Psycho - Edizione speciale
di Robert Bloch
Il Saggiatore, dicembre 2025
Traduzione di Bruno Tasso
pp. 240
€ 26 (cartaceo)
Non sarebbe stato meraviglioso se avesse potuto semplicemente salire su quella macchina e andarsene? Andarsene lontano e non tornare mai più? Lontano dal motel, lontano dalla mamma, lontano da quella cosa stesa a terra nell'ingresso sotto il tappeto? Per un momento ebbe davvero la tentazione di farlo, ma per un momento soltanto; poi passò. Norman si strinse nelle spalle. Non avrebbe funzionato, lo sapeva fin troppo bene. Non sarebbe mai riuscito ad allontanarsi tanto da potersi considerare al sicuro. E poi, quella cosa lo stava aspettando. Lo stava aspettando... (p. 108)
Pubblicato per la prima volta nel 1959 (fun fact: in Italia col titolo Il passato che urla) Psycho è stato ispirato dalla vera storia del serial killer americano Ed Gein, noto come il "Macellaio di Plainfield", e ha ispirato a sua volta uno dei cult della cinematografia mondiale, Psyco di Alfred Hitchcock (1960).
A prescindere dalle differenze tra romanzo e film - tra cui, menzioniamo, l'aspetto di Norman Bates, nel libro grosso e nel film molto magro; il ritrovamento dell'indizio nel bagno del delitto, nel libro l'orecchino di Mary e nel film un pezzetto di carta nel water; la presenza di un poliziotto all'inizio del film e la sua assenza nel libro; i nomi stessi dei personaggi femminili, Mary e Lila nel libro e Marion e Laila nel film - quello che tiene i fili di entrambi è l'indagine e l'immersione profonda in una mente criminale e disturbata dietro un aspetto tutto sommato ordinario.
L'edizione speciale de Il Saggiatore, tra l'altro, non pubblica solo il romanzo, ma anche un'intervista a Hitchcock da parte di Truffaut, le locandine e le copertine delle varie edizioni del film e del romanzo nel mondo, e una serie di frame tratti dal film - come quello della famosissima sequenza nella doccia, forse una delle più famose di tutta la storia del cinema. Ecco, nell'intervista, il regista rivela alcune chicche, come l'uso di una controfigura per la scena del delitto o la dinamica della caduta dell'investigatore Arbogast dalle scale della casa di Bates.
F.T. Questa caduta all'indietro mi ha molto incuriosito. Infatti, non cade veramente. Anche se i piedi non si vedono, l'impressione che si prova è che scenda le scale all'indietro, sfiorando i gradini con la punta dei piedi, un po' come farebbe un ballerino...
A.H. È l'impressione giusta, e ha capito come siamo riusciti a ottenerla?
F.T. Assolutamente no. Ho capito che lo scopo era dilatare l'azione, ma non so come avete fatto.
A.H. Con un trucco. Prima ho filmato con il Dolly le scale senza il personaggio. Poi ho fatto sedere Arbogast su una sedia speciale davanti al trasparente sul quale era proiettata l'immagine delle scale. Allora si scuoteva la sedia e Arbogast doveva solo fare qualche gesto, come agitare le braccia nell'aria. (p. 182)
La trama è piuttosto nota: Mary Crane ruba al suo capo quarantamila dollari per potersi fare una vita col suo fidanzato, Sam Loomis, e scappa via. Per caso finisce al Motel Bates, dove incontra Norman. Una breve conversazione, poi il delitto in doccia. La personalità di Norman si sdoppia, si triplica (nel libro), forse uno dei primi casi letterari di split personality, quantomeno uno dei più famosi. A seguire le sue tracce, l'investigatore privato Arbogast, il fidanzato Sam e sua sorella Lila. Arbogast trova qualche indizio al Motel, Sam indugia, Lila non sopporta di aspettare. Finiranno tutti al Motel di Norman e di sua madre (il vero cruore del romanzo) e scopriranno la verità.
La cosa interessante del romanzo, che per ovvi motivi nel film non può essere resa in immagini, è il cambiamento repentino della voce narrante in alcuni passaggi: all'improvviso la terza persona onnisciente diventa una seconda persona giudicante, restituendo così i primi indizi dell'instabilità mentale di Norman. Inoltre, il libro arricchisce di sfumature la sua personalità, inspessisce il background, semina dubbi e piccoli traumi, solleva inquietudini più profonde. Non che il film non lo faccia, ma nell'eterna battaglia tra film e libri con lo stesso soggetto, in questo caso - per me - vince il libro.
Era fermo, in piedi, al centro della stanza e incominciò a tremare.
No, non posso farlo. Non posso guardarla. Non voglio entrare là dentro. Non voglio!
Ma devi farlo. Non c'è altro modo. E smettila di parlare da solo!
Era questa la cosa più importante. Doveva smetterla di parlare da solo. Doveva ritrovare tutta la sua calma. Doveva affrontare la realtà. E qual era la realtà?
Una ragazza morta. La ragazza che sua madre aveva ucciso. Uno spettacolo tutt'altro che piacevole. Un pensiero tutt'altro che piacevole. Ma era così. (p. 60)
Ecco cosa intendevo: il romanzo, per struttura, può costruire dialoghi mentali di questo tipo in cui il personaggio parla da solo, dà la colpa a qualcun altro, si dissocia dagli eventi. Forse il film, nonostante tutti i suoi numerosissimi pregi, manca proprio di rendere questo aspetto: il conflitto intimo e silenzioso di Norman Bates alle prese con la negazione, con il trasferimento della colpa da lui a sua madre.
Il romanzo ci indugia parecchio: Norman reitera questa narrazione per cui lui diventa un uomo adulto - smettendo i panni del bambino "cocco di mamma" - quando deve sistemare i disastri omicidi della madre. Mente a se stesso, si inganna e ci inganna, facendoci credere che sia un figlio devoto, succube, deviato dalla personalità autoritaria e malsana del genitore.
E d'altra parte ce lo ricorda proprio Mary nella sua breve conversazione con Norman, che poi accenderà la miccia del delitto: perché resti qui? perché non te ne vai? perché non chiudi tua madre in un "posto" (sinonimo di "manicomio")? Chiudere la madre in un manicomio significherebbe ammettere la colpa, accettare quello che Norman ha fatto e che è, ma tutto ciò che Norman fa - per tutta la durata del libro - è proprio traslocare l'orrore a un'altra persona, perché la verità è insopportabile da gestire.
I capitoli finali sono un capolavoro: a questo proposito, sapevate che Hitchcock, prima dell'uscita del film, voleva acquistare (leggenda dice che, di fatto, acquistò) tutte le copie del romanzo in circolazione per impedire al pubblico di conoscere la conclusione? E che la spesa per i diritti del libro ammontò a novemila dollari?
Nel mio caso, ho prima letto il romanzo e poi visto il film, a distanza di pochi giorni, per poter apprezzare le somiglianze e le differenze. Eppure, nonostante conoscessi la trama e il finale, la visione del film è stata sorprendente, come se non le conoscessi affatto: il film si concentra sulla suspence, sul denaro, sullo svelamento del mistero; il libro sulla personalità di Norman, sul graduale svelamento del conflitto tremendo che si gioca tutto nella sua mente. E quando leggerete l'ultimissimo capitolo del romanzo capirete perché.
La prosa di Bloch è asciutta, priva di fronzoli: con pochissime pennellate dipinge un personaggio complesso, inquietante, senza bisogno di chissà che aggettivazione o ricchezza di dettagli. Non c'è nulla di troppo, ogni frase è al posto giusto. Ogni scena ha la sua ragione d'essere.
Genericamente si inserisce nel filone horror, ma per me è più un thriller psicologico che un horror canonico. Immagino dipenda dalla sensibilità del lettore e dello spettatore, ma se ci riflettiamo attentamente, il libro soprattutto è piuttosto "innocuo" dal punto di vista dell'orrore fisico: sì, vengono descritte delle scene spietate, gli atti di violenza sono presenti ma l'autore non li feticizza, non è l'atto carnale il fulcro della storia, ma ciò che lo scatena, ovvero la mente deviata di Norman. Ecco perché non lo inserirei nel genere horror puro e duro, ma più nel thriller.
L'edizione speciale è una chicca per gli amanti del romanzo e del film, un testo da collezione per chi apprezza entrambi.
Deborah D'Addetta

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