La felicità silenziosa di Akiko
di Jan-Philipp Sendker
Neri Pozza, 2025
pp. 304
€ 20,00
La felicità non fa rumore. Arriva piano, quando smetti di cercarla, e si siede accanto a te senza dire nulla.
Nel nuovo romanzo di Jan-Philipp Sendker, La felicità silenziosa di Akiko, il silenzio non è soltanto un tema, ma una grammatica narrativa. Ogni pagina si regge su una poetica dell’attesa, della sospensione, dell’impercettibile. Sendker costruisce un mondo interiore in cui la quiete diventa linguaggio e la reticenza una forma di verità.
La protagonista, Akiko Nakamura, ventinove anni, pubblicitaria in una Tokyo asettica e perfettamente organizzata, vive immersa in una routine che sostituisce l’identità. La perdita della madre, la disciplina quotidiana, la compostezza emotiva: tutto concorre a fare di lei una figura “in ascolto”, ma priva di voce. L’incontro con Kento, ex compagno di scuola ritiratosi dal mondo, agisce come una fenditura nella superficie levigata della sua esistenza.
Non si tratta di una conversione sentimentale, ma di un lento disvelamento: l’irruzione dell’altro diventa occasione per interrogare la propria immobilità, per comprendere che la “felicità silenziosa” può coincidere con una forma raffinata di fuga.
Lo stile di Sendker è coerente con il destino della protagonista: una prosa trattenuta, cesellata, essenziale fino alla rarefazione. Ogni immagine è calibrata con cura, ogni gesto ridotto all’essenziale. L’autore adotta un registro quasi “ascetico”, in cui il ritmo è scandito da pause più che da azioni, e la narrazione procede per sottrazione. In questo senso, la lingua di Sendker non è semplicemente descrittiva: è morale. Il silenzio della scrittura diventa un’estensione del silenzio interiore dei personaggi, e la linearità formale si fa strumento di introspezione.
Tuttavia, proprio questa eleganza rischia a tratti di diventare una trappola. Il risultato è un romanzo di grande coerenza formale, ma con una tensione emotiva controllata al punto da sfiorare la prevedibilità.
La città di Tokyo, lungi dall’essere un semplice sfondo esotico, agisce come controparte simbolica della protagonista. È una città muta e perfettamente funzionante, fatta di rituali e spazi ordinati: un labirinto dove ogni individuo si muove senza toccare realmente gli altri. Sendker la rappresenta con una sensibilità quasi fenomenologica, come se volesse misurare la distanza tra la vita esterna e quella interiore. Tuttavia, la sua visione resta filtrata da una lente occidentale: elegante ma un po’ addomesticata, più immaginata che vissuta. È il limite e al tempo stesso la cifra del romanzo: un Oriente interpretato come proiezione poetica della solitudine moderna.
La caratterizzazione di Akiko è convincente: donna che sa “come comportarsi” ma non sa più che cosa vuole realmente. La sua quotidianità riflette quelle “piccole cose” che spesso accettiamo senza interrogarle. L’ambientazione giapponese fornisce un contesto narrativo che amplifica il tema della solitudine: in una metropoli affollata come Tokyo, la solitudine può essere ancora più forte. Il ritmo è misurato, perfetto per una lettura riflessiva: non è un romanzo d’azione, ma uno che chiede di fermarsi e ascoltare. Le suggestioni sul silenzio, sull’isolamento sociale (nel personaggio di Kento), e sulla capacità (o incapacità) di esprimersi sono trattate con delicatezza.
Tuttavia, il ritmo lento e meditativo potrebbe non piacere a chi cerca una trama più vivace o piena di colpi di scena. Alcuni temi (come l’hikikomori, il senso di vuoto) sono già noti nella narrativa contemporanea ambientata in Giappone: qui l’originalità sta più nella sensibilità della scrittura che nell’idea di base. Anche la risoluzione di alcuni conflitti interni del personaggio può risultare un po’ troppo “pacificata” rispetto al caos emotivo iniziale: chi spera in un dramma forte potrebbe restare deluso.
In definitiva, La felicità silenziosa di Akiko è un romanzo di introspezione che riesce a toccare corde delicate: l’abitudine che diventa prigione, il silenzio che diventa grido interiore, la routine che nasconde desideri mai formulati. Sendker costruisce un piccolo universo personale — quello di Akiko — che però risuona per molti lettori: quante volte ci troviamo in una bolla conosciuta, rassicurante, eppure… insoddisfatta?
Nel percorso di Akiko, la ricerca della felicità non coincide con un traguardo narrativo, ma con un gesto di riconciliazione. La protagonista non si “realizza”: semplicemente impara a riconoscere il vuoto che la abita, a dialogare con esso.
In questo senso, La felicità silenziosa di Akiko si colloca nel solco della narrativa introspettiva europea più che nella tradizione giapponese che evoca: Sendker costruisce un racconto sulla possibilità del sentire in un mondo che ha smarrito il rumore del proprio desiderio.
Opera di rigore formale e sensibilità sottile, il romanzo di Sendker seduce per equilibrio e intensità trattenuta. La sua scrittura, più che emozionare, medita; più che raccontare, osserva. È un romanzo che non conquista con il fragore, ma con la persistenza.
Quando si chiude l’ultima pagina, non resta l’immagine di un evento, ma la memoria di un tono: un silenzio che continua a parlare.
Isabella Corrado
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