sabato 6 gennaio 2007

L'enigmatico erotismo di Mario Soldati



Le lettere da Capri
di Mario Soldati
Oscar Mondadori, Milano 2005

1^ edizione: 1954
pagg. 277 €7,40


L'amore per Soldati non è mai stato svincolato da problematiche psicologiche, in cui affonda la sua penna, vivida e vivace. In quest'opera, dove si legge la maturità piena dell'autore, l'inizio potrebbe sembrare banale, per non dire scontato: Harry, studioso d'arte americano, lascia la moglie in America per poter vivere con una prostituta, Dorothea, di cui s'è invaghito. Questa, tuttavia, è solo la superficie della storia reale, superficie che si offre agli occhi dell'io-narrante, ben identificabile con lo stesso autore.

In seguito, attraverso la tecnica narrativa di affidare a un manoscritto, bozza per una sceneggiatura, le parole di Harry, scopriamo gli innumerevoli flashbacks in cui si dipana una storia ambigua ed intricata. L'io-narrante Mario Soldati si limita a sparire dietro la cortina della sceneggiatura, lasciando a Harry la parola, per ricomparire solo alla fine del romanzo.
Il vero nucleo narrativo, dunque, è costituito da questa confessione disillusa, sincera, in cui si scopre che al tradimento di Harry corrisponde il tradimento della moglie Jane, ma entrambi non hanno il coraggio di lasciarsi, e le menzogne s'accavallano... Fino alle lettere da Capri, rivelatrici dell'intera ed intricata storia d'amore che porterà Harry, smanioso per Dorothea, a sovrapporsi alla moglie Jane, innamorata di un italiano conosciuto in guerra, Aldo.

Cos'è l'amore? Cosa l'affetto? E cosa il desiderio? A queste domande, l'autore risponde indirettamente, attraverso i lunghi monologhi dei personaggi, sempre in grado di riflettere su se stessi con una veridicità quasi dolorosa: sia Harry che Jane, ad esempio, sanno di essere in preda alla follia passionale rispettivamente per Dorothea e per Aldo, ma non sono in grado di fuggire l'irrazionalità del sentimento.

Viene spontaneo, quindi, domandarsi se questi personaggi sono, tutto sommato, degli inetti: no di certo in senso sveviano, né dannunziano. Diciamo che di certo vi è una componente, dal momento che sono attori e spettatori del loro stesso rovello interiore, ma sono troppo lucidi, e troppo lucido è anche il finale, per permettere un'etichettatura. Piuttosto, tenderei a leggere in Jane e in Harry una visione amara dell'amore e dei legami sentimentali: se sono accecati dalla passione, sono ugualmente destinati a fallire; altrimenti, è la noia del quotidiano.

Anathea