propria felicità. Proprio questo punto rappresenta il cuore del romanzo: i due condividono una pena, un segreto terribile, che - nonostante la vita semplice e pacifica che conducono - gli avvelena l'animo.
L'autore lo rivelerà, con grande maestria, solo molto in avanti nella lettura, rendendo chiaro il perché del comportamento dei due sposi. 

Ogni volta che ripensava a quel periodo Sōsuke si diceva che lui e Oyone si sarebbero risparmiati tante sofferenze se, invece di seguire il corso naturale delle cose, si fossero trasformati in statue di pietra. Perché tutto era iniziato allora, sul finire dell'inverno, alle prime avvisaglie della primavera, e quando i fiori di ciliegio si erano dispersi lasciando il posto al verde tenero delle foglie nuove era già troppo tardi. Era stata una lotta per la vita o per la morte. Una sofferenza pari a quella del tenero bambù che viene torchiato per farne uscire l'olio. Un vento impetuoso li aveva colti di sorpresa e travolti. Quando si erano rialzati, erano già sporchi di sabbia. Lo ammisero. Ma non avrebbero saputo dire in quale momento erano stati gettati a terra. La società non mostrò alcuna indulgenza: li accusò di immoralità. Quanto a Sōsuke e Oyone, prima di riconoscere la loro colpa, inizialmente rimasero attoniti. Dubitarono delle proprie facoltà mentali. Più che vergognarsi di essersi comportati in modo sleale, si meravigliavano della propria incomprensibile sventatezza. (p. 183)

Se i due sposi rappresentano una tradizionalità che resiste, il fratello di Sōsuke, Koroku, e il vicino di casa dei due, Sakai, rappresentano proprio quella modernità che rifiutano. Entrambi, ciascuno a modo proprio e per ragioni totalmente diverse, metteranno a dura prova la serenità raggiunta a fatica dalla coppia, causando crisi esistenziali molto simili a quelle raccontate dal personaggio di Daisuke, soprattutto se riferite al protagonista maschile.

Nelle tribolazioni di Sōsuke, come in quelle di Daisuke, notiamo l'attualità della loro condizione: nonostante siano passati più di cent'anni dalla pubblicazione della trilogia, tutti i personaggi di  questi romanzi sembrano parlare all'uomo contemporaneo, rispecchiando dubbi, angosce, sofferenze assolutamente odierne. Viene da pensare che non siamo poi così diversi, seppur così lontani, sia in termini geografici che culturali.

Schiacciato dal tormento interiore, Sōsuke deciderà di passare una decina di giorni in un tempio a meditare, ma anche qui non riuscirà a cavare un ragno dal buco. Proprio in questo frangente, notiamo quanto sia un personaggio difficile, complesso, inerme di fronte al suo destino, un destino che peraltro ha scelto attivamente. Non si può dire che se ne sia pentito, perché ama moltissimo sua moglie, ma le conseguenze di quella famigerata colpa non sono facili da sopportare.

La porta chiude un cerchio, un capolavoro che indaga i risvolti oscuri di decisioni avventate commesse in nome nell'amore, in una società - quella giapponese pre-moderna - che non accetta la ribellione. Una perfetta rappresentazione della forza di un legame che cerca in tutti i modi di preservare una serenità instabile, figlia di una colpa taciuta e condivisa.

Deborah D'Addetta