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«Voglio che coloro che leggono le nostre lettere capiscano che questa situazione non giova a nessuno, se non agli interessi egoistici dei leader». Un accorato scambio di lettere tra una gazawi e una israeliana nel volume “I nostri cuori invicibili”

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I nostri cuori invincibili
di Tala Albanna e Michelle Amzalak
Ponte alle Grazie, 20 gennaio 2026

Una corrispondenza presentata  da Dimitri Krier

Traduzione di Laura Berna

pp. 115
€ 15,00 (cartaceo) 
€ 9,99 (eBook)

I nostri cuori invincibili contiene uno scambio di lettere tra due ragazze poco più che ventenni che vivono in una delle aree del mondo attraversate da conflitti tra i più antichi e complessi, apparentemente inarrestabili. L’idea di Dimitri Krier, che presenta e cura il volume, è semplice, ma di grande impatto e, secondo me, in questa sua semplicità risiede gran parte della sua efficacia. 

Il carteggio tra una ragazza di Gaza e una israeliana rivela come l’estremismo sia spesso una strategia dei leader politici più che un sentimento autentico delle popolazioni coinvolte, tenute spesso all’oscuro delle violenze perpetrate dai propri governi attraverso un controllo sistematico dell’informazione. Negli ultimi tempi - e io stessa posso testimoniare poiché ho diversi contatti gazawi su Instagram -  i social network si sono dimostrati, rispetto alla tv e ai media tradizionali controllati dallo Stato, luoghi decisivi, in cui la narrazione ufficiale spesso si incrina.

Dimitri Krier è un giovane giornalista che scrive per «Le Nouvel Obs» e stava lavorando come corrispondente in Medioriente  quando «Il 7 ottobre del 2023 è scoppiato come una bomba» (p. 7) rivelandosi sin da subito come spartiacque storico nella lunga storia della questione israelo-palestinese. Krier ha cercato di creare un ponte tra alcuni giovani appartenenti alle due popolazioni in conflitto tra loro, per farle in qualche modo dialogare, confrontare, visto che «il cinquanta percento degli israeliani e il sessanta percento degli abitanti di Gaza ha meno di trent’anni» (p. 12) e sta vivendo ancora in guerra. Alla sua richiesta hanno risposto positivamente, non senza qualche titubanza vista la situazione, Tala Albanna, una giovane palestinese, attivista per Save the children e studentessa in Giurisprudenza all’Università di Al-Azhar a Gaza e Michelle Amzalak, israeliana di Sderot, anche lei in procinto di terminare gli studi giuridici. 

Sono le loro lettere, sincere, piene sogni di pace e di curiosità e di apertura al dialogo a rappresentare il cuore pulsante del libro. Attraverso le parole di due giovani donne il lettore scoprirà le contraddizioni del conflitto, le profonde ragioni di chi vive sotto la stessa oppressione e paura, pur appartenendo a due mondi apparentemente inconciliabili. Nel leggere i loro scritti emerge con chiarezza come il conflitto non si riduca a una semplice contrapposizione, ma si componga di narrazioni diversificate e frammentate che offrono interessanti letture di due culture sorelle, nella sostanza, ma purtroppo in lotta.

Non è comune parlare con un’israeliana come te, Michelle. Qui nessuno è amico degli israeliani. In realtà non so quasi nulla della vostra cultura o delle vostre tradizioni. A Gaza siamo cresciuti per odiarvi. Non siete altro che ladri di case, autori di massacri infiniti, con un solo scopo: cacciarci con la forza o sterminarci. (p. 30)

Qui non ci sono vittime o carnefici, ma giovani vite spezzate e costrette a scegliere tra odio e desiderio di umanità. Michelle non è solo una giovane donna in cerca di pace, ma una voce che si alza nel silenzio opprimente della paura, rischiando tutto per non voltarsi dall’altra parte. La ragazza  nella lettura delle lettere di Tala viene a conoscenza degli orrori commessi dal suo Paese in Palestina di cui i media israeliani non parlano ed è sinceramente rattristata per le sorti dei gazawi e della sua amica di penna che trova così profonda, intelligente e piena di voglia di vivere come lei. Michelle scrive:

Oggi in Israele, siamo una minoranza a mettere in discussione la guerra. La gente ha paura di parlare. Negli ultimi mesi molti sono stati arrestati per aver manifestato. A volte penso che sarebbe meglio partire, andarsene da qualche parte dove non vengono commesse atrocità in mio nome. Ma andarsene sarebbe egoista. Non posso abbandonare il mio popolo che soffre. Ho paura di cosa potrebbe diventare Israele se tutti quelli che si battono per la pace se ne andassero. Anche se a volte ho l’impressione che siamo talmente pochi che nessuno noterebbe la nostra assenza. (pp. 36-37)

La tutela dei diritti umani non è un principio negoziabile ed è da questa prospettiva che si legge questo libro. Per chi si chiede come sia possibile che gli israeliani odino così tanto i palestinesi e viceversa e come si arriva a disumanizzare bambini, uomini, donne di Gaza al punto da volerli tutti morti, questo libro vi offre alcune risposte. 

Se siete insegnanti, portarne anche solo alcune pagine in classe può diventare un atto educativo e politico nel senso più alto del termine. Concludo la mia recensione con la riflessione di Krier che trovo lucida e assolutamente valida:

La strada della pace è stretta. È fragile, minoritaria, complessa. Che sosteniate Israele, la Palestina, entrambi o nessuno dei due, che abbiate manifestato il giorno dopo il 7 ottobre o da quasi due anni per la Palestina e il suo diritto di esistere, questa lettura è aperta a tutti voi. Nella loro corrispondenza, Michelle e Tala non cercano di riconciliarsi. Condividono le loro verità. Forse è questa l’unica pace possibile: quella che accetta la coesistenza di racconti contraddittori. (pp. 26-27) 

Marianna Inserra