domenica 1 ottobre 2017

#CriticaNera - I gialli sono cose "serie" (1^ parte)


(NICOLA CAMPOSTORI)
Quando Alessio Piras, che ho avuto modo di conoscere grazie ad una lunga chiacchierata sul noir pubblicata su queste pagine, mi ha fatto sapere che il suo secondo libro stava per essere pubblicato era già qualche tempo che volevo approfondire la questione della serialità nel romanzo di genere. Visto che Nati in Via Madre di Dio (edito dai Fratelli Frilli) riprende i protagonisti di Omicidio in Piazza Sant'Elena proponendosi quindi come la seconda indagine di Marino e Pagani, ho colto al volo questa casualità per fargli qualche domanda sul nuovo volume e sul tema di mio interesse.
Partiamo con alcune indicazioni sulla trama. 25 aprile 2014: il commissario Pagani è chiamato ad indagare sull'omicidio di Roberto Centurioni, un senzatetto di 87 anni morto strangolato. Assieme al suo amico Lorenzo Marino, ricercatore universitario, scoprirà che la vittima aveva fatto il partigiano assieme a suo nonno e al nonno di Lorenzo. Questa coincidenza fa sentire i due protagonisti ancora più coinvolti: la coppia, a pochi mesi di distanza dal primo caso che ha affrontato insieme, tornerà subito in pista.
Alessio, quando è nata l'idea di una seconda avventura di Marino e Pagani? Pensavi già a più libri quando hai iniziato a scrivere Omicidio in Piazza Sant'Elena? Perché hai scelto di proseguire con questi protagonisti invece che inventarne di nuovi?


(ALESSIO PIRAS)
L’idea di costruire una serie con protagonisti Marino e Pagani è nata mentre scrivevo Omicidio in Piazza Sant’Elena. La ragione è molto semplice: volevo sviluppare più approfonditamente questi personaggi, i comprimari e il loro universo. Avevo forse anche bisogno di navigare in acque sicure per un po’, senza lanciarmi in nuove creazioni, ma arricchendo quello che avevo già creato e che in Omicidio… non mi sembrava affatto esaurito.



(NC)
In generale, cosa ne pensi della serialità? Quali sono i vantaggi e quali gli svantaggi, sia a livello narrativo che di rapporto coi lettori?


(AP)
Della serialità penso tutto il bene possibile. È insito nella letteratura: pensa alla Commedia, o ancora meglio al Don Quijote, con una prima e una seconda parte uscite a distanza di 5 anni l’una dall’altra e la seconda in risposta a un seguito apocrifo. Ma la serialità deve avere un senso, deve aggiungere e non ripetere; affezionare e non annoiare. La serialità può dare allo scrittore l’opportunità di creare un universo che non si esaurisce nello spazio di un romanzo, ma va oltre e si protrae su più pubblicazioni e dura anni, decenni in alcuni casi. Questo universo può essere scavato a fondo e, alla fine, questo scavare, indagare, scolpire, ricreare, dettagliare dello scrittore seriale non è altro che uno scavare, indagare, scolpire, ricreare, dettagliare la realtà, la società che circonda lo scrittore. L’universo non narrativo si riversa in quello narrativo nella sua complessità e totalità. E non riguarda solo il noir: prendi l’universo di Macondo, non è solo presente in Cent’anni di solitudine, ma lo è anche in altri romanzi e racconti di García Márquez. In una recente chiacchierata che ho avuto con il mio collega Alessandro Bastasi, uno dei rari giallisti a non scrivere per serie, abbiamo convenuto che alla fine la serie è vista da molti come un obbligo, quando invece deve essere qualcosa di naturale. Se forzata, non funziona. Lui, ad esempio, è un maestro del genere noir, di recente Piergiorio Pulixi ha speso ottime parole per lui, ma nella serie si vedrebbe ingabbiato. Io, invece, mi sento libero e meno insicuro. Questo si riflette anche nel rapporto con i lettori che si affezionano sì ai personaggi, ma soprattutto alla penna, allo stile e alle atmosfere che uno scrittore è in grado di ricreare. Il patto poi tra scrittore e lettore è chiaro: il lettore di Bastasi non si aspetta una serie, una ripetizione; quello di Carlotto, sì. Ma sia il lettore di Bastasi che quello di Carlotto si aspettano un libro all’anno dai loro autori ed è questo, alla fine, che cimenta il rapporto.



(NC) 
Da genere a genere la potenzialità della serialità cambia: nel fantasy, ad esempio, l'autore crea un universo inventato e più larga è la sua fantasia più possibilità ha di raccontare storie e ambientazioni di quel mondo nel corso di più puntate. Come dici tu, invece, in un genere più fortemente attaccato alla realtà quale è il noir, la serialità permette l'approfondimento. In entrambi i casi, comunque, avere più pagine a disposizione consente sicuramente ai personaggi di evolvere e ai lettori di conoscerli meglio; nonostante Nati in Via Madre di Dio sia ambientata a pochi mesi di distanza da Omicidio in Piazza Sant’Elena, si scoprono cose in più rispetto al libro d'esordio: il fatto che Lorenzo ha un fratello e che i rapporti con lui sono burrascosi, la mutazione del rapporto tra il protagonista e la sua ragazza Mary... Riprendendo la distinzione fatta da Sandrone Dazieri (e citata da Elena Sizana in un post su questo sito) tra serialità “debole”, ovvero basata sul ritorno dell'eroe e delle situazioni narrative, ed una “forte”, fondata invece sull'evoluzione degli stessi elementi, dove collocheresti la tua saga? Quale ti attira di più come scrittore e come lettore?  



(AP)
Dove sta la mia serie lo devi dire tu! Io lavoro e scrivo con un obiettivo: che sia una serie forte in cui ci sia un’evoluzione degli stessi elementi. Come la crescita dei personaggi; una loro caratterizzazione e definizione più approfondita della loro storia e una visione dell’ambiente da più punti di vista. Ma anche, e soprattutto, l’introduzione di nuovi elementi che a loro volta divengono seriali.

(NC)
Nel nuovo romanzo scopriamo anche dei risvolti dell'indagine al centro di Omicidio in Piazza Sant'Elena, che confermano il pessimismo sulla giustizia che già avevi espresso. Non solo il colpevole sta evitando il carcere preventivo grazie alle sue entrature, ma si è anche provveduto a relegare Pagani in un commissariato meno importante, quello di San Fruttuoso, per punire la sua libertà d'azione. Una curiosità: hai deciso il trasferimento del commissario perché volevi ambientare il nuovo delitto in piazza Martinez o, al contrario, l'idea di far trasferire il poliziotto ha determinato il luogo dell'omicidio? Più in generale, come ha influito la volontà di proseguire la serie sulle scelte narrative?


(AP)
Genova è una città molto inflazionata dai giallisti e ancora di più lo è il suo nucleo più antico. Ma la Genova di oggi è un susseguirsi di delegazioni ponentine, levantine e dell’entroterra che sono state annesse alla città a partire dalla fine del XIX secolo. Queste delegazioni, Comuni a sé un tempo, sono diventate quartieri, spesso popolosi e popolari, che identificano Genova forse più che la città vecchia, ne sono il riflesso moderno. San Fruttuoso è tra questi: faceva comune, si estende nel primissimo entroterra nella Val Bisagno ed è da sempre quartiere variegato, non appannaggio di una sola classe sociale (non è né borghese né operaio) ed estremamente caotico, con le sue strade in salita che si inerpicano sulle colline prospicienti il torrente Bisagno (sì quello che esonda ogni due-tre anni). Aggiungi che a San Fruttuoso sono affettivamente legato. Quindi, dalla volontà di spostarmi dal centro sommata a quella di parlare di un luogo del cuore è nata l’idea, nel suo complesso, non solo di una scena del delitto spero originale per Genova, ma anche di far essere sia Lorenzo che Andrea sanfruttuosini: nel presente narrativo il primo vive nella città vecchia e il secondo a Sturla (altro vecchio Comune annesso, a Levante), ma entrambi sono di San Fruttuoso, o Sanfru come la chiamano affettuosamente a Genova. Spero che nella personalità di entrambi si rifletta il carattere del quartiere che li identifica e spero che questa scelta venga apprezzata dai lettori, non solo genovesi, ma anche “foresti” (come definiamo i non genovesi nella mia città).



(NC)
Mi sembra di capire che nella stesura di questo secondo libro hai avuto un approccio molto “razionale”, con scelte ponderate che hai poi trasformato in materia narrativa. Ma è arrivata prima l'idea del delitto o la struttura in cui esso viene calato?


(AP)
È stata una scrittura meno impulsiva e più organizzata. Tra la stesura di Omicidio e questo c’è una tesi di dottorato nel mezzo, che mi ha insegnato a darmi delle regole nella scrittura, dei tempi, una organizzazione. Viene prima l’idea, o meglio il tema di cui voglio parlare, poi viene il delitto e solo alla fine lo scheletro del romanzo che poi lavoro e modifico fino al risultato finale.

(NC)
La serialità rende ancora più evidenti i temi che ti stanno a cuore, che possono essere ribaditi: su tutti l'amore per Genova. Le tue pagine trasudano questo sentimento. Non vengono tanto descritte le strade, gli edifici, quanto le sensazioni, il clima, l'aria dell'affascinante città ligure. È un sentimento ambivalente: Genova, “madre bagascia che ti getta via”, che come la Marsiglia di Izzo è stata patria di esuli che lì potevano sentirsi a casa, è soffocante quando ci vivi, ma ti accorgi di amarla quando sei lontano e la nostalgia ti colpisce. La si ama nell'assenza, questa magica città.


(AP)
Come diceva De André, “Genova è una città da rimpiangere”. Ma non solo: credo che i genovesi siano un popolo, forse unico in questo con i portoghesi, che è nostalgico senza andarsene. Mi spiego: letteralmente nostalgia significa “dolore del ritorno” e si verifica quando, lontano da un luogo o una persona, un essere umano ritorna con il pensiero a quel luogo e a quella persona, provando una forte malinconia. Ecco il genovese non ha bisogno di essere distante da Genova per averne nostalgia. Siamo afflitti da una saudade eterna che probabilmente si deve a quella che StefanoCrivelli ha qui definito una iperidentità dovuta a un passato ipoteticamente glorioso, che non tornerà. E di questo non ritorno ci sentiamo un po’ responsabili, forse, perché incapaci o inadatti a prendere le redini di questo angolo di mondo e farlo grande.


(NC)
Nel caso del protagonista questa nostalgia è addirittura doppia: ora che è a Genova Lorenzo rimpiange Barcellona. Vista l'importanza che ha anche la città spagnola, sarebbe interessante leggere un'avventura in terra iberica. Che ne dici? O Genova è l'unico territorio possibile per le tue storie?


(AP)
Sto scrivendo il terzo romanzo e non sarà solo Genova lo scenario in cui si muovono i personaggi. Ma non aggiungo altro.

A presto con la seconda parte del dialogo!

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