Edizioni LeAssassine, 27 novembre 2025
Avete mai creduto a un narratore che vi parla con un buco di proiettile in fronte? Hilmi Aydın, un quarantenne turco istanbuliota è il primo a prendere la parola: lo incontriamo «disteso sotto un cielo in cui galleggiano nuvole bianche di cotone» (p. 5), con una ferita alla fronte procurata da un proiettile. Da questo incipit in medias res prende avvio la storia del protagonista che, attraverso ricordi e confessioni ricostruisce la propria esistenza. Ne emerge il ritratto di un autentico inetto, di un perdente, come avrà il coraggio di definirlo la stessa moglie, Nihan:
Si è arrabbiata e ha urlato: “Perdente!”, mi ha dato del perdente, lo ricordo come fosse oggi, quella parola è stata una pugnalata […]. (p. 278)
Alla tavola del padre di Gaye Boralioğlu è un romanzo a doppia voce: da un lato parla Hilmi, protagonista e narratore in prima persona, dall’altro interviene una voce onnisciente, esterna e ironica, che si diverte a osservarlo con distacco, a metterne in luce i difetti, talvolta persino a smentirne il racconto. Questo gioco di prospettive crea una tensione costante tra ciò che Hilmi dice di sé e ciò che il testo lascia trapelare, minando progressivamente l’affidabilità del narratore. Il lettore è così coinvolto in un processo di smascheramento che culmina in un colpo di scena finale, una rivelazione sensazionale che ribalta il senso dell’intera storia e produce un effetto di autentico straniamento.
Gaye Boralioğlu è una scrittrice turca, attiva nel campo della narrativa contemporanea, autrice di romanzi e raccolte di racconti. Le sue opere hanno attirato l’attenzione della critica per la capacità di coniugare sperimentazione formale e indagine psicologica, con particolare attenzione ai rapporti familiari, alle dinamiche di potere. Alla tavola del padre è considerato uno dei suoi testi più significativi, anche per la complessa costruzione narrativa e per il dialogo consapevole con la tradizione letteraria europea, in particolare con Kafka. Ciò che colpisce della trama della sua ultima opera è il modo in cui la storia del protagonista viene ricostruita attraverso un lungo gioco di flashback, anzi di flashback plurimi, che si innestano l’uno nell’altro mentre il tempo del racconto procede a ritroso. Tutto prende avvio da un matrimonio ormai compromesso, logorato dagli errori di Hilmi nei confronti della moglie Nihan: una relazione segnata dall’infedeltà, dal silenzio e da una progressiva incapacità di assumersi responsabilità. Quando Nihan scopre il tradimento con una donna più giovane, si innesca una catena di conseguenze che non riguarda soltanto la crisi coniugale, ma investe l’intero passato del protagonista, costringendolo a fare i conti con le proprie scelte, con il fallimento affettivo e con il peso della famiglia d’origine.
Non aveva nemmeno immaginato che Nihan un giorno avrebbe capito tutto, che negare non sarebbe servito a un fico secco. Il castello di sabbia che aveva costruito con tanta cura era crollato in un attimo. La cosa strana era che, insieme a quell’evento, anche l’affetto e l’interesse nei confronti di Mine si erano polverizzati; il “nuovo amore” che appena qualche giorno prima costituiva il centro della sua vita era stato spazzato via da una raffica di vento. Hilmi era davvero disorientato. Aveva perso la rotta, aveva perso la fiducia in sé stesso. Nihan era l’albero maestro della sua esistenza; lui non aveva fatto altro che issare su quell’albero la vela di Mine. Le vele potevano essere sostituite, ma l’albero…Ora che non ce l’aveva più, si sentiva una povera barca sballottata senza meta nell’oceano. (p. 90)
La perdita di Nihan rappresenta per Hilmi un colpo durissimo, forse il più doloroso della sua vita adulta, ma non è l’unico evento destinato a incrinare definitivamente il suo fragile equilibrio. Poco tempo dopo fa infatti la sua comparsa una presenza altrettanto decisiva e, per certi versi, apertamente ostile: quella del padre, richiamata in vita dal ritrovamento di un taccuino appartenuto a lui, intitolato Segreti. Il padre di Hilmi, Mehmet Aydın, celebre chef della zona, era una figura carismatica e ingombrante, capace di attirare attorno alla propria tavola personalità del mondo artistico e culturale del Paese. In quel quadernetto, però, non si trovano soltanto i segreti delle ricette che gli avevano garantito fama e riconoscimento, ma anche aspirazioni letterarie, confessioni intime e frammenti di un’esistenza mai del tutto rivelata. Attraverso quelle pagine, che assumono progressivamente il tono di una voce paterna postuma, il romanzo scava nella memoria di Hilmi, riportandolo all’infanzia e alla giovinezza e costringendolo a confrontarsi con un passato che credeva sepolto, ma che continua a esercitare su di lui un potere silenzioso e implacabile.
Non ricordo quando mi ribellai per la prima volta, né come la profonda ammirazione che provavo per lui si trasformò in rabbia. […] In ogni caso, lì stava il successo di mio padre: era come un assassino che non lascia mai traccia, non viene mai catturato e non ti lascia mai la possibilità di opporti. Sentivi di dovergli tenere testa, ma quel suo potere invisibile te lo impediva. Quello era il vero segreto di mio padre. Un segreto che non ha mai articolato e che non avrei nemmeno trovato tra i Segreti del suo libro. (p. 191)
Proprio questa costruzione narrativa, insieme alla gestione sapiente delle voci, rende la storia particolarmente riuscita. L’invenzione formale messa in campo da Gaye Boralioğlu risulta non solo originale, ma anche perfettamente funzionale al senso del romanzo. L’autrice dimostra una penna cristallina ed elegante, capace di essere al tempo stesso diretta e incisiva, senza mai indulgere nell’enfasi o nella compiacenza stilistica. La lettura procede con naturalezza, sostenuta da una scrittura limpida che accompagna il lettore anche nei passaggi più ambigui del racconto. Il riferimento a Kafka, del resto, non è soltanto tematico ma esplicito, anche se per ovvie ragioni non è possibile indicarne qui il punto preciso senza compromettere l’effetto narrativo. È tuttavia significativo che l’autrice stessa abbia più volte dichiarato, in diverse interviste nel suo Paese, il debito consapevole nei confronti della Lettera al padre. Un testo che funge da chiave interpretativa per comprendere come Alla tavola del padre metta in scena, sotto forme romanzesche e talvolta perturbanti, il nodo irrisolto del rapporto tra genitori e figli, tra autorità, colpa e impossibilità di emancipazione.
Ci sarebbe tanto altro ancora da dire su questo romanzo, ma so bene che dovrò contenermi, quindi cercherò di cogliere solo qualche altro aspetto secondo me fondamentale. Ho trovato assolutamente credibile lo scavo paziente e implacabile nella psicologia di Hilmi, un personaggio che l’autrice costruisce come incarnazione di una mediocrità ordinaria, fatta di rinvii, autoassoluzioni e compromessi interiori. L’inetto che prende forma nel corso del racconto non è un eroe negativo né un soggetto tragico, ma un uomo incapace di assumersi fino in fondo il peso delle proprie scelte, incline a raccontarsi una versione addomesticata di sé stesso. Hilmi mente, ma spesso lo fa senza piena consapevolezza, come se la menzogna fosse diventata una modalità abituale di sopravvivenza. In questo senso, l’inaffidabilità del narratore diventa riflesso diretto di una fragilità psicologica che il romanzo indaga con precisione e spietatezza. Sono rimasta colpita anche dalla riflessione lucida e tutt’altro che accessoria sul matrimonio, inteso come spazio di compromesso e di negoziazione diseguale. La relazione tra Hilmi e Nihan appare segnata fin dall’inizio da un’asimmetria profonda, che il romanzo non attribuisce soltanto alle mancanze del protagonista, ma anche a un modello culturale interiorizzato e trasmesso di generazione in generazione. Emblematica, in questo senso, è la “lezione” impartitaci da Nihan prima che scoprisse il tradimento del marito: l’idea che la pazienza femminile sia una virtù che matura con l’età, una forma di resistenza silenziosa chiamata a compensare l’immaturità maschile. Il matrimonio si configura così come un luogo in cui qualcuno, quasi sempre la donna, è chiamato ad aspettare, a reggere, a comprendere più di quanto sia giusto. In questa dinamica, il fallimento coniugale è davvero l’esito prevedibile di un equilibrio costruito sull’abdicazione e sull’abitudine.
“Il matrimonio è l’arte del compromesso. Lo capirai anche tu, quando ti sposerai. Imparerai ad avere pazienza. E la pazienza viene con l’età”. (p. 17)
Un ulteriore elemento di grande finezza, sempre secondo la mia lettura, è l’attenzione che l’autrice riserva agli oggetti e agli spazi domestici, descritti non come semplice sfondo della vicenda, ma come depositi di memoria e identità. La casa che ha accolto Hilmi e Nihan per anni , con il suo arredamento, le sedie, i divani, le coperte, i cuscini, diventa un luogo saturo di presenze invisibili, in cui sembrano essersi sedimentate parti di chi l’ha abitata. Attraverso le constatazioni del protagonista, il romanzo suggerisce che gli oggetti trattengano qualcosa di noi: gesti ripetuti, affetti consumati, silenzi condivisi. Quando il legame si spezza, ciò che resta non è soltanto un vuoto affettivo, ma anche una perdita materiale, quasi fisica, che rende tangibile l’esperienza del fallimento. Verrebbe scontato, a lettura ultimata, aggiungere qualche altra considerazione sulle atmosfere, i profumi e gli aromi evocati dalle ricette che il lettore troverà tra i Segreti del padre di Hilmi, ma questa esperienza gliela lascio fare in totale libertà.
Marianna Inserra

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