I convitati di pietra è il nuovo romanzo di Michele Mari, recentemente pubblicato da Einaudi. Attraverso la consueta raffinatezza lessicale e l'ampia quantità di riferimenti e richiami dotti, esso racconta un paradossale, rapidissimo viaggio nel tempo che si svolge tra un passato piuttosto recente (il 1975) e un futuro abbastanza prossimo (il 2050), il cui vero protagonista, oltre, appunto, al tempo che passa, è «una macchina», «un gioco», «un azzardo», «una macabra competizione», una lotteria o, meglio, «la riffa della morte».
…un progetto che, salutato inizialmente come una trovata tanto geniale quanto divertente […], era destinato, anno dopo anno, a rivelare la propria disumana spietatezza.
Tutto inizia il 22 luglio 1975, durante una cena organizzata esattamente un anno dopo gli esami di maturità dei trenta alunni della classe III A del liceo-ginnasio Berchet di Milano:
Qualcuno, reggendo in mano una fotografia della loro classe e scrutinandone i volti […], doveva aver buttato là il commento secondo il quale nella mente di Dio o piú laicamente nel fato o ancora più laicamente nel caso era già previsto chi di loro sarebbe morto per primo e chi per secondo e per terzo e così via fino all’ultimo superstite.
Con un ritmo narrativo molto veloce, che sembra rispecchiare la fugacità del tempo, Mari ci racconta di come la riffa condizioni la vita (e in qualche caso la morte) dei diversi concorrenti, facendo emergere il lato peggiore dei rispettivi caratteri e scatenando tra loro avidità, egoismi, gelosie, totale mancanza di scrupoli.
Tra tentativi di truffa, scommesse, accordi segreti, macumbe, suicidi, incidenti, malattie e decessi, il romanzo si fa ironicamente amaro, a tratti tragicomico, a tratti surreale, trasformandosi in un cinico conto alla rovescia in cui più cresce il numero delle cene svolte, più diminuisce quello dei convitati; l’iniziale coralità, che crea qualche incertezza nel lettore, si stempera nel corso delle pagine, poiché il cerchio del racconto si stringe attorno a un numero via via più esiguo di personaggi, delineandone con sempre maggiore precisione peculiarità e specificità.
E mentre malinconicamente si avvicina l’agognato traguardo, i (pochi) ragazzi di un tempo, ormai vecchi – vecchissimi – perdono di vista il valore materiale della riffa, per capire che il premio vero era altrove: non certamente nel favoloso conto in banca, ma nel gioco in sé o nella soddisfazione della vittoria o nella possibilità di utilizzare il denaro in un progetto capace di travalicare il breve arco delle loro esistenze; o, forse, il premio vero era la giovinezza, che nessuna buona sorte può assicurare in eterno.
Quanto erano stati superficiali ed ingenui! Concepire quella gara mostruosa quando il premio era già in loro, con loro, ed era la giovinezza, semplicemente.

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