Che io abbia un debole per la letteratura irlandese contemporanea non è un mistero, come non lo è il fatto che dall’isola di smeraldo giungano molto spesso opere vividissime, fuori dalle consuete rotte narrative eppure perfettamente integrate nella tradizione letteraria di riferimento, polifoniche e sperimentali e non per il mero gusto di spiazzare i lettori ma con una ragione d’essere profonda. Nel marasma delle uscite editoriali degli ultimi mesi dell’anno appena concluso c’è un romanzo irlandese appunto che mi pare nel nostro Paese - a parte qualche post superficiale sui social - sia passato un po’ in sordina, fagocitato da novità più strillate: mi riferisco a La regina dell’isola di fango di Donal Ryan, pubblicato da Fazi editore con la traduzione di Stefano Bertolussi, in Irlanda uscito nel 2022. Forse qualcuno riconoscerà il nome dell’autore di cui nel lontano 2014 Minimum Fax aveva pubblicato il sorprendente Il cuore girevole, con cui aveva esordito l’anno prima: inizialmente rifiutato in Irlanda da numerosi editori (si parla di diciassette rifiuti), alla sua pubblicazione riscosse un notevole successo di pubblico e critica e collezionò premi importanti come il Guardian First Book Award e l’Irish Book Award ed entrò nella short list del Man Booker Prize del 2013. Scrittore e docente universitario, Ryan negli anni ha scritto numerosi romanzi e alcune raccolte di racconti, conquistando ancora premi e riconoscimenti e le sue opere sono tradotte in oltre venti lingue. Dodici anni dopo l’esordio, torna nelle librerie italiane con un romanzo molto interessante che si inserisce perfettamente nella bibliografia dell’autore per l’attenzione verso alcune tematiche e modalità narrative e, più in generale, in una tradizione letteraria sempre molto fertile e molto spesso capace di raccontare anche il recente passato problematico svincolandosi dalla retorica e facendo un uso sapiente dell’ironia. Apro una parentesi a tal proposito perché ogni occasione per me è buona per citare una delle serie televisive più belle degli ultimi anni e che non mi stanco mai di consigliare, Derry Girls di Lisa McGee: esempio ideale di quel misto tra ironia e dramma, il quotidiano che si intreccia alla Storia, le contraddizioni, la violenza e la voglia di leggerezza, senza retorica alcuna. Ecco, Ryan con il suo La regina dell’isola di fango si colloca in questo solco e, ancora una volta, la postura dell’autore è tutta rivolta alla profondità umana dei personaggi e all’esplorazione del conflitto morale e sociale, la narrazione tesa fra dramma e ironia e intrecciata a un interessante gioco metaletterario.
Ambientato nell’Irlanda rurale degli anni Ottanta, il romanzo segue le vicende famigliari delle donne Aylward snodandosi per diversi decenni, partendo dalla nascita di Saoirse, figlia di Eileen, e dalla tragica scomparsa del neo padre a pochi giorni dall’arrivo della bambina. Inizia con una fine, si concluderà con uno squarcio di speranza e possibilità, ma nel mezzo Saoirse, Eileen e la vulcanica suocera Mary dovranno attraversare molti drammi, difficoltà e conflitti, tanto all’esterno che nel cuore della famiglia. È su quella prima frattura, su quella mancanza, che Saoirse viene al mondo e fa i conti con un lutto che non riesce a capire fino in fondo, una delle tante cose della sua famiglia che non comprende. Suo padre è una fotografia sulla mensola del camino, il vuoto che rappresenta è sfuggente e difficile da elaborare:
In quel momento avrebbe voluto unirsi alla loro tristezza per l’uomo nelle foto sulla mensola del caminetto e sulle pareti del corridoio, l’uomo dai capelli scuri, dagli occhi azzurri e dal sorriso radioso che era il suo papà e il figlio e il marito delle due donne in cucina, ma non ci riuscì. Per lui provava solo una gran curiosità su come avesse vissuto al di fuori della tomba e delle fotografie, su come lei stessa fosse per metà lui e per metà sua madre. Era tutta una tale meraviglia. (p. 16)
La genitorialità è senza dubbio uno dei perni di questo romanzo, che Ryan osserva da punti di vista divergenti, dando prova di quella capacità di penetrazione nei personaggi che lo caratterizza e lo avvicina, a mio avviso, alla sensibilità di uno straordinario autore irlandese come Colm Toíbìn, entrambi eccellenti indagatori dell’animo umano e del femminile. Un tema esplorato a partire dalla perdita e che si lega anche al discorso sull’infertilità o, per contro, sul diventare madre in modo del tutto inaspettato e quello che certe scelte comportano, sui legami di sangue e la famiglia con il suo carico di segreti, colpe, violenza. Un romanzo in cui l’anima è rappresentata dalle donne della famiglia Aylward, certo, ma intorno a loro si muovono ragazzi e uomini schiacciati dal peso del proprio ruolo, dalla sofferenza senza voce, dalla perdita, dal confronto con chi non c’è più, invischiati in giochi di potere e desiderio di denaro, provati da disturbi mentali e ambizioni insoddisfatte o, ancora, capaci di vivere una vita ben diversa da quella che le donne della famiglia si sarebbero aspettate. Saoirse cresce con la madre e la nonna paterna e le loro parole sussurrate, discorsi che origlia da dietro le porte e che non comprende fino in fondo, incapaci di parlare davvero, di andare oltre la superficie.
Si rendeva conto che lei e sua madre in realtà non parlavano mai sul serio. Che gran parte dei discorsi della mamma erano indiretti, frasi lanciate qua e là come manciate di coriandoli, a caso, senza una destinazione precisa. (p. 21)
C’è una frattura, dicevo, all’inizio di questa storia, che coincide con la morte improvvisa del padre di Saoirse ma che in realtà ha radici più profonde che affondano in una frattura più antica, con la famiglia d’origine e le chiacchiere che si rincorrono in paese. Ha a che fare con lei, con la sua venuta al mondo, con le scelte di Eileen, con la nuova famiglia che l’ha accolta mentre i genitori la rifiutavano; da allora i contatti con loro si sono fatti scarsi, sempre tesi e difficili, la rottura diventata permanente.
[…] soltanto adesso, adolescente, le si chiariva ogni cosa. La causa della rottura. Il motivo per cui non aveva mai visto quelle due persone prima d’ora. Si vergognavano di sua madre e di lei. Si vergognavano della buonanima di suo padre, e della sua amata nonna e dei suoi zii, un avanzo di galera e un sempliciotto, e a quanto pareva si erano presentati nella loro vecchia, lussuosa automobile per ricordare a sua madre la loro vergogna, e dopo che se n’erano andati sua madre aveva pianto tutto il giorno. (p. 52)
Anche in questo caso Ryan non accetta di raccontare una storia facile, monocorde, ma rivela le contraddizioni, i sentimenti mutevoli, la colpa, l’impossibilità di tornare indietro e tutto ciò che comporta. Attraversando un arco temporale abbastanza esteso, sono molteplici i temi e gli spunti che si intrecciano, dalle protagoniste della storia al coro di voci e personaggi secondari che vi sfilano accanto, ma la tenuta narrativa è sempre consapevole e salda e la molteplicità delle microstorie che rappresenta danno il senso della stratificazione del reale.
A colpire, come si accennava all’inizio, sono anche le scelte formali dell’autore nella costruzione di un romanzo che richiede una lettura attenta, concentrata, per poterne cogliere sfumature e spunti di riflessione. Un metaromanzo per certi versi, perché suggerisce l’idea, sul finale, che quello che stiamo leggendo sia il romanzo-memoir stesso di Saoirse, dalla cui voce è scaturita tutta la storia fin da principio, il punto di vista interno – e per sua natura ambiguo – con cui la attraversiamo. Centoventuno capitoli brevissimi, ognuno intitolato con una sola parola – a partire dalla prima, emblematica, che è “Fine” – , un paio di pagine ciascuno ma dense di vita, un fiume in piena in cui gli stessi dialoghi sono integrati nella narrazione senza precise indicazioni grafiche, come sgorgassero sul momento in cui l’autrice-Saoirse li registra e dove si intrecciano alla storia di Eileen, Saoirse e Mary quella di una piccola folla di personaggi, ora apparizione fugace ora presenza più costante, ognuno con il proprio carico di disperazione e dramma. Un coro che si fa vivo, partecipe, che dà forma al mondo intorno a loro, alla società irlandese del periodo, alla violenza che la pervade, fuori e dentro casa.
La follia, il suicidio, l’infertilità; la questione irlandese e le bombe, la violenza e la rabbia, gli abusi, la perdita, il giudizio maligno, elementi che pervadono la storia e si intrecciano a una prosa attraversata da sorprendente ironia, feroce talvolta, e un sistema di immagini ricchissimo che ha nell’acqua e non per caso la sua metafora privilegiata. La regina dell’isola di fango è dunque un romanzo stratificato, mai sovrabbondante, in cui, ancora, uno dei temi indagati è anche quello del talento femminile e della capacità degli uomini di sminuirlo quando non perfino appropriarsene, che Ryan tratteggia anche in questo caso senza retorica ma con sensibilità attenta. L’ambizione messa a freno già a partire da se stesse, incapaci di riconoscersi un talento, un desiderio, una spinta verso qualcosa di altro. In questo gioco metaletterario emerge la voce di un autore la cui scrittura si fonda sulla tradizione e sa rinnovarla e la prova, ancora una volta, di una letteratura vivida e potente, capace di sfidare le convenzioni. Una voce, una storia, che parla di vita, di dramma e di come sia strana e difficile da nominare la felicità.
La felicità era un concetto strano, qualcosa di impacchettato nelle scene finali di una serie televisiva o di uno di quei film pomeridiani, qualcosa che sullo schermo spiccava alla perfezione ma che nella vita reale era confuso, un vago ideale. (p. 150)
Debora Lambruschini

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