in

Identità e lontananza: le dieci biografie straordinarie di "Fantasmi romeni" di Carolina Vincenti

- -


Fantasmi romeni
di Carolina Vincenti
La Lepre Edizioni, novembre 2025

pp. 112
€ 16,00 (cartaceo)


«Appartenere è un balsamo che genera benessere, come sanno bene coloro che s'incammino nel mondo alla ricerca di un'identità», scrive Carolina Vincenti nell'introduzione al libro. Questa introduzione vuole essere, in realtà, una sorta di lettera al figlio Filippo in procinto a trasferirsi in Romania, la terra dei nonni. L'autrice, nata a Bucarest, vissuta a Beirut e ora residente a Roma (dove ha studiato), attraverso la decisione del figlio di "ritornare alle radici", cerca la propria identità. Lo fa ripercorrendo dieci figure di esuli romeni
Ciò consente ai lettori italiani di scoprire o riscoprire figure di intellettuali di una cultura erroneamente considerata marginale nel contesto europeo. Ci sono personaggi celebri come Mircea Eliade, Emil Cioran e Sergiu Celibidache, e molti altri che per il pubblico italiano sono una interessante scoperta; come il principe orientalista Cantemir, la principessa letterata Marta Bibescu o l’archeologa Elena Ghica. Queste figure sono in qualche modo tutte segnate dall’essere “vagabondi”, sia nel senso fisico (hanno vissuto tutti da esuli) che anche come commistione fra culture e ambiti di interesse.
Vi sono figure straordinarie, quali Elena Ghica,
esploratrice fino in fondo al midollo, durante un soggiorno in Grecia ebbe modo di varcare le soglie del proibito riuscendo a penetrare nella vita monastica del Monte Athos. Mai attraversato da donne, la porta si era schiusa come per incantamento per la principessa fanariota. (p. 27)

Lo spostamento, le vite tumultuose, spesso bohémien, sono la cifra esistenziale che unisce questi dieci profili. Apolidi non per scelta, ma per condanna storica; hanno vissuto la trasformazione della loro capitale: dagli splendori della Belle Époque al rigorismo architettonico sovietico. Il terremoto del 1977 aveva dato un colpo di spugna alla capitale e così Ceausescu aveva approfittato delle macerie del terremoto per cancellare il volto borghese, mitteleuropeo della città.

Al posto della Bucarest di Eliade e dei suoi abissali piaceri, ineluttabili eventi avevano fatto sorgere la cupa città dei Ceausescu. Piccoli villini unifamiliari, assieme a un repertorio multicolore di stili architettonici, e il divertissement di una classe di architetti colti dovevano lasciar spazio al proliferare infinito di grigi falansteri comunisti. A questi alveari lugubri era dato il compito di cancellare le due anime del paese - quella ampia e contadina, fatta di legno, di paglia e di terra, e quella ancora esile e borghese tornita nel cemento, nei giardini, negli alberi esotici per costruire il cammino verso il trionfo di un'antiestetica proletaria programmatica. (p. 55)

Anche la caduta del comunismo, tuttavia, non ristabilirà la Bellezza, ma darà sfogo ad ondate di speculazione immobiliare. Tutt'oggi, scrive Vincenti, 

la sofferenza delle anime si riflette nella geografia cittadina sfregiata e la dolce vita da tempo è dilaniata dalla ferocia. Rimane la tenerezza delle parole. (p. 61) 

Fantasmi romeni raccoglie proprio la "tenerezza delle parole", anche quelle disperate e commoventi di Cioran, qui definito «il filosofo più tragicamente grande del secolo scorso» (p. 63).
Disperato, eppure leggero e ironico come sanno essere i romeni. 
Dalla Transilvania aveva portato con sé una sola reliquia, un tappeto tessuto a telaio dalla madre nel borgo natio di Rasinari. Come per un musulmano, era stata quella la sua preghiera. Un frammento di casa che lo aveva accompagnato come un amuleto dalla terra perduta. Nella solitudine dell'esilio, per aver accesso ai libri, frequentava l'università. Un perenne fuoricorso e una continua immersione nei testi, quasi a simboleggiare il legame inscindibile tra vita, scrittura e lettura. Si sfarinavano gli anni durante i quali credere nella storia e nella capacità umana di ordire mondi migliori. Lo sfacelo delle ideologie trascinava con sé le certezze riguardo all'umano agire. Dovendo come Nabokov domare l'insonnia, trasformò le notti bianche in immense letture. Il francese diventò la "camicia di forza" del suo lirismo. L'ironia dei francesi prerivoluzionari, i loro calembour e i loro giochi di parole furono amalgamati alla visionaria febbre dell'Est di cui era portavoce. "Sono votato alla sterilità, al frammento, all'abbozzo" dichiarava a Eliade uno sradicato Cioran. Come Nabokov e Ionesco, era stato condannato alla perdita della lingua ma a differenza loro era privo di lettori. (p. 66)

Il tappeto e altre reliquie, custodite da questi dieci esuli di eccezione, sono il simbolo dell'attaccamento dalla patria perduta, della disperata volontà di perpetrare un'identità. Questa nostalgia e questa fierezza costituiscono l'anima del libro di Carolina Vincenti, ciò che rende la sua lettura edificante.

Deborah Donato