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«Cerco sempre di perforare quella rispettabile riservatezza inglese e se gli viene l’ulcera sono stata io» l'ironia, il potere delle storie e i legami umani: 84 Charing Cross Road, di Helene Hanff

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84, Charing Cross Road
di Helene Hanff
Bordolibero, 2023

Traduzione di Giuliana Schiavi

pp. 112
€ 16 (cartaceo) 


La duchessa di Bloomsbury Street
di Helene Hanff
Bordolibero, 2024

Traduzione di Giuliana Schiavi

pp. 152
€ 18 (cartaceo)

Ormai da molti anni coordino alcuni gruppi di lettura, in presenza e online; dico spesso che rappresentano un arricchimento notevole, per gli scambi sempre vivaci, attenti, le opinioni accolte con cura, il potere di amplificare le storie e l’esperienza di lettura. Intorno alle storie sono nate amicizie e legami profondi e penso sul serio che le connessioni umane siano la parte più bella del mio lavoro. Non tutte le letture condivise in questi anni naturalmente hanno accolto il favore unanime dei gruppi, ma sempre ne abbiamo saputo distillare spunti di riflessione dentro e fuori dalle pagine. Capita poi che certi libri arrivino al gruppo giusto, nel momento giusto, e creino una particolare atmosfera, consolidino rapporti e spieghino meglio di tante parole perché ancora e sempre abbiamo bisogno delle storie e delle persone. Questo libro in particolare è 84, Charing Cross Road, il memoir epistolare della scrittrici statunitense Helene Hanff, pubblicato originariamente nel 1970, arrivato per la prima volta in italiano nel 1987 per poi sparire un po’ dalla circolazione e riapparso in una nuova traduzione a cura di Giuliana Schiavi nel 2023 per la casa editrice siciliana Bordolibero che a questo celebre libretto ha fatto seguire anche la pubblicazione di La duchessa di Bloomsbury Street, a firma della stessa autrice e strettamente legato al precedente. 84, Charing Cross Road è stato un caso editoriale, una svolta importante nella carriera di Hanff che fino a quel momento era una scrittrice e sceneggiatrice squattrinata e con scarse speranze di successo: la pubblicazione di quell’epistolario, una selezione minima ma molto efficace di vent’anni di scambi tra lei e Frank Doel, il responsabile commerciale di una libreria antiquaria di Londra – sita appunto all’84 di Charing Cross Road – ha immediatamente suscitato l’interesse di numerosi lettori, conquistati da una storia all’apparenza tanto semplice quanto profonda e umana. Ne sono seguiti una trasposizione televisiva, un radio dramma, un’opera teatrale e, molto celebre, l’omonimo film con Anthony Hopkins e Anne Bancroft che sconfina un poco anche nel sequel poc’anzi citato.

La vita è davvero straordinaria. Qualche anno fa non riuscivo a scrivere né a vendere niente, ormai avevo un’età in cui non mi aspettavo più niente. Avevo avuto la mia occasione, ce l’avevo messa tutta e avevo fallito. E come potevo indovinare il miracolo in attesa di avverarsi là dietro l’angolo, nella mia avanzata mezza età? (La duchessa di Bloomsbury Street, p. 58)

È la stessa Hanff ancora una volta a raccontare direttamente come sono andate le cose, sottolineando che forse non è diventata una ricca autrice di bestseller, ma di certo quella storia ha cambiato la sua vita, in modi che vanno al di là della scrittura stessa. Ed è una storia, tanto il memoir epistolare quanto il sequel in forma diaristica, che non smette di affascinarci, un piccolo classico che riesce a superare la prova del tempo anche se nel suo tempo è profondamente radicato e apre le porte a una miriade di spunti e suggestioni in cui il potere delle parole ne rappresentano la stella polare. Un libro perfetto, dicevo all’inizio, per il mio gruppo di lettura più recente, alla sua seconda edizione, che ha cementato legami, convinto anche i più timidi a prendere la parola, aprire la porta del proprio mondo interiore come lettori ed esseri umani. Perché in fondo è proprio di questo che si tratta: le due storie di Hanff parlano di libri e soprattutto dei legami che creano, dell’intimità che si fondano sulle parole e sulle affinità intellettuali, delle connessioni umane che non conoscono distanze geografiche o culturali e sfidano il tempo, gli incidenti della vita, i propri timori. Entrambi contano ognuno poco più di un centinaio di pagine ma tutto ciò che non viene esplicitato, tutto ciò che è appena oltre la superficie della parola stampata, ne amplificano la portata e risuonano nei lettori, di ieri e di oggi. L’edizione italiana ha avuto una fortuna altalenante, dunque sono grata alla casa editrice Bordolibero per la decisione di riportare entrambi i volumi in libreria e se di primo acchito la forma epistolare o il diario vi appaiono respingenti non demordete: la voce di Helene Hanff scorre limpida, l’ironia vivace attraversa la prosa e contrasta perfettamente con i modi pacati e laconici di Frank, il destinatario principale delle sue missive mentre intorno a loro si stringe un coro di voci e persone a legarli da un lato all’altro dell’Atlantico.

[…] ho pensato di scriverle direttamente per conto mio. Tutti qui amiamo le sue lettere e cerchiamo di immaginare come dev’essere di persona. Io ho deciso che lei è giovane e molto sofisticata ed elegante. Per il vecchio Mr Martin lei ha l’aspetto della studiosa nonostante il suo meraviglioso senso dell’umorismo. (84, Charing Cross Road, p. 17)

La prima lettera di Helene è datata 5 ottobre 1949, genericamente indirizzata alla Mark & Co.: inizia lì una corrispondenza ventennale che dai primi scambi commerciali con le richieste dell’autrice soprattutto di particolari edizioni di classici inglesi del Settecento diventa un legame profondo, un’amicizia che coinvolge non solo i due protagonisti ma anche il microcosmo intorno alla libreria antiquaria, dalla moglie e le figlie ad amici e vicini di casa. Vent’anni che scorrono sulla pagina attraverso una selezione minima di lettere, alcune ravvicinate altre molto distanti tra loro, e a scorrere sono le vite di quelle persone e di una nazione intera, dal difficile periodo post bellico all’incoronazione della regina Elisabetta II, il peculiare rapporto degli inglesi con la monarchia, i mutamenti sociali delle epoche che attraversiamo lungo la storia. Ancora, vent’anni durante i quali Helene progetta senza mai crederci sul serio un viaggio a Londra, per varcare finalmente le porte della libreria e dare un volto alle persone che sono ormai parte integrante della sua vita, al pari di chi frequenta nella realtà ogni giorno, destinatari delle sue lettere ma anche del suo affetto e dei doni che non manca di fare loro nel difficile momento del razionamento post bellico.

Ho aperto le tende e… fintanto che vivrò non dimenticherò mai quell’attimo. Dall’altra parte della strada un’ordinata fila di case in mattoni con bianchi gradini d’accesso se ne stavano là a guardarmi. Sono normalissime case del diciottesimo o diciannovesimo secolo ma nel guardarle ho capito di essere a Londra. Mi ha preso una specie di stordimento. Non vedevo l’ora di scendere in quella strada. (La duchessa di Bloomsbury Street, p. 17)

Un viaggio sognato, rimandato per moltissimo tempo adducendo le scuse più diverse, che si concretizza infine quando in un certo senso è troppo tardi: troppo tardi per la libreria che ha chiuso i battenti, troppo tardi per stringere le mani dell’amico. Ma a Londra infine ci arriva e la racconta ai lettori con una sorprendente vivace ironia– sorprendente perché a seguito di certi eventi era facile pensare i toni sarebbero stati ben diversi – , travolta dall’affetto delle persone che sono lì per lei, ad accoglierla e accompagnarla alla scoperta della sua città, cercando la Londra dei suoi libri, dei suoi autori.

Un giornalista di mia conoscenza di stanza a Londra durante la guerra dice che i turisti vanno in Inghilterra con idee preconcette e così trovano esattamente quello che vanno cercando. Gli ho detto che io andrei a cercare l’Inghilterra della letteratura inglese e lui mi ha risposto: «Beh, allora la trovi». (84, Charing Cross Road, p. 20)

Entrambe queste storie sono a loro modo un canto d’amore: per Londra e la letteratura inglese, per il potere della letteratura, la forza dei legami che attraverso le parole trovano il modo di esistere e nutrirsi, ed è anche la ragione principale per cui dicevo all’inizio trovo siano letture ideali per essere condivise in un gruppo dove, aggiungo, la lettura è sempre molto attenta e non si limita mai alla superficie delle cose, alla trama più immediata. La scorrevolezza del testo, le faccende più evidenti e la trama esplicita sono infatti solo un aspetto della storia: tra le lettere e le pagine del diario di Helene si aprono come si accennava riflessioni sulla società, sulle relazioni tra individui e sui legami nati intorno alle parole, sull’oggetto libro e le modalità di lettura, sulla scrittura e molto altro. Viene da interrogarsi se e quanto la forma degli scambi tra Helene e Frank abbia in qualche modo contribuito alla creazione stessa del loro legame, alla profondità dei pensieri contenuti, al tempo e alla cura con cui si sono dedicati loro e gli altri al rapporto reciproco. È la lettera e il tempo che richiede, ma anche il momento storico, la predisposizione di entrambe le parti per la cura verso la parola, ad aver reso più possibile il legame e la profondità dell’amicizia? Sarebbe stato ugualmente possibile in un’epoca diversa, se i pensieri fossero stati affidati alle mail o, addirittura, ai messaggi?

Quel che è certo, l’intimità che si crea tra Helene e i suoi amici supera i confini geografici e culturali ed è un’amicizia tra anime affini: come in diverse occasioni i suoi amici newyorkesi le ricordano, negli anni avrebbe senz’altro potuto trovare e velocemente buone edizioni dei classici da lei desiderati in qualche libreria della città; ma non è mai stato quello il punto, in fondo. È il legame che si è creato, le infinite possibilità che da un libro richiesto portano a un altro suggerito e a un altro e a un altro ancora. È il piacere di parlare francamente di libri con coloro che condividono una simile viscerale passione, di immaginare quegli scaffali polverosi di legno scuro custodi di chissà quali tesori. È l’eco delle parole degli altri destinatari delle sue lettere nella vecchia Londra. È quello che ancora oggi ci fa preferire la libreria di quartiere ai colossi del mercato online – cui qualche volta cediamo, con rammarico – , a scegliere la carta al posto del digitale. E, almeno per me, a sorridere di fronte alle manie di lettrice di Helene:

Il mio problema sta nel fatto che nel tempo in cui gli altri leggono cinquanta libri io leggo un libro cinquanta volte. Mi fermo solo quando, arrivata diciamo a pagina 20, mi accorgo di poter recitare pagina 21 e 22 a memoria. Allora lo metto da parte per qualche anno. (La duchessa di Bloomsbury Street, p. 115)

Una strada che chi fa il mio mestiere non può permettersi troppo spesso di percorrere, ma un sentimento che comprendo bene. Come comprendo bene il piacere di una vecchia edizione, un libro che ha già vissuto qualche vita precedente prima di arrivare sul mio scaffale, che si apre da solo sulle pagine più lette, le note a margine e le sottolineature a raccontare un’altra storia oltre a quella stampata.

Amo le dediche sul risguardo e le note a margine, mi piace il senso di cameratismo che provo nel girare pagine che qualcun altro ha girato, e leggere passi su cui qualcuno da tempo scomparso ha attirato la mia attenzione. (p. 35)

Un e-reader indicherebbe un tempo di lettura piuttosto contenuto per entrambe queste storie. La loro eco è senza dubbio molto più estesa.

Debora Lambruschini