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Con "Reykjavík" Ragnar Jónasson e Katrín Jakobsdóttir costruiscono attorno ai silenzi su un crimine il destino di una comunità

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Reykjavik


Reykjavík
di Ragnar Jónasson e Katrín Jakobsdóttir
Marsilio, ottobre 2025

Traduzione di Irene Gandolfi

pp. 266
€ 18 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

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Non era un uomo particolarmente religioso, ma quasi ogni sera rivolgeva a una qualche entità superiore la stessa preghiera: che l’enigma della sorte di Lára venisse risolto. Per la ragazza e la sua famiglia, certo, ma anche per lui. (p. 37)

Siamo nell’estate del 1956. Lára Marteinsdóttir ha quindici anni, lavora come domestica su Viðey, un’isola ventosa, abitata da una sola coppia borghese e dagli uccelli marini. Quando Lára scompare, non ci sono testimoni né tracce, e nemmeno un vero colpevole da immaginare. Solo il  sospetto che la ragazza possa essere caduta in mare, che in Islanda non restituisce quasi mai ciò che prende. Il caso viene archiviato in fretta, come spesso accade quando le vittime sono giovani, ragazze e socialmente invisibili.


Trent’anni dopo, però, quella sparizione torna a fare rumore. L’Islanda è cambiata, Reykjavík festeggia i suoi duecento anni e si prepara al vertice Reagan-Gorbaciov, ma sotto la superficie modernizzata sopravvive una ferita bruciante e irrisolta. L’ingresso in scena di un giornalista ambizioso, riapre il fascicolo e, con esso, una rete di silenzi, omissioni e responsabilità condivise. Le sue domande non cercano solo la verità su Lára, mettono in crisi un equilibrio di potere che preferirebbe continuare a raccontarsi come innocente.


Il romanzo funziona soprattutto quando intreccia l’indagine individuale alla dimensione collettiva. Non è solo la storia di una ragazza scomparsa, ma il ritratto di una comunità che ha scelto di non vedere, di un paese piccolo dove tutti sanno qualcosa e nessuno vuole sapere tutto e questo succede a qualunque latitudine. L’atmosfera è fredda e trattenuta: la scrittura procede per non detti, con i vuoti e le mezze frasi che costruiscono suspense. Il paesaggio islandese – vento, mare, luce –  funge quasi da forza morale, che osserva e giudica.


Nel solco del miglior noir nordico, questo libro non offre soluzioni facili. La verità, quando emerge, ha un prezzo e non coincide mai con la giustizia piena. Lára resta una presenza spettrale: cosa succede quando una società decide che alcune vite sono sacrificabili? E quanto siamo disposti a rischiare perché una storia sepolta venga finalmente raccontata?


Si alternano diversi punti di vista durante le indagini, che attraversano diversi anni, ma il nodo centrale resta la volontà forte di coprire chi si è macchiato di una scomparsa o di un delitto, senza che ci sia pace per le vittime di un sistema che si autoalimenta.


Interessante è la scelta di scriverne a quattro mani, mettendo insieme la capacità narrativa di uno dei più brillanti scrittori nordici come Ragnar Jónasson, l'estro, non solo in ambito culturale, dell'ex prima ministra islandese, Katrín Jakobsdóttir. La collaborazione tra i due, nata da anni di conoscenza nel circuito letterario islandese, si è trasformata in scrittura durante la pandemia, con una divisione del lavoro per creare una narrazione coesa. 


Un romanzo teso e stratificato, che usa il meccanismo del cold case per parlare di potere, memoria e colpa. Da leggere per chi ama i gialli nordici che non si limitano all’enigma, ma scavano nel buio lungo delle coscienze.


Samantha Viva