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Se un nido cade: la metafora perfetta del desiderio di mettere radici nel romanzo d'esordio di Laura Sordi

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Se un nido cade
di Laura Sordi
Astarte, dicembre 2025

pp. 173
€ 16 (cartaceo)

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Di tanto in tanto prova a muovere l'ala ferita: struscia la mano di Eva sul cambio, distraendola di continuo. «Shhh» faccio piano.

La sua vita e la mia dipendono da quanto lasciamo Eva concentrata sulla guida. Lui sembra capire. Seguo tutta la lunghezza del suo collo, che ricalca il percorso della mia cintura di sicurezza. Il becco sporge oltre la mia spalla. Un becco piuttosto inquietante. Non lo avevo mai visto così da vicino. Mordono, i fenicotteri? Mi sembra tutt'altro che aggressivo. Anzi, me lo dichiara apertamente accasciandosi sul mio petto e facendo, senza il minimo sforzo, una torsione del collo che gli invidio tantissimo. Non ha altra scelta che fidarsi, mi dice, con i suoi occhi gialli. Mi sembra che il battito del suo cuore stia rallentando. È più calmo, o sta morendo? (p. 107)

Laura Sordi firma il suo esordio con questo piccolo romanzo per Astarte raccontandoci una storia molto dolce, in qualche modo confortevole: Pietro ha poco più di quarant’anni, vive in Sicilia e ha dato nuova vita a una salina artigianale abbandonata, trasformandola in un progetto imprenditoriale e, direi, esistenziale.
Un viaggio a Roma riapre però una serie di fratture: un incontro inquietante con un detenuto che dice di conoscerlo, il rapporto irrisolto con la famiglia e soprattutto con la sorella Eva, sempre al centro dell’attenzione, e una costante incapacità di scegliere nelle relazioni sentimentali.
Tra pranzi di lavoro, feste, amicizie caotiche e app di incontri, Pietro si muove ma, di fatto, senza metodo, senza fare nulla per davvero, come se combattesse contro i mulini a vento.

Tornato alla salina, cerca di costruire qualcosa di reale, di solido - la salina con i suoi uccelli, i suoi fenicotteri e il loro ritorno, e quindi il ritorno della vita - ma resta sempre combattuto tra la voglia di fuggire e quella di restare.

Il suo tentativo di dare un senso agli sforzi compiuti si raccoglie intorno a un progetto: far posare i fenicotteri nella salina attraverso la costruzione di nidi. Il nido, in questo caso e sottolineando il titolo, non è solo un espediente azzardato per attirare i fenicotteri, ma anche una metafora del conflitto di Pietro: come simbolo di casa, di spazio sicuro, il nido - nella forma oggettiva e narrativa - è il desiderio del protagonista di trovare un posto saldo, di sentirsi parte di un luogo che possa accoglierlo.

Si può dire sia una figura mentale che attraversa tutto il romanzo: il nido è prima di tutto la famiglia, un luogo che dovrebbe proteggere e invece, nel suo caso, è instabile, sbilanciato, dominato da dinamiche irrisolte (e mi viene da dire, quale famiglia non lo è?). Pietro non è mai davvero “caduto” fuori da quel nido, ma nemmeno vi è rimasto dentro: ci torna, lo osserva, ne sente la presenza, ma senza riuscire a trovarvi una posizione propria. 

Rientra nella metafora anche il tentativo di radicamento: una relazione, una scelta sentimentale, persino la salina. Pietro costruisce e investe nel suo territorio, ma affettivamente rimane sempre pronto al decollo, sul punto di prendere il volo senza però lo slancio necessario a fare il salto finale. Vuole rimanere? Vuole andare via? Il dilemma è tangibile.

Io non appartengo alla categoria di quelli che vivono l’attesa con eccitazione. Io non ho pazienza. (pg. 18)

Infine, il nido è l’illusione di una stabilità possibile. Riprendendo il titolo, quando (e se) un nido cade, non vi è solo una perdita, ma anche la fine di un’attesa. Il romanzo racconta proprio questo punto di crisi: il momento in cui non si può più fingere che basti restare in equilibrio. 

Il testo ha diversi pregi: il personaggio principale ha una voce netta, coerente, immediatamente identificabile; il suo movimento mentale traina l'intera trama: i suoi pensieri, i tic, le ossessioni, i ritorni: tutto è orchestrato non perché succeda necessariamente qualcosa fuori, ma senz'altro succede qualcosa dentro di lui; Eva è un personaggio femminile ben riuscito: disordinata, eccessiva, affettuosa, insopportabile, non è una spalla, un simbolo, o una funzione narrativa. È un corpo che entra in scena e scompiglia le carte in tavola. Ho notato che ogni volta che compare, il testo cambia temperatura (a questo proposito, sarebbe stato bello fare lo stesso lavoro per i personaggi secondari, che sembrano un po' di contorno).

Infine vi è un uso intelligente del simbolico: gli uccelli, i nidi, i fenicotteri, la salina, come dicevo poco fa.

Uno degli aspetti più riusciti del testo è proprio la gestione dello spazio simbolico: il carcere di Rebibbia, la salina siciliana, la casa dei genitori, l’aereo, la festa. Luoghi molto diversi che condividono una stessa qualità claustrofobica. Anche quando lo spazio è aperto, naturale, teoricamente libero, il narratore - voce in prima persona - lo attraversa come se fosse delimitato da pareti invisibili.
La libertà quindi non è un dato scontato e un po' infantile, ma uno spettacolo osservato da lontano - proprio come gli uccelli dei birdwatcher - simbolo perfetto e riassuntivo del carattere di Pietro, che ama la contemplazione che non implica partecipazione.

Un romanzo svelto, piacevole, dal formato perfetto per stare in tasca.

Deborah D'Addetta