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Squali, sgombri e altri piccoli incidenti domestici, in un caposaldo della letteratura umoristica britannica: "Alla buon'ora, Jeeves!" di P.G. Wodehouse

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Alla buon’ora, Jeeves!
di P.G. Wodehouse
Sellerio, 2024

Traduzione di Beatrice Masini

pp. 392
€ 15,00 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)

Audiolibro disponibile su Audible (tempo di ascolto: 7 ore e 56 minuti); legge Paolo Cresta.  

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Altro che Luca Ward. Da questo momento in poi la mia devozione imperitura sarà tutta per Paolo Cresta. Non lo conoscevo, ahimè, finché non si è presentato il momento di scegliere l’audiolibro da ascoltare durante il tradizionale viaggio in auto vacanziero, e il titolo che ha messo d’accordo tutti è stato un classico della letteratura umoristica britannica. Premessa necessaria: io sono un tipetto molto difficile rispetto ai prodotti letterari o cinematografici comici. Parto scettica e la maggior parte delle volte provo l’effetto sit-com: più ho la consapevolezza che dovrei ridere, e il testo (o lo schermo) mi suggerisce che dovrei farlo, più sento il male di vivere che mi cala nell’animo. Wodehouse si è rivelato però una scelta vincente.

Alla buon’ora, Jeeves!, pubblicato per la prima volta all’inizio degli anni Trenta, è uno dei primi volumi della serie dedicata alle (dis)avventure dell’aristocratico Bertram Wooster, voce narrante che pure ogni tanto parla di sé in terza persona, e del suo maggiordomo, l’impassibile Jeeves, grande solutore di problemi.

Nel caso specifico, in particolare, Berty si trova ad essere particolarmente indispettito perché molti dei suoi amici, nel momento del bisogno, si rivolgono a Jeeves anziché a lui. Decide quindi di prendere in mano le redini, come si confà a un uomo della sua posizione, e di occuparsi personalmente di due spinose questioni: l’improbabile innamoramento del suo amico Gussy, esperto allevatore di tritoni, per la romantica Madeleine Bassett, e la rottura della cugina Angela con il fidanzato Tuppy Glossop, per un diverbio in merito a uno squalo che avrebbe potuto essere uno sgombro (o viceversa). Naturalmente, ciascuna sua iniziativa contribuisce a fare andare le cose nel peggiore (e più esilarante) modo possibile.

All’effetto dirompentemente comico contribuiscono due elementi: la prosa frizzante, pungente, espressiva di Wodehouse e la lettura straordinaria di Cresta. Da un lato, quindi, lo scrittore britannico, nel prendersi gioco con affabile bonomia di un’intera classe sociale, utilizza un linguaggio vivido e vivace, spesso arricchito da similitudini e paragoni coloriti che da soli basterebbero a rendere irresistibili i dialoghi tra i personaggi e il configurarsi all’interno della trama del complesso sistema delle relazioni. D’altro canto, il lettore contribuisce a caratterizzare tutti i vari attori in scena in un modo che, una volta sentito, appare imprescindibile: il timido, querulo, Gussy, che prima si paralizza davanti all’amata e si lancia in lunghe digressioni sugli anfibi, poi diventa mattatore una volta assunta la giusta dose di gin e spremuta d’arancia; la lirica, melensa, Madeleine, che si abbandona a continue riflessioni sulle stelle, «la corona di margheritine di Dio», le fate, i tramonti e i cavalieri medievali; la zia Dahlia, collerica e sempre fornita di pittoresche invettive nei confronti del suo incapace nipote; il cuoco Anatole, capriccioso e francese (ma i due aggettivi potrebbero essere interscambiabili); l’iracondo Tuppy, nel suo alternare una insopprimibile golosità a scatti di gelosia e minacce estreme rivolte ai potenziali rivali.

Sopra a tutto, però, emerge l’irresistibile imperturbabilità di Jeeves davanti alle spesso assurde pretese del padrone, che si appella all’occorrenza all’«antico spirito feudale» e utilizza giacche da cerimonia francesi che attentano al buon gusto e recano disonore sul suolo britannico. I suoi “Sì, signore” e “No, signore” rivelano, nella lettura duttile di Cresta, sfumature semantiche molteplici e interi universi di pensiero (e giudizio) sufficienti a innescare reazioni di ogni tipo nel permaloso «giovin signore».

Solo quanto la situazione inizia a franare in modi che paiono irreparabili quest’ultimo inizia a realizzare di aver bisogno di un aiuto esterno («Jeeves, è tutto un po’ troppo. Sono confuso.»). Jeeves si conferma quindi vero deus ex machina, ideatore di meccanismi efficienti e ben oliati, che riportano all’ordine il caos scatenato dall’inettitudine altrui. Come si trattasse di un romanzo giallo, anche in questo testo di Wodehouse gli intrighi vengono svelati in un momento di rivelazione conclusivo, in cui il maggiordomo descrive tutti i fili tesi con sottigliezza e il modo in cui è riuscito a combinare le diverse istanze, sfruttando la sua conoscenza dei processi psicologici e non esitando a sporcarsi le mani (d’altronde, «non si può fare la frittata senza rompere le uova»). E se il lieto fine è già iscritto nelle caratteristiche del genere, ciò che non smette di sorprendere è il viaggio intrapreso per arrivarvi, con le sue infinite, irrilevanti, eppure spassosissime deviazioni. 

L’unico rimpianto del lettore rimane che nel catalogo Audible questo sia l’unico titolo della serie di Jeeves e Wooster (ai quali è dedicata, scopro con delizia, anche una serie britannica in cui a rivestire i panni dei protagonisti sono nientemeno che Stephen Fry e Hugh Laurie). Se, infatti, nel mio caso uno dei buoni propositi del nuovo anno sarà certamente quello di recuperare gli altri episodi, da poco ristampati nella nuova traduzione di Beatrice Masini nel catalogo Sellerio, so già che leggerli senza la mediazione di Paolo Cresta renderà la mia esperienza differente, e forse in qualche modo incompleta.

Carolina Pernigo