Fantasmi romeni
di Carolina Vincenti
La Lepre Edizioni, novembre 2025
esploratrice fino in fondo al midollo, durante un soggiorno in Grecia ebbe modo di varcare le soglie del proibito riuscendo a penetrare nella vita monastica del Monte Athos. Mai attraversato da donne, la porta si era schiusa come per incantamento per la principessa fanariota. (p. 27)
Lo spostamento, le vite tumultuose, spesso bohémien, sono la cifra esistenziale che unisce questi dieci profili. Apolidi non per scelta, ma per condanna storica; hanno vissuto la trasformazione della loro capitale: dagli splendori della Belle Époque al rigorismo architettonico sovietico. Il terremoto del 1977 aveva dato un colpo di spugna alla capitale e così Ceausescu aveva approfittato delle macerie del terremoto per cancellare il volto borghese, mitteleuropeo della città.
Al posto della Bucarest di Eliade e dei suoi abissali piaceri, ineluttabili eventi avevano fatto sorgere la cupa città dei Ceausescu. Piccoli villini unifamiliari, assieme a un repertorio multicolore di stili architettonici, e il divertissement di una classe di architetti colti dovevano lasciar spazio al proliferare infinito di grigi falansteri comunisti. A questi alveari lugubri era dato il compito di cancellare le due anime del paese - quella ampia e contadina, fatta di legno, di paglia e di terra, e quella ancora esile e borghese tornita nel cemento, nei giardini, negli alberi esotici per costruire il cammino verso il trionfo di un'antiestetica proletaria programmatica. (p. 55)
Anche la caduta del comunismo, tuttavia, non ristabilirà la Bellezza, ma darà sfogo ad ondate di speculazione immobiliare. Tutt'oggi, scrive Vincenti,
la sofferenza delle anime si riflette nella geografia cittadina sfregiata e la dolce vita da tempo è dilaniata dalla ferocia. Rimane la tenerezza delle parole. (p. 61)
Dalla Transilvania aveva portato con sé una sola reliquia, un tappeto tessuto a telaio dalla madre nel borgo natio di Rasinari. Come per un musulmano, era stata quella la sua preghiera. Un frammento di casa che lo aveva accompagnato come un amuleto dalla terra perduta. Nella solitudine dell'esilio, per aver accesso ai libri, frequentava l'università. Un perenne fuoricorso e una continua immersione nei testi, quasi a simboleggiare il legame inscindibile tra vita, scrittura e lettura. Si sfarinavano gli anni durante i quali credere nella storia e nella capacità umana di ordire mondi migliori. Lo sfacelo delle ideologie trascinava con sé le certezze riguardo all'umano agire. Dovendo come Nabokov domare l'insonnia, trasformò le notti bianche in immense letture. Il francese diventò la "camicia di forza" del suo lirismo. L'ironia dei francesi prerivoluzionari, i loro calembour e i loro giochi di parole furono amalgamati alla visionaria febbre dell'Est di cui era portavoce. "Sono votato alla sterilità, al frammento, all'abbozzo" dichiarava a Eliade uno sradicato Cioran. Come Nabokov e Ionesco, era stato condannato alla perdita della lingua ma a differenza loro era privo di lettori. (p. 66)
Il tappeto e altre reliquie, custodite da questi dieci esuli di eccezione, sono il simbolo dell'attaccamento dalla patria perduta, della disperata volontà di perpetrare un'identità. Questa nostalgia e questa fierezza costituiscono l'anima del libro di Carolina Vincenti, ciò che rende la sua lettura edificante.
Deborah Donato
.png)
Social Network