martedì 4 settembre 2018

#PagineCritiche - Nella realtà del web chi muore si rivede

La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell'epoca della cultura digitale
di Davide Sisto
Bollati Boringhieri, 2018

pp. 149
€ 16,50 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)

[...] diventeremo spettri digitali, a disposizione permanente dei posteri e quindi capaci accidentalmente di vivere per sempre, senza il nostro previo consenso, quali ingombranti testimoni del passaggio della morte e della contemporanea impossibilità di scomparire e di dimenticare. (p. 10)
Dire addio a chi si ama è da sempre una delle prove più difficili, ma sembra proprio che nella nostra epoca la morte sia un tabù, di cui parlare il meno possibile e con cui è quasi impossibile fare i conti. Quando scompare qualcuno di caro, ecco che scattano nuove incredibili possibilità per attutire il dolore e per affrontare (o non affrontare) il lutto, grazie al web. Accettare, separarsi e serbare i ricordi come uno scrigno dentro di noi pare solo una delle alternative a disposizione. 
Nello studio di Davide Sisto, a tratti sconcertante, si indaga la trasformazione della morte, o meglio della sua ricezione, all'epoca della cultura digitale: i riti prima antropologicamente rilevanti come il funerale, atto a dividere anche simbolicamente il morto dai vivi, perdono in parte valore. Perché? Perché adesso parecchi ricercatori si sono dedicati a creare chatbot, ologrammi e altri dispositivi che permettono di continuare a conversare con il morto, o meglio con il suo spettro digitale.
Detto così su due piedi, può sembrare una scelta inquietante, futuristica e un po' morbosa; in realtà, simili progetti esistono da un pezzo e sono stati animati più dal desiderio di conservare qualche rapporto con il defunto amato, piuttosto che dalla bramosia della ricerca tecnologica in sé. Com'è possibile creare un bot? Tutti quanti lasciamo tantissime tracce online e analizzare la banca dati enorme di chat, messaggi, fotografie, email che lasciamo permette di ricostruire un nostro "spettro", che può ancora condividere su particolari piattaforme social i nostri gusti, dialogare esprimendo le nostre opinioni, rispondere ai parenti e agli amici con nostri modi di dire e confortarli con le nostre tipiche battute di spirito. Eppure questo miracolo è solo apparente: si tratta di una versione filtrata di noi, autoreferenziale, che non ci rappresenta appieno e che non può evolversi davvero, poiché
ogni spettro digitale impara a imitare il caro estinto solo attraverso i racconti dei parenti, colmi di omissioni volontarie quando un determinato ricordo richiama alla mente un evento particolarmente doloroso. La vita dello spettro digitale è, pertanto, l'insieme dei vari modi con cui i parenti e gli amici vogliono ricordare il caro estinto. [...] La realtà diviene, dunque, una mera questione di narrazione e di rivisitazione fantasiosa. (p. 51)
Insomma, si tratta di una ricostruzione post-mortem: la cosiddetta «immortalità digitale», come Sisto precisa più volte, «è pensata [...] dal punto di vista di chi rimane, non di chi non c'è più» (p. 55). Ora, la domanda che mi è sorta più e più volte leggendo il saggio è: perché tutto questo? Se aprire pagine di commiato e in ricordo può essere qualcosa di più comprensibile, una sorta di trasposizione digitale di quell'album che si trova solitamente a ogni funerale, ricreare un chatbot, un avatar o un ologramma del defunto è davvero qualcosa che esula dalla mia comprensione. Davvero il progresso tecnologico, in tal senso, potrebbe essere di aiuto? O ci spingerebbe ancora una volta a convincerci egoisticamente di non poter tollerare la morte di un nostro caro, o a illuderci che anche noi, una volta morti, potremo restare immortali facendo sfoggio in eterno delle nostre opinioni? 


Oltre alle principali innovazioni che hanno preso piede e ai progetti invece falliti, Davide Sisto osserva come questi fenomeni siano stati affrontati anche dalla letteratura, dal cinema e dalla musica. Su tutti, pluricitata è la serie tv «Black Mirror», e in particolare si cita la puntata Back to me, di cui riportiamo qui sopra un breve stralcio: questa puntata, che mi aveva colpito mesi fa, è infatti l'esempio lampante di come la tecnologia possa provare a tamponare l'assenza del caro estinto, ma resti sempre e comunque finzione, artefatto, costruzione umana di qualcosa di robotico, ombra di chi è stato davvero
Se la giurisprudenza non è ancora pronta ad affrontare la morte digitale, come dimostrano più casi citati nel saggio, il singolo utente del web sembra ancor più spaesato nel pensare a cosa accadrà del suo immenso patrimonio online: foto, password, documenti, accessi e gestione dei social network... Tutto deve trovare un giusto erede, ben ricordando che il materiale digitale può essere ricondiviso potenzialmente all'infinito. Almeno fino alla creazione di nuovi formati che renderanno illeggibili quelli attuali... Insomma, anche la nostra idea di perpetuare ha una data di scadenza, per quanto molto in là. 

Tra innovazioni tecnologiche, cenni di antropologia, giurisprudenza, filosofia, il saggio di Davide Sisto, con una prosa di grande piacevolezza, porta a porsi tante domande doverose, per quanto scomode: al centro, sempre l'etica e l'accettazione della limitatezza umana. 

GMGhioni

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