sabato 23 dicembre 2006

Gli Indifferenti


Gli indifferenti
di Alberto Moravia

1^ edizione: 1929

Qualcuno ritiene che questo sia il Romanzo di Alberto Moravia, mentre le altre opere non sono altro che l'ampliamento di tematiche che ne "Gli indifferenti" hanno già raggiunto il massimo della loro trattazione.
La verità è che l'opera è stata scritta da un ragazzo malato in sanatorio, quale è stato Moravia tra i suoi diciotto e ventuno anni, e forse la sua giovinezza e inesperienza si specchia nella scelta di un narratore intrusivo onniscente, a tratti quasi fastidioso, o nell'anomala struttura dei capitoli, del tutto irregolari, che oscillano tra le quattro pagine e le oltre cinquanta, a seconda della pregnanza dei contenuti.
O forse queste erano scelte. Scelte di un Moravia già pesantemente talentuoso, al punto da non lasciare nulla di involuto.

Senza dubbio, ciò che Moravia ha compiuto con "Gli indifferenti" è stata l'impresa di aver precorso i tempi. Innanzitutto pensiamo alla trama: nel 1929, in pieno periodo fascista, quando il valore della famiglia era considerato indiscutibile, trovare uno scrittore che con la stessa penna impietosa di Moravia, asciutta ma particolareggiata, descrivesse l'iter quotidiano di questa famiglia, borghese, apparentemente normale, ma in realtà disgregata e indifferente alla vita, doveva senz'altro risultare insolito. In più, pensiamo alla spietata naturalezza con cui si narrano i pensieri cinici e realmente indifferenti dei due giovani fratelli, Michele e Carla, uniche due figure critiche, in grado di operare una critica alla società in cui vivono.

Talvolta, alcuni critici hanno rintracciato nella figura maschile di Michele una sorta di proiezione autobiografica: stesso sguardo impietoso e critico, stessa famiglia senza padre (il padre di Moravia gli è sconosciuto fino ai vent'anni), con una madre fedifraga che lo stesso Moravia in un'intervista denuncia tale, sicuramente qualche dubbio viene. Come in ogni caso simile, però, è necessario prestare attenzione a non operare una proiezione meccanica di questi elementi autobiografici: mai dimenticare che si tratta di un romanzo, e che l'autore giovanissimo opera una rilettura della propria esperienza!

Attorno all'esperienza famigliare, notiamo i due temi chiave che si intrecciano e muovono le fila dell'intera vicenda: sesso e soldi, rappresentati rispettivamente da Marx e Freud, due tra i pensatori che maggiormente hanno influenzato Moravia nella stesura dell'opera.
Così, infatti, abbiamo l'ipoteca sulla casa famigliare, e d'altro lato la prospettiva che la giovane Carla ceda all'amante della madre. Per cosa? Solamente per cambiare vita, trovare un senso alla quotidianità che è altrimenti spossante, noiosa, fino a portare a un senso di alienazione. Da qui deriva la scelta di Moravia di parlare spesso di oggetti-simbolo ricorrenti che rappresentano lo stesso distacco dalla vita: innanzitutto lo specchio, e poi i manichini, definiti "fantocci".

Quest'insieme di tematiche ciniche porta all'affermazione di una crudeltà continua - tema poi imperante nel corso di tutto il '900, si vedano Kafka, Tozzi - che denuncia il rapporto negativo col mondo.

Curiosità: si notino nel corso dei primi capitoli i diversi ingressi dei tre personaggi femminili: Carla, la madre Mariagrazia e l'amica Lisa - elementi caricaturali in ogni descrizione.