di Renato Minore
La nave di Teseo, novembre 2025
Renato Minore, con Tutto
imparammo dall’amore, titolo che inequivocabilmente rimanda all’omonima
poesia di Emily Dickinson, dona al lettore un libro delicato che
scandaglia in profondità tutte le sfaccettature della vulnerabilità dell’animo umano. Fin dal
titolo, proprio come Dickinson, l’autore dichiara una verità assoluta che non ha bisogno
di dimostrazioni logiche: l’amore è il luogo in cui si impara, spesso
attraverso la ferita, a riconoscere se stessi e il mondo, mettendo
a fuoco il rapporto tra amore, immortalità e linguaggio, loro mezzo espressivo
d’elezione. D’altronde lo sosteneva già Eschilo, a cavallo tra il VI e il V
secolo a. C., che si impara solo attraverso la sofferenza – parliamo del concetto di πάθει
μάθος, espresso all’interno dell’Agamennone –. Non si tratta, dunque, di un testo che
intende spiegare l’amore e l’esperienza di vita, ma di attraversarli, lasciando
che il sentimento diventi il centro generativo di ogni riflessione.
L’opera si articola in cinque
capitoli, che non seguono un andamento narrativo tradizionale, ma sembrano
piuttosto mostrare lo sviluppo, per tappe, di un percorso interiore. Ad aprire il libro è quella che
sembra una tradizionale poesia di dedica, che richiama esplicitamente la
tradizione dei canzonieri, come nel caso del libellus di Catullo, tanto per fare un esempio illustre. Questa
scelta non è solo formale, ma profondamente simbolica: Minore si inserisce
consapevolmente in una linea letteraria dalla tradizione antica, in cui la
parola scritta nasce come gesto di dono, come esposizione del sé a un
destinatario reale o ideale.
Minore affida centralità assoluta alla parola, quella parola necessaria che esprime sentimento e vitalità, ben lontana dal verbo desolato – «l’hai detto con parole di rigore e logica, desolate» (p. 25) – che veicola esclusivamente la logica, perché incapace di restituire il senso profondo dell’esistenza. Scrivere diventa allora un atto vitale, non riconducibile a un “perché” razionale: l’autore stesso sembra ammettere che lo scrivere nasca da un’urgenza, da una spinta che non può essere spiegata ma solo assecondata, proprio come il sentimento che narra: «di me padre che scrive e scrive e scrive chissà per quale ragione risibile davvero davvero»(p. 26).
In questo libro la vita si vive e si comprende attraverso le parole, che diventano strumenti necessari per arginare il costante «scivolare verso il nulla» (p. 38). È in questo senso che il sé, nel testo, «si esprime ed esonda» (p. 59), senza contenimenti artificiali, accettando anche le proprie imperfezioni anzi, soprattutto grazie a loro. Minore si dichiara infatti «fiero di ogni imperfezione»(p. 72), rifiutando le maschere e le semplificazioni, in netta opposizione alla superficialità dei social, spesso criticati come luoghi di esposizione falsa e impoverita dell’identità. Dopotutto «siamo ciò che raccontiamo» (p. 45).
Il tema dello stare insieme
assume una valenza quasi etica: amare significa provare quiete e gioia,
una condizione che non è assenza di conflitto ma armonia profonda. In questo
senso, il pensiero di Minore si avvicina sorprendentemente a Ungaretti, quando
afferma che il vero amore è una quiete accesa: una quiete viva, attraversata da
intensità e consapevolezza, non da immobilità.
Il testo è attraversato da continui
rimandi letterari e filosofici, con citazioni che spaziano da Pascal a
Sant’Agostino, fino a Leopardi, passando per Silvia Plath. Questi riferimenti non appaiono mai ostentati,
ma si intrecciano naturalmente alla riflessione personale dell’autore. È
evidente che più il lettore sia addentrato nella materia letteraria, più sia in
grado di cogliere la stratificazione del testo. Il libro, a ogni modo, rimane
accessibile anche a chi si lascia guidare semplicemente dalla forza emotiva
della scrittura.
La scrittura di Minore è
estremamente delicata, attenta, misurata, eppure intensa. Ogni
frase sembra cercare un equilibrio tra pensiero e emozione, senza mai cadere
nella retorica. È una scrittura che non alza la voce, ma che resta impressa
proprio per la sua capacità di dire l’essenziale.
Tutto imparammo dall’amore è dunque un libro che non offre certezze logiche, ma "solo" esperienze; non definizioni, ma risonanze. È un testo che chiede al lettore di fermarsi, di ascoltare, di accettare la propria vulnerabilità come luogo autentico dell’esistenza. Un libro che dimostra come, ancora oggi, la letteratura possa essere uno spazio di verità, in cui le parole non servono a spiegare la vita, ma a renderla possibile, perché «siamo ciò che raccontiamo» (p. 45).
Corinna Angelucci

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