mercoledì 12 settembre 2018

Gli ingredienti per un festival di qualità: cronaca di una giornata a Mantova


Da quando sono tornata più o meno stabilmente in Italia cerco di non perdere occasione per andare ai vari festival letterari e alle fiere dell’editoria che si tengono durante l’anno dal nord al sud della penisola. Dopo averli seguiti dall’estero, solo sul web e sui giornali, da due anni ho finalmente fatto scorpacciate di Salone del Libro, BookCity, LibriCome e così via. Quest’anno, per la prima volta, sono stata al Festivaletteratura di Mantova. È stata una scoperta felice, complice anche la bellezza del centro storico di Mantova, delle piazze e dei palazzi dove si dispiega il festival. Un evento che coinvolge la cittadinanza (anche quella più giovane, con diverse centinaia di volontari che – si capisce al primo istante – sono l’anima del festival) e con un programma che per ogni giorno della manifestazione prevede tredici ore di incontri. E dal programma un lodevole dettaglio salta subito agli occhi. Nei cinque giorni di incontri ci sono sì molti autori di bestsellers, personaggi famosi che firmano copie dei loro libri, molte conversazioni sui temi culturali del momento. Ma ci sono anche autori che non hanno un libro all’attivo nell’ultimo anno, ci sono scrittori e scrittrici che pubblicano con case editrici indipendenti. Non ci sono solo i romanzi di successo, ma c’è anche molto dibattito su scienza e geopolitica, sulla scrittura per il cinema e il teatro, c’è molta poesia. Insomma ci sono gli ingredienti per un festival sano, di qualità

Tomaso Kemeny e Antonio Prete
E a proposito di poesia, venerdì pomeriggio al conservatorio di musica Campiani di Mantova si è tenuto un dialogo intenso e appassionato tra Tomaso Kemeny e Antonio Prete. Hanno parlato di traduzione, di avanguardia, di poeti che appartengono al canone e altri poeti che – per i più svariati motivi – si portano sempre dietro. 
La spinta di partenza per la conversazione è data dalla scrittura poetica di Kemeny, in particolare dalla sua raccolta Boomerang (Edizioni del Verri, 2017), un lavoro di “ritrattistica”, in cui “i poeti appaiono, ciascuno con una sua araldica”. Nella raccolta Kemeny evoca i fantasmi di Bertolucci, Fortini, Thomas, Bellezza e tanti altri (nella sezione “Ghost Poems”), ma anche il messaggio di Martin Luther King a cinquant’anni dal suo assassinio – nella seconda parte della raccolta, “Voci”, più militante.
L’opera di Kemeny diventa quindi occasione per parlare di altri poeti: di Quasimodo, ad esempio, “che ha riportato nelle sue traduzioni dei classici e nelle sue poesie il fulgore dell’antica Grecia”, di Montale, di Rosselli – su cui Kemeny riporta vari aneddoti personali. “Ho due cuori”, afferma commosso, “uno italiano che batte al ritmo di Torquato Tasso e uno ungherese che batte al ritmo di József Attila”. Kemeny è un poeta transnazionale, e nella sua scrittura dialogano da sempre diverse lingue e diverse letterature. Antonio Prete è stato quindi un interlocutore perfetto, non solo in virtù della lunga amicizia personale che lega i due, ma soprattutto della sua stessa esperienza di scrittura poetica e traduzione. Tradurre significa stare “all’ombra dell’altra lingua” ha ricordato lo scrittore salentino, citando più volte il suo importante lavoro sulla poetica della traduzione (Bollati Boringhieri, 2011). Significa far continuare a battere il ritmo e la lingua del testo originale in un nuovo testo che è un’altra, compiuta e originale anch’essa, creazione poetica. 

Giorgio Fontana
Dalla poesia e dalle parole di due sapienti intellettuali, passo al romanzo e alle riflessioni del giovane e bravo Giorgio Fontana, scrittore, critico e sceneggiatore per Topolino. In trenta minuti Fontana misura le distanze che separano il romanzo dal suo futuro prossimo. Rimprovera a più riprese alcune dinamiche autoriali, come quella della ricerca continua della conferma del successo, della quantificazione della fama, che rende schiavi e – con ogni probabilità – cattivi romanzieri. E con grande competenza denuncia la falsità e l’ipocrisia del “mal de vivre” come apparente condizione necessaria per essere scrittore: “L’idea che si possa scrivere solo se si soffre è ricattatoria, lesionista e denuncia solo la sovraesposizione del proprio ego”. 

Sono le otto e mezza di sera e in cerca di un incontro leggero vado ad ascoltare Antonio Albanese che, in conversazione con Gian Antonio Stella, parla dei suoi tanti e diversi personaggi e di come li abbia costruiti nel tempo. 
Antonio Albanese e Gian Antonio Stella
Fonte: festivaletteratura.it
Le risate sono tante, piazza Castello è gremita di gente. Ma tra una battuta e l’altra Albanese parla di temi seri e importanti: raccontando della nascita di Cetto La Qualunque, Albanese denuncia la volgarità e l’ignoranza di politici che non sono affatto esagerate e fantasiose macchiette frutto della fantasia di un comico, ma sono vivi, in gran forma e riconoscibilissimi dal nord al sud Italia. E Albanese offre anche interessanti consigli di lettura: “leggete le poesie di Toti Scialoja” dice al suo pubblico, e cita a memoria due filastrocche del grande artista romano. 
Con queste rime in testa ritorno in piazza Sordello per un ultimo giro della città. A mezzanotte inoltrata autori e stampa col pass al collo e diversi visitatori si aggirano ancora per le vie del centro,  sembra proprio che nessuno voglia andarsene via. 

Serena Alessi 
@serealessi