domenica 29 aprile 2018

Quando la parola uccide: "Agnes" di Peter Stamm

Agnes
di Peter Stamm
Neri Pozza, 2002

Titolo originale: Agnes
Traduzione di Francesca Gimelli

pp. 176 
€ 13,43


Agnes è un romanzo che parla di un romanzo intitolato Agnes, con un gioco metaletterario che rappresenterà il filo conduttore dell’intera opera. L'incipit è fortissimo e inquietante: 
Agnes è morta. L'ha uccisa un racconto. Di lei non mi è rimasto nulla, se non questo racconto.
La narrazione che segue è dunque un lungo flashback che ci riporta a nove mesi prima, quando il narratore – uno scrittore di mezza età, che pubblica opere di divulgazione sugli argomenti più svariati e ha da troppo tempo perso la sua vena creativa più genuina – incontra una ragazza alla Chicago Public Library. Lei si chiama Agnes, ha venticinque anni e una laurea in fisica, lavora come assistente all'Istituto di Matematica dell'Università e suona il violoncello in un quartetto d'archi femminile. Ha un aspetto dimesso e due occhi che bruciano. C'è qualcosa dentro di lei che il narratore non riesce a definire né a descrivere realmente, generando nel lettore un senso di inquietudine che non lo abbandonerà – date anche le premesse – fino alla conclusione della storia. Agnes è figura umbratile e ipersensibile, dalla cultura raffinata e dalle moltissime paure.
È forse la sua fragilità, la sua angoscia sotterranea, il tratto che più viene messo in rilievo dal testo:
Le faceva paura, come le finestre che non si possono aprire, come il ronzio del condizionatore di notte, come gli operai che un pomeriggio pulirono i vetri sospesi su una piattaforma davanti alla finestra della nostra camera da letto. Non le piaceva l'appartamento, né la casa, né l'intero centro della città. Da principio ne ridevamo, in seguito non ne parlò più. Ma io capivo che la paura c'era ancora, era cresciuta e ora era così grande che Agnes non riusciva più a parlarne. E quanto più era impaurita, tanto più si aggrappava a me. (p. 10)
In realtà il narratore non capisce. Il rapporto tra i due è pura superficie, nessun dialogo riesce ad entrare in profondità, a metterli realmente in contatto. La loro è una storia di non amore; la storia di una dipendenza reciproca, scaturita da un vuoto a essere preesistente nei due personaggi, da due mancanze (o incapacità relazionali) che si incontrano. Il protagonista, di cui non sappiamo quasi nulla, nemmeno il nome, è completamente autoriferito, ossessionato dai propri bisogni e dalla propria libertà (in modo tanto più disturbante quanto più prova a nasconderlo e negarlo). Solo a vicende inoltrate lui azzarda una riflessione autocritica:
Se adesso vado da Agnes, pensai, è per sempre. È difficile da spiegare; sebbene l'amassi e fossi stato felice con lei, solo senza di lei avevo la sensazione di essere libero. E per me la libertà era sempre stata più importante della felicità. Forse era questo che le mie compagne avevano chiamato egoismo. (p. 120)
La relazione, già così squilibrata, basata sul non detto più che sulla comunicazione, fatta di abitudini stantie ancor prima di iniziare, mantenuta viva – seppur boccheggiante, agonizzante – da piccole evasioni mai all’altezza delle aspettative, vede il suo momento decisivo quando la ragazza chiede all'uomo di scrivere un racconto su di lei. Quello che nasce come un gioco finisce per diventare catalizzatore di un dramma latente: per lo scrittore la parola diventa strumento di potere, mezzo di controllo; per la giovane donna, insicura e facilmente impressionabile, la narrazione costituisce invece un solco in cui inserirsi, un destino già tracciato che è semplice ripercorrere. La finzione finisce quindi per sopraffare la realtà, schiacciandola e condizionandola"Ma è solo un racconto." [...] "Non sapevo quanto sarebbe stato reale. Eppure è una bugia. È malsano"», p. 131). Come un burattinaio, il narratore muove i fili della storia, la scrive sui due livelli: quella del romanzo che leggiamo, e quella del racconto che sta stendendo lui stesso. Il suo delirio d'onnipotenza lo porta a manipolare il vero, determinando conseguenze da cui finge di essere sorpreso, ma che in realtà ha causato attivamente, salvo poi porsi nel ruolo della vittima dolente.

L'opera disturba profondamente il lettore, ma rivela anche la grande abilità di Peter Stamm, capace di creare una tensione che si inarca progressivamente senza mai trovare una valvola di sfogo. Lo fa cedendo la parola a un narratore della cui affidabilità si inizia presto a dubitare e che assume una focalizzazione puramente esterna sui fatti, limitandosi a riportare i tratti essenziali degli eventi e dei dialoghi, senza mai indagarne le ragioni o proporre interpretazioni. Siamo noi a dover azzardare continue inferenze, a ipotizzare una ricostruzione plausibile della vicenda, peraltro senza aver mai la certezza di aver indovinato. E quella che potrebbe apparire superficialità narrativa si configura quasi subito come una scelta stilistica deliberata e funzionale. Il giornale tedesco Die Zeist definiva Agnes «una delle più belle storie degli ultimi tempi». Se il complimento appare decisamente eccessivo, è certo però che si tratta di un'opera che scuote e non lascia indifferenti, anche se le sensazioni suscitate non sono positive, né rasserenanti. 

Carolina Pernigo

Un romanzo che disturba, con un incipit potentissimo: "Agnes è morta. L’ha uccisa un racconto. Di lei non mi è rimasto nulla, se non questo racconto.". In un crescendo di tensione sottile che non trova mai sfogo, la narrazione di Peter Stamm si interroga sul potere distruttivo della parola (e delle relazioni sbagliate), andando a comporre un romanzo di (non) amore. @quinquilia lo ha appena finito ed è tuttora inquieta e insoddisfatta, anche se ammirata dall'autore, che è riuscito a contagiarla col senso di malessere che domina nel libro. Voi lo avete letto? Cosa ne avete pensato? #peterstamm #agnes #quote #instaquote #instabook #instalibro #bookstagram #bookoftheday #bookish #igreads #igbooks #readingnow #newbook #bookaddict #booklover #cover #bookcover #inlettura #cosebelle #instacat #catstagram #catandbook #igcats
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