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La traduttrice che sbaglia le parole: linguaggio, esclusione e ossessione in “Un amore”, il nuovo romanzo di Sara Mesa

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Un amore
di Sara Mesa
La Nuova Frontiera, settembre 2021

Traduzione di Elisa Tramontin

pp. 192
€ 16,50 (cartaceo)


Ci si aspetta sempre grandi cose da un traduttore: che abbia la sensibilità adatta per avvicinarsi al testo, che sappia interpretarlo senza tradire (troppo) le intenzioni originali, che sia in grado di rendere la traduzione accessibile nella lingua di arrivo. Che riesca a comunicare i sentimenti alla base del libro. Che sappia scegliere, infine, le parole giuste. Ci si aspetta tutto questo da Nat, la giovane traduttrice protagonista di Un amore di Sara Mesa (La Nuova Frontiera). Solo che il lettore ne rimarrà sorpreso, se non deluso.

Il libro si apre con Nat nella casa che ha appena affittato a La Escapa, un piccolo paese dell’entroterra rurale spagnolo. La casa è divorata dalle infiltrazioni sul tetto, dalla muffa che corrode gli angoli, dalle crepe attraverso le quali trapela una vita che Nat cerca di lasciarsi alle spalle. Sul tavolo, un libro in francese da tradurre. Fuori dalla finestra, un nuovo mondo da scoprire e capire. Il regalo di benvenuto del brutale e sfacciato proprietario di casa è un cane, con il quale Nat instaura un rapporto precario sin dall’inizio, appioppandogli un nome crudele: Fiele. Attorno a Nat si apre una realtà provinciale dall’apparenza tranquilla ma dall’animo oscuro, popolata da personaggi che, dai nomi, sembrano essere ridotti a “tipi” umani: la strega, gli zingari, l’Hippie, la commessa, i vicini, il Tedesco. A vegliare su di lei ci sono poi il cupo e solitario monte Glauco e una casa abbandonata, i quali muri sono stati imbrattati con le scritte CASTIGO DI DIO e VERGOGNA.

In un rapporto estremamente conflittuale con il suo lavoro da traduttrice, Nat riversa l’insicurezza che sente verso il mondo delle parole in quello delle relazioni umane: «La mettono in soggezione le parole che un’altra persona ha scritto prima di lei, parole scremate con cura, selezionate tra tutte quelle possibili, ordinate in un’unica forma nell’infinità delle combinazioni scelte. […] Avanza con tanta lentezza che si dispera. È il caldo, la solitudine, la mancanza di fiducia, la paura? O è, semplicemente – e dovrebbe ammetterlo – la sua inettitudine, la sua mediocrità?» (pp.19-20). Vivere a La Escapa costringerà Nat a doversi confrontare con le sue insicurezze, i suoi timori e i suoi fallimenti. Ad avere a che fare con una Nat solo immaginata e mai esistita. Una Nat che cambierà improvvisamente a causa dell’incontro con il Tedesco, uomo schivo e riservato, il quale, però, sorprenderà la traduttrice con la proposta di uno scambio di favori - «qualcosa sugli scambi primordiali. Il baratto come rapporto sociale basilare» (p. 55) - di cui entrambi hanno visceralmente bisogno. Questa strana relazione di “baratto” con l’uomo trascinerà Nat sempre più in fondo alle sue ossessioni e incertezze. Ad accompagnare la caduta di Nat c’è tutta La Escapa, luogo in cui le parole non servono ad avvicinare, ma ad allontanare, posto dove il linguaggio non è un mezzo per comprendere, ma per escludere. Nat non capisce gli abitanti del paese, e loro non capiscono lei. Ricercare le parole giuste non serve più. Tradurre quel libro in francese non aiuterà Nat a capire come tradurre se stessa agli altri. In questa totale incomunicabilità tra la nuova arrivata e la comunità che la circonda, La Escapa ha già selezionato la sua vittima sacrificale, il suo capro espiatorio per far sì che tutto torni com'è sempre stato prima del suo arrivo: immobile, incomprensibile, immutabile. A La Escapa, l’unico spazio esistente per Nat è quello dell’esclusione.

Con Un amore, Sara Mesa mostra tutto il suo talento nel creare una storia centrata sulla debolezza delle relazioni umane e sulla precaria capacità di comprensione attraverso il linguaggio. Un romanzo che ha la consistenza della nebbia, ipnotico e offuscato, claustrofobicamente concentrato sul fallimento della comunicazione verbale che diventa il primo luogo di discriminazione e di estromissione dalla vita degli altri. Per questo motivo Nat appare agli occhi del lettore come una traduttrice paradossale, così ossessivamente concentrata nel dare un senso alla concatenazione logica della scelta che gli altri fanno delle parole da non essere in grado, in realtà, di cogliere il vero significato di ciò che le viene detto. Il baratro dell’incomprensione, degli equivoci, dei non detti e della trasgressione dei tabù – inconcepibili per il provincialismo del luogo - si apre sotto i piedi della traduttrice, mentre La Escapa la osserva sadicamente cadere giù. Come una cieca divinità che ha già scritto il destino della sua creatura, la comunità di La Escapa punta il dito su Nat e la condanna a non appartenere a nessun luogo, perché «nessun colpevole è perdonato se non riceve il suo castigo» (p. 131). In fondo, se il linguaggio in questo libro disintegra la possibilità di relazionarsi con l’altro, il senso di giustizia non può che apparire come una dea bendata, pronta a colpire la prima anima sorpresa a fare un passo falso.

Nicola Biasio