martedì 5 febbraio 2019

Trattenere o liberare la fantasia horror: "Gli annientatori" di Gianluca Morozzi

Gli annientatori
di Gianluca Morozzi
TEA, 2018

pp. 196
€ 13 (cartaceo)



Giulio Maspero è uno scrittore il cui terzo romanzo, Zanne e artigli, sembrava averlo avviato ad una carriera di successo, che però poi ha faticato a concretizzarsi. Sin dalle prime pagine sappiamo che gli succederà qualcosa di misterioso e grave: finirà, per usare le sue stesse parole, all'inferno. Tutto comincia dall'incontro con Veronica Monaco, una studentessa di un suo corso di scrittura con la quale intrattiene una relazione adulterina. Ciò mette in modo una serie di eventi casuali che lo porterà ad occupare l'appartamento di un suo conoscente in un palazzo periferico di Bologna. Come in tutti gli horror che si rispettino, quell'edificio è un personaggio vero e proprio, che assorbe le energie (negative) di chi lo ha occupato e le fa respirare ai nuovi inquilini.

Ne Gli annientatori vi sono molti elementi che appartengono all'universo Morozzi, quale che sia la declinazione che esso prende nel romanzo specifico: il mondo dell'editoria, qui visto da uno scrittore con aspirazioni che deve barcamenarsi per stare a galla, i fumetti, la musica. È anche una dichiarazione d'amore per la narrativa di genere, dall'horror alla fantascienza. Una storia che ne contiene altre in potenza (su queste pagine Giulia Pretta l'ha definita "un Frankenstein di storie e personaggi"), sotto forma di trame di libri e albi a disegni che il protagonista scrive o legge nel corso della narrazione. Quella che ruota attorno ad una versione alternativa dell'assassinio di Kennedy, ennesima prova della fantasia di Morozzi, vale da sola la lettura.

Lo stile è lontano da quello di genere. I capitoli brevissimi riportano la voce narrante (lo stesso Giulio), di una semplicità spiazzante. Non ho letto gli ultimi lavori di Morozzi quindi non posso sapere se è una tendenza generale della sua scrittura o è una sperimentazione di questo libro, ma mi pare che rispetto agli esordi la prosa si sia fatta meno eccentrica per privilegiare altri aspetti, ad esempio gli incastri degli indizi e dei tasselli sparsi che, proprio come i pezzi del puzzle che Giulio cerca di ricomporre nell'attesa di trovare ispirazione per il suo romanzo, andranno a formare l'immagine pura dell'orrore. Questa scelta non penalizza la scorrevolezza, il libro si legge d'un fiato ma, soprattutto all'inizio, manca la tensione che dovrebbe accompagnare il quesito di fondo: come è possibile che Giulio, che tutto sommato conduce un'esistenza normale, sia finito in una giungla alla ricerca di una misteriosa piramide dalla quale sembra dipendere la sua vita? Chi sono questi Annientatori che gli danno il tormento?

Avvicinandosi al finale diventa impossibile interrompere la lettura. Dobbiamo sapere. La soluzione all'enigma dimostra nuovamente la forza dell'autore di creare trame di grande effetto. La parte conclusiva è in effetti quella più bella, sia per alcune trovate stilistiche come l'inserzione delle preghiere di Giulio che rendono in maniera perfetta l'abisso di dolore nel quale è finito, sia perché Morozzi dà libero sfogo a tutto quello (il pulp, la personalità, l'esagerazione) che aveva trattenuto forse troppo a lungo. 

I personaggi dei film dell'orrore mica lo sanno di essere in un film dell'orrore.

Nicola Campostori