lunedì 7 settembre 2009

L'amore irreparabile di J. Hart


Il danno
di Josephine Hart
Milano, Feltrinelli, 1991

€ 7.00
pp. 167

«Non sono morto nel mio cinquantesimo anno. E ora poche persone, tra quelle che mi conoscono, ritengono che questa non sia stata una tragedia» (p. 6). Si apre con il paradosso questo agile romanzo di Josephine Hart, edito nel 1991 e prontamente tradotto in Italia da Vincenzo Mantovani. L'io narrante, un carismatico medico e uomo politico, traccia le tappe fondamentali della sua vita con uno sguardo disincantato. Fino a cinquant'anni, tutto è normale, calcolato, equilibrato: il matrimonio con la ricca e affascinante Ingrid, più amica affettuosa che moglie, i due figli Sally e Martyn, una reputazione irreprensibile, una casa borghese. Niente, nella vita del protagonista, sembra mancare, almeno fino all'arrivo di Anna, la donna che sta frequentando Martyn, una donna segnata da un passato pieno di sofferenza. E, come ripete più volte, «le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere» (p. 66). Anna rappresenta per il protagonista un risveglio dal torpore della sua onesta e noiosa quotidianità, diventa la principessa e la schiava di un universo erotico in cui non esistono limiti. La donna garantisce al protagonista di avere "tutto, sempre", e glielo ricorda quasi ossessivamente.

Neanche la relazione con Martyn argina nel protagonista il desiderio, fin dall'inizio rovinoso perché accecante e irrinunciabile. D'altra parte, la donna non fa niente per tirarsi indietro, perché il rapporto con il futuro suocero non è deciso, ma voluto da altre "forze":
«So sempre riconoscere le forze che plasmeranno la mia vita. Lascio che facciano il loro lavoro. A volte investono la mia vita come un uragano. A volte mi spostano semplicemente la terra sotto i piedi, cosicché mi trovo in un posto diverso, e qualcosa o qualcuno è stato inghiottito. Ritrovo l'equilibrio, durante il terremoto. Mi sdraio, e lascio che l'uragano passi sopra di me. Non combatto mai. Dopo mi guardo intorno e dico: 'Ah, dunque mi resta almeno questo. Ed è scampata anche quella persona cara.' Sulla tavola di pietra del mio cuore incido silenziosamente il nome che se n'è andato per sempre. È una cosa straziante. Poi riprendo la mia strada» (p. 67)

Dunque non resta che l'abbandono all'inevitabile, l'assieparsi delle bugie da raccontare alla moglie Ingrid, il senso di colpa verso il figlio Martyn e la totale disposizione a farsi cambiare l'esistenza. Ben presto, davanti ai racconti della moglie, il protagonista si accorge che «un uomo innamorato non ascolta le storie dell'infanzia dell'amata con un simile distacco. E non guarda con un occhio così freddo la casa che le ha dato asilo» (p. 99). Dunque, una presa di coscienza continua, silenziosa, una verità mascherata da impegni di lavoro, stanchezza e problemi personali. Fino all'inevitabile scoperta e al declino feroce, a cui non resta che rassegnarsi.
Nonostante la violenza della filosofia sottesa, segnata da una scrittura quasi di denuncia, l'egoismo e il falso perbenismo di certi valori familiari, si tratta di una "storia d'amore", così come viene ribadito in ultima battuta. Una storia d'amore forte, non convenzionale, assoluta, e come tale pronta a sacrificare tutti gli altri affetti, per spodestare egoisticamente persino se stessi.

GMG

Si ricorda che, dal libro di J. Hart, Louis Malle ha tratto l'omonimo film nel 1992, con attori di fama internazionale quali J. Irons e J. Binoche.