venerdì 15 maggio 2015

Ribeyriana #2: "Solo per fumatori", poco fumo e molto Ribeyro

Solo per fumatori
di Julio Ramón Ribeyro
La Nuova Frontiera, 2013

Traduzione di Nicoletta Santoni

pp. 168
€ 15,50


Nel 2011 leggevo per la prima volta I genietti della domenica di Julio Ramón Ribeyro, scrittore peruviano che non avevo mai sentito nominare e di cui avevo cominciato quel romanzo solo perché il protagonista, all'inizio della storia, di colpo interrompeva il lavoro, cacciava un urlo lancinante nel silenzio dell'ufficio, scriveva una lettera di dimissioni e diceva addio alla Grande Impresa in cui aveva sudato e sbadigliato negli ultimi tre anni della sua vita. Che era precisamente quello che sognavo di fare io ogni giorno, da quando mettevo piede in ufficio al mattino fino a quando, la sera, spegnevo il pc per trascinarmi sul treno diretto a casa. Non ho mai imitato l'urlo di Ludo, ma sono arrivato alla fine della sua storia con la consapevolezza di aver letto uno dei romanzi più intensi e potenti della mia vita di lettore; tra i pochi che negli anni ho riletto e a cui spesso faccio ricorso, come una specie di bussola.

Uno degli aspetti curiosi del romanzo è il sovrano disinteresse per la coesione strutturale della narrazione, che procede per accumulo di episodi. Nel complesso sembra quasi di avere per le mani, più che un romanzo organico, una raccolta tematica di racconti. All'epoca la cosa mi aveva colpito; non sapevo ancora che Ribeyro non era stato solo "uno dei pilastri del realismo urbano latinoamericano", come recita la quarta di copertina, ma uno dei più grandi autori di racconti dell'America Latina. Tanto da essere di norma accostato, in una specie di "trinità dei racconti", ai due numi tutelari della letteratura ispano-americana: Borges e Cortázar. E non lo sapevo perché nessuno in Italia aveva mai tradotto mezzo racconto di Ribeyro.

Come diavolo era possibile, mi chiedevo, che nessuno lo avesse mai pubblicato prima?

Semplice. Perché in Italia "i racconti non vendono": e se non vendono, inutile pubblicarli. È una delle regole di base dell'editoria nostrana; solo che a volte crea situazioni stravaganti. Come nel caso di Ribeyro: uno dei tre grandi "cuentistas" latinoamericani che "battezza" il suo primo ingresso in Italia non come autore di racconti, ma come romanziere. Con il bizzarro effetto collaterale che quando, due anni dopo i Genietti, sono usciti gli otto racconti di Solo per fumatori, io non li ho voluti leggere: la storia di Ludo aveva fissato l'asticella a un livello troppo alto, e io temevo che Ribeyro (che, poverino, aveva passato la vita a scrivere racconti) non fosse all'altezza, ai miei occhi, di uno dei suoi soli tre romanzi.

Quando infine mi sono deciso, ci ho trovato qualcosa in più dei Genietti, e qualcosa in meno.

A dispetto del titolo, gli otto racconti non sono affatto destinati ai soli fumatori. A parte il primo (che dà il titolo alla raccolta e ripercorre la vita di Ribeyro intrecciando le esperienze vissute con le marche di sigarette fumate), nessuno dei racconti parla espressamente del fumo, né assegna ruoli essenziali a fumatori o colloca al centro dell'intreccio episodi chiave legati alle sigarette. Il nesso è meno mediato: il libro si rivolge ai fumatori perché più della metà dei racconti hanno a che fare con scrittori, folli saggi, artisti. "Tra scrittori e fumatori c'è uno stretto vincolo": entrambi hanno a che fare con un vizio di incerta origine e aleatorio piacere, che ben presto assume le forme di un rito "sancito dall'esecuzione di atti precisi e dall'impiego di oggetti di culto insostituibili" e che presto o tardi consuma il suo "ospite" fino a portarlo alla morte. E dunque, fumatori sì, ma prima di tutto scrittori: o più in generale artisti o idealisti di vario tipo.

Prendiamo Mario, il protagonista di Assente a tempo indeterminato, e Alfredo, che tiene banco in Conversazione al parco: uno scrittore e un pazzo. Due dei personaggi più caratteristici della raccolta, che riprendono in parte e approfondiscono, o osservano da diverse angolature, ansie e tensioni esistenziali che Ribeyro aveva già infuso in due figure fondamentali dei Genietti, e su cui ora ritorna (con richiami talvolta letterali) per rielaborarne alcuni tratti.

Mario è l'alter ego di Ludo Totem, il protagonista disgregato del romanzo. Come Ludo, Mario si sveglia ogni mattina

con la consapevolezza dolorosa di sprecare ogni giorno la sua vita. Da almeno due anni andava a letto all'alba dopo aver girovagato per bar, bettole, festini e salotti di ogni genere. Da quando aveva finito l'università era via via sprofondato nelle sabbie mobili della bohème limegna, fratellanza notturna, errante e suicida, formata da artisti di ogni condizione che si compiacevano nel rimandare eternamente il momento dell'opera magna e si impegnavano oltremodo per autodistruggere ogni possibilità di realizzarla come se preferissero, prima di affrontare i rischi del trionfo solitario, perire uniti nello stesso naufragio.

Al pari di Ludo, Mario coltiva il sogno della scrittura: sogno che finora, per colpa della sua vita dissipata, si è arenato nelle secche dell'unica pagina di romanzo che è riuscito a scrivere, e che continua a rileggere e correggere senza mai trovare il modo di procedere. Decide allora di lasciare la città, in cui troppe tentazioni lo distraggono dalla sua missione, e ritirarsi in un albergo isolato e semi-abbandonato sulle montagne, dove potersi dedicare anima e corpo alla stesura della sua opera. Peccato che il mondo non si possa chiudere del tutto fuori dalla porta; e, anche quando succede, i risultati non siano necessariamente quelli sperati.

Alfredo invece è una sorta di evoluzione di Segismundo, il folle outsider che, nei Genietti, compare e scompare dalla vita di Ludo gettando scompiglio nella sua esistenza routinaria e lasciandogli intravedere il mondo di avventure e pazzie che palpita oltre i confini di Lima. Conversazione al parco è un titolo ironico: dei due interlocutori è quasi solo Alfredo a parlare, interrotto qua e là dagli sfottò o dai versi semi-animaleschi del suo amico. Lanciandosi in un lungo monologo incontrollato che abbraccia di tutto, Alfredo prende una via, la segue fino a un certo punto, poi la abbandona per altri argomenti, bislacche osservazioni filosofiche, esoteriche, malinconiche (il trascorrere del tempo, l'arrivo dell'inverno con le sue scure rondini). Una sarabanda di discorsi a prima vista senza senso, che però lasciano intravedere l'intento ideale del "folle geniale": salvare le persone, instillando loro il dubbio. Alfredo lo chiama "il gioco del vecchio amico" e lo riserva agli individui troppo sicuri di sé, quelli che hanno sempre tutto chiaro in testa, chi sono, cosa vogliono:

Te l'ho mai raccontato? Lo praticavo molto prima di essere operato. Quando vedevo arrivare un tipo del genere lo abbordavo sorridente, con le braccia aperte e gli dicevo affettuosamente: Come stai, che fine hai fatto, è una vita che non ci vediamo!, e via così. Il tipo mi guardava scontrosamente, cercava di svignarsela, balbettava qualcosa del tipo "e così, ma insomma, non mi ricordo", ma io continuavo a parlare, gli offrivo da bere, gli chiedevo della sua famiglia, non gli davo il tempo di riflettere... In breve iniziava a esitare, si chiedeva se non fossi qualche ex compagno di scuola o qualcuno conosciuto durante un viaggio o un lontano parente... Finalmente iniziava a fidarsi e mi parlava della sua vita, del suo lavoro, dei suoi problemi e quando ormai si era lasciato andare lo salutavo bruscamente e lo piantavo in asso. Lo piantavo in asso col suo dubbio e con il conto da pagare. Non avrebbe mai saputo chi fossi, se davvero un conoscente o uno che si era sbagliato o un burlone. E quel dubbio era forse il primo sassolino che qualcuno avesse mai messo sulla sua strada, quello che forse lo salverà per sempre dall'essere un tronfio imbecille.

Se i "genietti" erano prigionieri dei propri fallimenti esistenziali, condannati alla rovina da un'inerte incapacità di dare forma alle proprie velleità, qui Ribeyro arriva al superamento di quei limiti. Al termine del suo isolamento Mario scopre che la vita collettiva e la creazione di un singolo momento felice per gli altri è superiore a qualsiasi egoistica creazione letteraria, diventando così il "perfezionamento" di Ludo. Dal canto suo, Alfredo trasforma lo sfrenato vitalismo anarcoide di Segismundo in un'azione a modo suo costruttiva, orientata alla perfettibilità dell'uomo: anche se pur sempre folle, come del resto è folle ogni tipo di arte.

Senonché la scrittura, intesa come attività spirituale in grado di rimodellare la realtà, può anche giocare brutti scherzi a chi la pratica o a chi ne fruisce. Così nei due racconti Tè letterario e La soluzione: qui Ribeyro costruisce, con un'abilità narrativa quasi irritante, due meccanismi diabolici destinati a imprigionare i rispettivi protagonisti con lo scatto finale, imprevedibile e micidiale, di una tagliola.

Nel primo si racconta della riunione letteraria organizzata da Adelinda per presentare alle amiche e alla nipote il celebre scrittore Alberto Fontarabia, che lei conosce da quand'era bambino e che è appena rientrato a Lima da Parigi. Aspettando l'arrivo dello scrittore, gli ospiti intrecciano discussioni sul suo ultimo romanzo, con un andamento dialogico quasi teatrale da cui emerge l'impossibilità di una visione univoca non solo sul significato, ma persino sui fatti di cui il romanzo narra. Nel frattempo Fontarabia non si vede, e il suo ritardo si fa sempre più misterioso.

Ma è ne La soluzione che l'intreccio tra realtà e finzione si fa davvero inestricabile, fino alla fine. Armando, autore di racconti, interpellato dai suoi amici sui suoi nuovi lavori, spiega le sue difficoltà nel trovare una soluzione soddisfacente a un racconto di infedeltà coniugale, che vede il marito incerto su come reagire alla scoperta dei quattro amanti della moglie. Armando sottopone le sue idee agli amici, che le vagliano, ne esaminano i pro e i contro e le respingono tutte: a quel punto tocca ad Armando trovare una soluzione, dando alla sua storia un finale in cui i meccanismi paralleli della vita e del racconto si congiungono incastrandosi inestricabilmente.

Infine, se nei Genietti si poteva notare una deriva onirica nella seconda parte delle avventure di Ludo, in due racconti di questa raccolta Ribeyro rompe gli indugi e si concede una decisa virata verso atmosfere nettamente paranormali: con buona pace dell'etichetta di "maestro del Realismo Urbano". In Scena di caccia e nel bellissimo Nuit caprese cirius illuminata, Ribeyro diventa piuttosto maestro di false piste, accumulando dettagli tangibili e concreti utili solo a sviare l'attenzione del lettore, mentre semina qua e là, distrattamente, indizi quasi invisibili ma ben più sostanziosi, che nelle ultime righe dei rispettivi racconti capovolgono il banco e costringono il lettore a dare tutt'altro senso a ciò che ha appena letto. Una tensione al soprannaturale che, quando si manifesta, coincide con una rinnovata presa di contatto con il proprio essere più nascosto. E che, nell'abilità con cui Ribeyro gioca con elementi artatamente realistici per dissimulare le sue vere intenzioni, conferma che l'autentica forza di un grande autore sta nella capacità di farsi beffe delle gabbie delle classificazioni scolastiche.

Per ironia, i testi più deboli sono proprio i due racconti che più indulgono al "realismo senza sottotesti". Solo per fumatori e La casa al mare, che non sviluppano i dilemmi della scrittura o la rivisitazione di urgenze esistenziali ribeyriane, aprono e chiudono la raccolta con due storie divertenti, sì, eppure un po' inconsistenti, a tratti quasi posticce (il primo, a ben vedere, è poco più che un esercizio di composizione a tema), che risentono della mancanza di scopo e annacquano il racconto con messaggi di fondo piuttosto semplicistici.

Negli otto racconti di Solo per fumatori non c'è nulla del variegato mondo umano dei Genietti: niente sicari, teppisti, puttane, burocrati, professori, illusioni frustrate, ubriaconi, proprietari terrieri, finti rivoluzionari, vagabondi, falliti, ciarlatani. Inoltre, tranne in due o tre casi (l'albergo di Chosica in Assente a tempo indeterminato, le stradine di Capri in Nuit caprese, gli spazi costieri e il deserto ne La casa al mare), i racconti non hanno quasi nessuna scenografia: un salotto, un aranceto, una panchina al parco bastano a esaurire le necessità del contesto. Un minimalismo scenico che consente a Ribeyro di lasciare quasi tutto il campo ai personaggi, dando modo alle specifiche pulsioni di ognuno di liberarsi con un'assolutezza che nei Genietti subiva influssi e distorsioni del rumore di fondo della grande città. Pulsioni che poi erano anche le sue: non per niente Ribeyro definiva i suoi racconti "espejo de mi vida", specchio della mia vita.

Il risultato è un Ribeyro allo stadio quasi puro. Il che fa dei racconti (questi otto e le altre decine ancora inedite in Italia) l'inevitabile anello intermedio tra la la forma estesa del romanzo, che concedeva a Ribeyro uno spazio maggiore per sviluppare temi e istanze narrative vincolandolo però a più complesse esigenze di struttura che non riuscì mai a sentire a sé congeniali, e la scrittura frammentaria e occasionale dei diari e degli aforismi (La tentación del fracaso, i Dichos de Luder, le Prosas apátridas), l'altra grande sezione dell'opera ribeyriana, nonché quella che Ribeyro considerò sempre la più autentica espressione di sé.

Ma di questo ci parlerà direttamente lui, la prossima volta.


Luca Pantarotto
@HoldenCompany

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