Per gli standard del mio lavoro è passato un tempo considerevole dalla lettura del libro qui oggetto di riflessione e la scrittura di questo articolo: un tempo che era però necessario per prendere le distanze da un romanzo che proprio sul legame emotivo con i suoi lettori pare essere fondato e provare dunque a ragionarci sopra in termini più oggettivi, critici. Cuore l’innamorato, il recente romanzo di Lily King, pubblicato da Fazi editore nella traduzione di Manuela Francescon è stato il libro più chiacchierato delle ultime settimane e anche nella redazione di CriticaLetteraria è finito tra le letture di molti redattori, oggetto anche di una puntata speciale del nostro podcast che uscirà il 19 gennaio.
Non faccio la voce fuori dal coro per atteggiarmi a snob o per il gusto di andare controcorrente e senza dubbio ci sono aspetti di questo romanzo di particolare interesse; innegabile, inoltre, il talento di King nel creare una connessione profonda con i suoi lettori, tanto a fondo coinvolti nella tessitura delle sue storie. Complice forse anche altre letture fatte nello stesso periodo – una su tutte il magnifico romanzo di Ian McEwan, Quello che possiamo sapere – e certi echi letterari tirati in ballo un po’ a caso, il mio giudizio critico su Cuore l’innamorato è sicuramente più tiepido rispetto a molti altri e pur restando un romanzo godibilissimo ed emotivamente coinvolgente non è a mio avviso all’altezza di Scrittori e amanti di cui funge da sorta tanto di prequel che di sequel per le due linee temporali che attraversa.
Se mi basassi sull’intensità delle emozioni e la trama in senso stretto, il mio giudizio sarebbe meno severo, ma da un punto di vista critico sono altri i punti di riferimento e hanno a che fare con lo stile, la postura autoriale e la voce, la costruzione dei personaggi, la tenuta narrativa, la focalizzazione delle tematiche e degli spunti, tutti elementi in cui con il romanzo precedente, il già citato Scrittori e amanti, King aveva dato prova di una certa maturità autoriale ma che qui non risultano sempre all’altezza. La voce stessa dell’autrice appare piuttosto distante dalle opere che hanno preceduto questo romanzo – oltre al romanzo già citato vale la pena ricordare Euforia, uscito per Adelphi nel 2016 e la raccolta di racconti Cinque martedì d’inverno, Fazi, 2022 – e lo scoglio principale contro cui si scontra il mio giudizio critico: le frasi brevissime, spezzate, i dialoghi troppo spesso artificiosi, le citazioni e i rimandi letterari finiti sulla pagina con un effetto un po’ straniante. Più volte, purtroppo, ho avuto la sensazione di trovarmi tra le mani il compito ben fatto uscito da una scuola di scrittura creativa, ma nulla più. E in una storia in cui il tema della scrittura è tanto permeante tale resa stride in modo particolare.
La scrittura, dunque, il mestiere e lo sguardo femminile, un tema molto caro a King, centro nevralgico del romanzo precedente e che torna anche qui: la protagonista senza nome è con buone probabilità la stessa di Scrittori e amanti, Casey, che all’inizio di questa storia incontriamo nell’ultimo anno al college, mentre va delineando il desiderio di diventare una scrittrice, per poi ritrovarla nella seconda e terza parte del romanzo in due diverse fasi della sua vita adulta, ma è lì, negli anni accademici che in qualche modo tutto si è determinato, perché è proprio lì, nelle «decisioni che si prendono da giovani» che si determina la vita. Quando facciamo la sua conoscenza è una ragazza riservata, con qualche dolore privato con cui fare i conti, la vita ordinaria di una studentessa lavoratrice che tenta di stare a galla e non farsi schiacciare dai debiti. Non ha ancora formulato coscientemente l’idea di diventare una scrittrice, non si è permessa di farlo – e qui, torno ancora a Scrittori e amanti, sulla profondità della riflessione in merito ai ruoli di genere che contiene. Inaspettatamente durante una lezione di scrittura è proprio il suo testo a catturare l’attenzione del docente (e non solo per la carta arancione su cui lo presenta), attenzione che a catena richiama quella dei due studenti più brillanti e sicuri della classe, Sam e Yash, che si accorgono di lei. Da questo momento e per un pezzo di strada il romanzo di King pare seguire la direzione della storia sentimentale di ambientazione accademica, nella costruzione di un legame tra amicizia e amore, l’inevitabile triangolo, le discussioni infarcite di citazioni letterarie, gli spiragli sul sistema accademico, sul privilegio, sulla sicurezza maschile. Ed è qui che già si crea la prima frattura, per me.
Se da una parte, sottolineo ancora, le elucubrazioni letterarie dei tre protagonisti danno spesso la sensazione di essere buttate un po’ brutalmente sulla pagina senza troppa ragione d’essere, dall’altra alcune di queste considerazioni, quelle sulla scrittura nello specifico, si fanno più interessanti anche se lo stesso poco centrate nella tessitura della storia. La mente corre subito a L’arte del matrimonio di Stephanie Bishop, un romanzo a mio parere un po’ sottovalutato, in cui le considerazioni sulla scrittura e sul mestiere letterario – anche qui dal punto di vista femminile – aprivano a una serie di riflessioni interessanti e complesse, legandosi in maniera convincente alla trama del romanzo, integrandosi perfettamente alla protagonista, alla sua voce, alle sue ambiguità. Molto più acerbo rispetto a Scrittori e amanti dove le considerazioni sul mestiere di scrivere si diceva erano rese in modo egregio, Cuore l’innamorato apre qualche spiraglio, ma non riesce davvero ad andare oltre
In passato per me il termine revisione indicava un blando lavoro di correzione. Qui invece si va in profondità, a scavare nelle radici di ogni paragrafo. I professori di scrittura con cui ho avuto a che fare finora si esprimevano per ampi concetti generici, citazioni di grandi scrittori. […] La dottoressa Felske invece parla solo di ciò che vede sulla pagina. (p. 90)
È la stessa King a darci la misura di che cosa sia andato storto in questo romanzo e perché, per dirla con un’immagine banale, non riesca a spiccare il volo, finendo per coinvolgerci profondamente dal punto di vista emotivo – dopotutto la narrazione del dolore è un buon viatico per il cuore del lettore – ma poco altro, almeno per me.
Un grande romanzo, ma grande davvero, non solo cattura una particolare esperienza narrativa, ma altera e intensifica la percezione della tua vita mentre sei immerso nella lettura. E poi conserva questa percezione, come una capsula del tempo. (p. 172)
Parlavo di frattura, nella mia personale lettura; c’è una frattura precisa anche nella storia, un punto di non ritorno per i protagonisti, che cambia ogni cosa. Per una ragione che si svelerà al lettore al momento opportuno, tra la protagonista e Yash le cose si complicano, i sentimenti da soli non bastano ad affrontare la realtà, la vita che va verso l’età adulta, sospesi tra ambizioni e desiderio di stabilità e sicurezza. Yash che vive ogni momento della sua storia d’amore con il peso dell’amicizia tradita, del torto fatto a Sam – il primo tra i due con cui la protagonista era uscita – , delle cose taciute. Mister Guida sicura, come lo canzona lei, che non ha mai corso un vero rischio «e l’unica volta che il treno è uscito dal binario, ci sono stata io a proteggerti». (p. 167) La frattura diventa tempo e distanza, anni in cui la vita di ognuno ha preso direzioni precise, qualche sogno tradito, qualche successo conquistato con fatica e dedizione: lei ora è una scrittrice di discreto successo, ci sono voluti anni e un blocco importante da superare, qualche dolore con cui fare i conti, ma il segno che ce l’ha fatta è lì, tangibile, nelle pile ordinate dei libri con sopra scritto il suo nome che la accolgono nelle librerie di tutto il Paese, nella fila di persone che attendono di scambiare due parole con lei, un autografo, una dedica. Non dimentica mai però neanche la fatica, la dedizione che la scrittura pretende, la vita che si fa spazio al suo interno, in forme nuove. In questa seconda e poi, soprattutto, terza parte del romanzo si insinua il dolore, in modo sempre più conclamato e drammatico e, nel mezzo, si accorciano le distanze di una lunga separazione.
Ci stringiamo forte le mani e ci guardiamo a lungo, come se fosse la cosa più normale del mondo, questo sfacciato volerci bene. (p. 155)
King sceglie di attraversare il dolore e il pathos con cui lo fa è senza dubbio in linea con il successo di tante narrazioni contemporanee: il risultato però è una nota stonata, c’è troppo di tutto, il dramma, la sofferenza, il buonismo, la consolazione, le coscienze ripulite. È su questo che il romanzo pare giocare sul forte coinvolgimento emotivo con il lettore; ma quello che non gli perdono è il mascherarsi da qualcosa di altro, dal velo di letterarietà che indossa. O, forse, sono le aspettative tradite di una voce da cui mi aspettavo qualcosa di più, le cui ingenuità di certi racconti brevi avevo giustificato con la mia severità nel pretendere dalla short story niente che sia meno di perfetto o l’illusione che si potesse proseguire la strada tracciata da Scrittori e amanti. È Lily King, ancora una volta, è la sua protagonista, a spiegare per me le ragioni di questa frattura, a voi cari lettori capire in quale posizione si colloca il mio giudizio critico:
Sul sentiero, come al nostro solito, parliamo di libri, di cosa fa scattare la magia, di dove risiede il genio. Lui dice che è tutto nella struttura. È sempre nella struttura. Ne nasce una discussione. Io insisto che può risiedere in una varietà di elementi – le immagini, i dialoghi, tutti i modi in cui un racconto prende vita – , ma lui ribadisce che è sempre la forma a fare la differenza. (p. 110)
Debora Lambruschini

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