Leggere Lezioni dalle rovine di Davide Bregola (Avagliano Editore, 2025) è come assistere al dipanarsi di un dolore atavico e necessario: si rimane attoniti nella propria impotenza, sospesi tra apprensione e stupore, con la sensazione di aver sfiorato la totalità della vita. È ciò che accade, del resto, quando uno scrittore ha qualcosa da dire – in questo caso da ricordare: che nella letteratura esiste conforto, corrispondenza e antidoto per la (in)comprensione delle contraddizioni umane. Ci riesce in centocinquanta pagine, affidandosi alla forma del memoir, restituendo un racconto di vita – il suo – intrecciato ai profili di alcuni autori italiani che ha conosciuto personalmente e profondamente ammirato, a ciascuno dei quali è restituita nuova luce: Vitaliano Trevisan, Umberto Bellintani, Ivano Ferrari e Marosia Castaldi, considerati “piccoli classici” lontani dalle luci della ribalta.
Attraversando i frammenti di trent’anni di vita, dai venti ai cinquanta, avvicendati dal cambio di quattro lavori, Bregola ricostruisce i tasselli che hanno fatto incrociare, quasi inevitabilmente, la sua strada con l’opera di scrittori che ancora oggi gli scavano «qualcosa dentro ma non lo so definire con esattezza». Di Trevisan, autore per Einaudi, sono rappresentate, con tenerezza e mancanza, le scabrosità caratteriali e il sale intellettuale; di Bellintani, poeta di San Benedetto Po, si imprime l'immagine dimessa del gioco a carte tra i tavoli di un bar, a condizione che resti fuori la poesia. L’ammirazione per Ferrari, poeta di Macello, lo condurrà anni dopo, per una fatidica coincidenza, a vivere a pochi passi dal luogo in cui abitava. Infine, dell’artista e autrice Feltrinelli Marosia Castaldi vale forse qui la pena riproporre questo toccante fermo immagine, che rende piuttosto bene l’idea dello stile dell’autore:
Ho scattato una foto dove sono uscite illuminate solo le tue mani secche e grigie, Marosia. Spezzavano il pane mentre mangiavamo là in fondo, all’ultimo tavolo prima del muro. Eri lì ed eri quanto di più vicino alla morte potesse esserci. Mangiavi lenta, masticavi come un rettile, con ritrosia, affanno, fame. Avevi i capelli raccolti in una cosa e un cerchietto di velluto imbottito. Era tutto sfocato, anche le parole uscivano sfocate e non si facevano ricordare. Mangiavi, spaccavi il cibo, ti versavi acqua continuamente, eri un serpente in cerca di una scrittura aperta nella quale la punteggiatura era carestia allo stato embrionale. […] Provavo ad accudirti come il sole potrebbe fare con una lucertola attaccata a un muro scrostato. Ma io non ero il sole, ero solo un riflesso e non riuscivo a fare nulla. (p. 114)
Non sono mai solo aneddoti, quelli di Bregola. C’è la provincia ferrarese, i bagni nel Po, Mantova; ci sono lavori manuali, i libri, gli incontri, i dialoghi in dialetto. Ma tutto assume la forma di una narrazione ordinata che, nella sua linearità e nella ponderata struttura, guida il lettore lungo una direzione precisa e riconoscibile. La sua scrittura produce scosse apparentemente impercettibili: è una scrittura vera, priva di fronzoli, che straborda di autenticità. Lo stile è dinamico e mai monotono, capace di alternare registri altisonanti e plebei, digressioni e accelerazioni dialogiche. Soprattutto, colpisce l’uso sapiente delle ripetizioni, che affiorano nei momenti di maggiore tensione emotiva, quando l’atmosfera si fa sorda, come in una pellicola di Nolan quando l’esplosione deflagra in silenzio. La lettura genera così un sentimento di tenerezza e riconoscenza, la percezione di trovarsi di fronte a qualcosa di vivo, nato da un gesto di generosità e profondo coinvolgimento.
In un tempo in cui l’editoria fatica a distinguere le pietre dai diamanti, e il valore di un’opera sembra misurarsi prima di tutto sulla sua capacità di produrre profitto, Lezioni dalle rovine è un libro che fa centro. Fa centro per la cura con cui restituisce, in punta di piedi e con la devozione di chi ama la letteratura, le figure di Trevisan, Bellintani, Ferrari e Castaldi, invitando il lettore a ri-scoprirne l’opera. Ma fa centro soprattutto per l’umanità che lo attraversa: quella di uno scrittore che si racconta nel suo percorso ondeggiante di vita, nel suo apprendistato da operaio-intellettuale, ricordando che la letteratura può e deve tornare ad avere una funzione etica – Leggere, scrivere, vivere del resto è il sottotitolo del libro. Di fronte a questa operazione non si può che restare affascinati e commossi, come accade, appunto, di fronte a delle rovine. Spazi abbandonati, sfaceli della giovinezza, macerie dell’anima.
Giulia Tardio

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