martedì 1 settembre 2009

Il romanzo del fuoco


Ray Bradbury,

Fahrenheit 451 (1953)
Oscar Mondadori

Guy Montag è un fireman. Porta sulla sua uniforme tutti i simboli del suo mestiere: la salamandra trapunta sul braccio, e la misteriosa cifra 451 sull’elmetto. E, come tutti i firemen, i “pompieri” del mondo creato da Ray Bradbury in Fahrenheit 451, il suo compito non è estinguere incendi, ma appiccarli. “Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse.” L’obiettivo dei firemen, nello specifico, è semplice e terribile: bruciare i libri. “È un bel lavoro, sapete. Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. È il nostro motto ufficiale.”
In realtà, in Fahrenheit 451 la gente non ha più bisogno di libri, eppure è necessario ditruggerli. Perché? Il motivo ci suona tremendamente ovvio: nel mondo in cui la parola “intellettuale” è diventata “la parolaccia che meritava di diventare”, il libro “è un fucile carico, nella casa del tuo vicino”, fomite di diversità e libero pensiero, distruttore di felicità:
“Almeno una volta, nella sua carriera ogni milite del fuoco sente un prurito: che cosa dicono i libri? si chiede. Oh, la voglia di grattarsi. Per amore di quel prurito, eh Montag? Ebbene ti do la mia parola Montag, ne ho letto qualcuno, ai miei tempi, per sapere che cosa dovessi combattere, e ti posso assicurare che non dicono nulla! Nulla che tu possa credere o insegnare. Parlano di persone che non esistono, frutto dell’immaginazione, quando si tratti di narrativa. E se non si tratta di narrativa, sono cose ancora peggiori, diatribe tra professori che si danno reciprocamente dell’idiota, urla di filosofi alla gola uno dell’altro. E tutti corrono affannati qua e là, a spegnere le stelle e ad offuscare il sole. Ne esci, alla fine, perduto.”
Cos’altro si può insegnare in una società di massa che non desidera più nulla? C’è la televisione a tre pareti, “la famiglia”, che riempie le giornate e ottura le coscienze con i suoi programmi-spazzatura interattivi; ci sono le “conchiglie” delle micro cuffie musicali, che incanalano verso menti sempre più insensibili i rilassanti suoni dell’oceano o della musica sintetica; e ci sono le corse in automobile, con cui sfidare ogni volta la morte ad alta velocità. Mildred, la moglie di Montag, ingerisce dosi mortali di sonniferi ma, il giorno dopo, di chiara a gran voce di essere felice, e “fiera di esserlo”.
Ma il problema della felicità è complesso, e Montag comincia a capire che c’è qualcosa al di là della superficie: l’incontro con una ragazzina dal viso luminoso “come neve al chiaro di luna”, le sue domande; la contemplazione, seppure sfuggente, di un’alterità possibile innesca in Montag un cambiamento irreversibile. Forse non vale la pena di ridurre in cenere tanta letteratura, forse “ci dev’essere qualcosa di speciale nei libri, delle cose che non possiamo immaginare”; il passo è breve dalla scoperta che “dietro a ogni libro c’è un uomo” al fatto che, forse, è bene proteggere ciò che altri tentano, con orribile sistematicità, di cancellare dal mondo.
Insieme alle Martian Chronicles, Fahrenheit 451 è il romanzo più noto di Ray Bradbury: uno tra gli autori, tra fantascienza e letteratura utopica, più letterari ed elegiaci. Come si proteggono i libri dalle fiamme? Addomesticando il fuoco, pagina dopo pagina, da nemico a fratello. E dall’oblio? La soluzione, quando l’orizzonte è solo distruzione, è la più semplice e antica del mondo: il ricordo.