sabato 28 aprile 2018

Parigi, gli anni Trenta, una donna affamata di vita: Marie aspetta Marie

Marie aspetta Marie
di Madeleine Bourdouxhe
Adelphi, 2018

Traduzione di Graziella Cillario

pp. 145
€ 16 (cartaceo)


Marie non ama niente, non aspetta niente? Marie ha il cuore gonfio di amore. E Marie aspetta Marie. (p. 32)
Amo e odio Marie. Partiamo dal perché la odio: perché mi è entrata sottopelle, con quella sua fame di vita e di passioni, la sua libertà sfrontata, e ci ha messo un tempo vergognoso a concedermi di osservarla con il giusto distacco per scrivere di questo libro; perché è arrivata esattamente nel momento in cui doveva arrivare, come tutti i libri e le cose migliori, ed è stato difficile lasciarla andare, come tutti i libri e le cose migliori appunto. Sì, nell’odio c’è ben più di una punta d’amore. La amo, naturalmente, e per motivi simili per cui la odio.
Marie aspetta Marie è un romanzo breve che a tratti ha il sapore della short story, inchioda alla pagina grazie a una scrittura lirica, intima, un viaggio nella psiche della sua protagonista che più volte mi ha fatto pensare ai racconti di George Egerton e, per certi versi, al Modernismo inglese di primo Novecento, ma anche a Elizabeth Strout di Tutto è possibile.
Il romanzo è Marie stessa, protagonista assoluta insieme a Parigi, sfondo ideale per una storia di passioni, malinconie, desiderio, rinascita. In quelle poche pagine, Bourdouxhe concentra una vita e la lettura si apre a innumerevoli spunti, di cui ognuno troverà la propria chiave, il punto di vista privilegiato. Amore, matrimonio, passione, legami familiari, desiderio di libertà, le tematiche al centro di questo romanzo, sullo sfondo la guerra, vita e morte che si intrecciano, Parigi alla fine degli anni Trenta – bellissima e struggente – , la Costa Azzurra, un piccolo paese di campagna. Ma, sopra ogni altra cosa, Marie e il suo sguardo sul mondo. Nella mia lettura – perché, come sempre, ogni lettura è personalissima, soggettiva, al di là delle considerazioni critiche su un testo – quello che resta di Marie aspetta Marie è il coraggio della sua protagonista, che sente tutto con un’intensità che a tratti diviene dolorosa, e quella fame di vita, amore, libertà, che ne fanno un’eroina meravigliosamente moderna. Perché, al cuore di tutto, di ogni scelta di Marie, c’è, appunto, quell’intenso sentire per ogni cosa: Marie, che sceglie – e, attenzione, il termine non è casuale – di vivere una relazione extraconiugale, semplicemente spinta dal desiderio, da un’emozione nuova.
[…] gesti il cui intimo significato è noto, realtà addomesticata… Aura soave, fatta della dolcezza e del calore delle cose familiari, di ciò che si ama. E poco prima? Lo sconosciuto che si credeva invisibile tra due rocce. Altra realtà, altra aura… Una realtà da indovinare, da afferrare, da fare propria. Il mondo del possibile; il fascino, la vertigine di un mondo nuovo. (p. 15)
Non ha bisogno di giustificarsi nascondendosi dietro la scusa di un matrimonio mediocre, dell’infelicità coniugale, della quotidianità, no, Marie semplicemente ha fame d’amore e di vita e in quel giovane sconosciuto incontrato in Costa Azzurra vede aprirsi una nuova possibilità, qualcosa per sentirsi pienamente viva. È il racconto di un amore che nasce, del desiderio che si consuma in una camera d’albergo, di due corpi sconosciuti che si sfiorano nel buio. Desiderio e amore si mescolano, nella relazione con quel giovane ma, soprattutto, nello sguardo che Marie riversa sul mondo. Si diceva, è fame di vita:
E da tutto questo emanava un che di strano, di bello, quasi di doloroso senza essere triste. Veniva dalle voci, dai gesti, dai volti, dal paesaggio. Dal rumore dei bicchieri e da quello del treno, dai canti e dalle risa degli uomini. Forse anche dal colore delle uniformi e da quello del vestito di Marie. Veniva dalle piccole cose come dalle grandi, avvolgeva Marie e la invadeva, affrettandone il respiro. Le sembrava che sarebbe bastato un nonnulla fra sé e le cose per esserne inebriata fino al delirio. E che forse sarebbe bastato pronunciare la parola che definisce il significato particolare di tutte le cose per morire dall’emozione. (p. 113)
Marie sente ogni cosa con un’intensità struggente e meravigliosa, ed è questo il messaggio più bello del romanzo di Bourdouxhe o, almeno, quello che a me è restato maggiormente addosso perché intimamente sentito: le piccole o grandi delusioni quotidiane, l’eco della guerra, quel senso di solitudine contro cui tutti ci battiamo, diventano niente di fronte allo stupore per la bellezza, ad una nuova possibilità, alla vita stessa. Sì, Marie sente tutto e a tratti ne è sopraffatta, ma in un mondo di gente indifferente, di perbenismo, solitudini, di persone troppo codarde ed egoiste, lei, «toccata dalla grazia di vivere sulla terra» è una ventata d’aria fresca. L’amore e il desiderio, dicevo, sono i punti cardine di questa storia e Bourdouxhe in poche righe riesce a mio avviso a darne una delle definizioni più intense:
Ti amo. Forse per un tempo brevissimo, forse per sempre. Nessuno lo sa. Nell’amore non ci sono né perfezione né eternità prestabilite. L’amore batte secondo le pulsazioni del tempo, come battono tutte le cose viventi. Si rafforza o si sgretola, declina o si risolleva. Se è vivo può morire. Ed è questo il suo bello. Una cosa è grande e commovente solo quando contiene una possibilità di morte. (p. 129)
L’amore, che ha in sé una possibilità di morte. La vita, ancor più preziosa perché ne avvertiamo il peso della caducità. È questa la lezione più importante di Marie, è questa la forza di un romanzo attualissimo, che si insinua dentro, restandovi a lungo.
E allora, permettiamo alle belle storie di cambiarci, di mostrarci un nuovo sguardo sul mondo o di confermare ciò che già sentivamo prima e che si rivela con tanta urgenza. Usciamo, non importa se non è Parigi, ma usciamo e, come Marie, sentiamo tutto davvero.