Quando si apre un libro di Bussi, non si sa mai cosa aspettarsi. O meglio, si è consapevoli che ci sarà una buona dose di mistero, di suspense e di intrigo; che le scene sanguinolente, purtroppo o per fortuna a seconda dei gusti, non mancheranno e che ci sarà almeno un personaggio che si guadagnerà il bene di tutti i lettori. E così, fedele alla sua cifra, anche nel nuovo romanzo Le ombre del mondo, Michel Bussi propone una storia degna della sua carriera da scrittore ingannatore. Tuttavia, non si è di fronte soltanto a enigmi e misteri.
Nella sua più recente fatica, infatti, Bussi ha voluto introdurre un tema che, a quanto lui stesso comunica ai lettori, gli sta molto a cuore: il genocidio in Ruanda. Lo fa proponendo la storia di una donna, Espérance, impegnata nella politica e nel sociale del suo Paese. Siamo nell'ambito della finzione, Espérance non è mai esistita così come ce la descrive l'autore e nemmeno il capitano dell'esercito francese Jorik Arteta o altri personaggi. Ma non sono nemmeno delle figure totalmente inventate. Sono degli esempi realistici e verosimili di quanti e quante hanno dovuto fuggire, nascondersi o arrendersi di fronte alla furia dei propri connazionali.
Il genocidio ruandese ha inizio in seguito all'attentato subito dal presidente, il dittatore Habyarimana, nell'aprile del 1994. L'etnia tutsi, da anni in conflitto con quella hutu, diventa il capro espiatorio perfetto: sono gli «scarafaggi» – questo l'appellativo a loro riservato – che hanno tramato per prendere il potere ed eliminare gli hutu. È una narrazione distorta, certo, ma l'opinione pubblica crede a quel che le fa comodo. Così, gli hutu, dopo anni di addestramento da parte dell'esercito francese, vedono concretizzarsi la loro occasione. Si armano di machete, qualche granata e bastoni chiodati e danno inizio a una delle pagine di Storia più efferate e tragiche. I morti, tra tutsi e hutu moderati, saranno circa un milione. Gli orfani, i vedovi e le vedove, i genitori che hanno perso i propri figli, i sopravvissuti traumatizzati saranno più di quanti un Paese intero potrà mai consolare, accogliere, rendere loro giustizia.
Una delle tematiche che rende Le ombre del mondo tanto particolare è proprio la ricerca di giustizia. Bussi, infatti, per produrre un altro best seller, avrebbe potuto limitarsi a intrecciare la trama di intrighi e false piste. Beninteso, non risparmia colpi di scena impensabili – a volte al limite dell'accanimento sui personaggi –, però il romanzo acquista valore per la cura con cui l'autore si dedica a rispettare la memoria delle vittime e a fare luce sul coinvolgimento del governo francese. In una precisazione finale, lui stesso ci spiega come è nato e come si è svolto negli anni l'interesse per la causa ruandese. Le ricerche e i colloqui con giornalisti ed esperti, che già nel 1994 hanno incominciato a indagare sulla responsabilità francese, lo hanno condotto a sentire più forte del senso del mistero quello della giustizia.
Bussi, per fortuna, si ricorda di essere uno scrittore e che, se vuole, accanto a un mondo vero e alla realtà storica da lui ricercata, può inventare una storia di fantasia che restituisca dignità alle vittime, vive o morte che siano. Alcune delle pagine più commoventi del romanzo sono dedicate a una finzione teatrale, messa in atto da Maé, la nipote di Espérance, che riproduce un tribunale in cui i membri delle organizzazioni a supporto del genocidio, gli assassini e i mandanti sono giudicati colpevoli. Nessuna pena di morte, nessuna vendetta. Solo la risposta più democratica possibile alla brutalità umana. «Perché l'umanità è l'unico modo di lottare contro la mostruosità?» (p. 539), ci si chiede in uno dei momenti salienti. È una provocazione, ma ben presto si mette in chiaro che la sola risposta che il futuro può fornire al passato dev'essere di equilibrio.
In Le ombre del mondo, Bussi cura anche un aspetto per nulla secondario, ma che, anzi, farà parte della fuga disperata di Espérance e Aline in cerca di salvezza. Il paesaggio ruandese è il motore che fa iniziare la trama. Nonno Jorik vuole regalare un'esperienza unica a sua nipote e a sua figlia: vedere i gorilla tra i monti Virunga. La descrizione delle abitudini dei gorilla popola le prime pagine dell'escursione, ma ben presto si scoprirà che nemmeno quella che appare come una semplice gita lo è davvero. È proprio l'ambiente della foresta e delle paludi del Ruanda a rendere a pieno il senso di mistero che tanto ricerca Bussi. Per questo è il paesaggio perfetto per un romanzo simile. Non solo perché narra una delle pagine di storia del Ruanda, ma anche perché coglie nella natura vulcanica e lussureggiante di questo paese un invito all'ambiguità e alla copertura della verità.
Tutt'altro che un esperimento di scrittura, il romanzo di Bussi è un prodotto ben rodato di un genere che lo scrittore pratica benissimo. Tuttavia, il carico storico del genocidio ruandese, le ambientazioni vivide e i personaggi indimenticabili riescono a porre in secondo piano la massiccia – a tratti inverosimile – dose di segreti e coincidenze che regolano le vite dei protagonisti.
Camilla Elleboro

Social Network