venerdì 8 maggio 2015

Ribeyriana #1: L'eterna domenica dei genietti di Lima

I genietti della domenica
di Julio Ramón Ribeyro
La Nuova Frontiera, 2011

Traduzione di Nicoletta Santoni

pp. 256
€ 16,50


Il mio amico Ludo impazzì sul far della sera.

È il 31 dicembre, a Lima fa caldo, le macchine dell'ufficio legale ticchettano senza sosta, ogni giorno da tre anni lo stesso ticchettìo, ogni giorno da tre anni lo stesso autobus, la stessa strada, tre, quattro volte al giorno. Ludo si annoia, ha sete, non ce la fa più, basta.
... Ludo lascia perdere l'istanza di pignoramento che sta scrivendo e lancia un sonoro gemito, che deve avere qualcosa di simile a quello che emettono gli impiccati, gli squartati. Un centinaio di teste, per lo più calve, si girano a guardarlo e, poco avvezzi quali sono alle novità, tornano a concentrarsi sui loro scrittoi. Ludo strappa l'istanza e, al suo posto, scrive una lettera di dimissioni. Il capo cerca di dissuaderlo con melliflue argomentazioni ma, verso sera, Ludo si lascia per sempre alle spalle la Grande Impresa, dove ha sudato e sbadigliato per tre anni consecutivi nel fiore della gioventù.

L'urlo di Ludo non terrorizza l'Occidente, in effetti non terrorizza neanche i suoi colleghi di scrivania, ma è abbastanza potente da aprire una crepa irreparabile tra il rispettabile passato della sua famiglia ormai decaduta e il futuro di deriva bohémien che attende lui e il suo gruppo di scalcagnati amici: i "genietti della domenica" che danno il titolo al romanzo di Julio Ramón Ribeyro, capolavoro del realismo urbano latinoamericano datato 1965 e portato per la prima volta in Italia nel 2011 da La nuova frontiera (nella traduzione di Nicoletta Santoni).


Ventenne, eterno laureando in Giurisprudenza, aspirante scrittore, Ludo Totem è uno dei tanti rampolli di un'alta borghesia limegna in disarmo che assiste impotente alla progressiva erosione dei propri spazi a opera di un ceto medio in costante ascesa. Nel secolo scorso i suoi antenati hanno dato a Lima magistrati, eruditi, notabili e rettori, e un benessere abbastanza duraturo da consentire a Ludo e alla sua famiglia la rispettabilità di facciata di una vita nel quartiere balneare di Miraflores. Oggi la madre di Ludo mantiene i due figli affittando gli appartamenti di casa, suo fratello Armando passa le giornate dormendo o giocando a scacchi in pigiama e lui, esaurito l'impulso liberatorio di quel primo urlo, trascorre le notti trascinandosi per Lima tra bar e quartieri malfamati, alla ricerca di non sa neanche lui cosa, sotto lo sguardo di compatimento che i suoi antenati gli rivolgono dalla galleria di ritratti nella sua camera da letto. A quello sguardo Ludo risponde con filosofico disincanto:


per quanti sforzi facciamo finiamo sempre per diventare un ritratto o una fotografia.

Ma il fatto è che Ludo se la racconta: nella vita dei genietti "fare sforzi" non è proprio il primo punto all'ordine del giorno. Al lavoro e alle banalità ordinarie del mondo borghese, lui e i suoi amici preferiscono le discussioni letterarie, il nomadismo urbano, l'estetismo della nullafacenza, il pisco, le ragazze, la spiaggia, i bordelli. Poeti di un unico verso, romanzieri prigionieri di incipit invalicabili, sognatori assopiti sulla soglia di pagine perennemente bianche. Idealisti fino al terzo bicchiere, in mille riunioni complottano come carbonari per fondare una nuova, rivoluzionaria rivista culturale ("Prisma") con l'aiuto dell'insulso dottor Rostalinez. Vogliono essere "la voce della loro generazione". E in fondo ci riescono, a modo loro:
Se qualcosa c'era in comune tra loro, era il desiderio di perpetuare un ozio che credevano meritato o sanzionato per diritto naturale e che una serie di circostanze rendeva, al momento, impossibile. Avevano tutti la sensazione di una caduta irremissibile, di un oblio, o di una contesa per la quale erano ridicolmente dotati di armi anacronistiche.

Malgrado ciò, all'inizio Ludo ci prova, a battersi. Quando la liquidazione finisce e in casa i soldi cominciano a scarseggiare, Ludo accantona la vita vagabonda e si rimette al lavoro, sobbarcandosi le cause perse di un piccolo avvocato privato che ci tiene a sottolineare a ogni occasione di essere partito da zero. Come avvocato di strada Ludo deve destreggiarsi tra le spire di una burocrazia impenetrabile: impiegati svogliati, cavilli amministrativi, infinite anticamere, udienze, ritardi, intralci, favoritismi, indifferenza, ostilità. Lentamente Ludo affoga. Schiacciato tra le spire di una realtà che gli si disfa tra le mani, si ritira prima ancora di aver cominciato a combattere sul serio.

Fallita l'esperienza di avvocato di strada, con l'amico Pirulo si improvvisa venditore porta a porta di insetticidi. Anche qui, però, Ludo si trova in posizione di inferiorità; ancora una volta i nuovi professionisti scalzano la vecchia borghesia degli ottimati, schiaffando in faccia ai suoi membri più giovani la realtà di un mondo in guerra. Ovunque vadano, i due trovano infatti a precederli "il mediocre Bazan", con il suo vestito di lanetta e le scarpe bianche, che sarà pure un pessimo giocatore di biliardo ma sa stare al mondo con molto più successo di loro. Per non parlare del rettore del Colegio Mariano, l'austera istituzione cattolica limegna madre di dirigenti e primi ministri, che vedendoseli di fronte con la valigetta da piazzisti li caccia dal suo ufficio dopo uno scambio di battute tutt'altro che amichevole.

La storia dei Genietti procede non in modo unitario e consecutivo, ma per accumulo di episodi, ognuno dei quali sostanzialmente fruibile in forma autonoma. Presi insieme, però, la loro sequenza logica e ordinata traccia inesorabilmente la via della "discesa agli inferi" di Ludo, segnata da esperienze (non solo sul lavoro, anche nell'amore e nel sesso) che hanno tutte la brevità del tentativo fatto di malavoglia: molto più facile buttarsi subito al tappeto che sforzarsi di restare in piedi in un mondo che non sembra fatto per lui.
Era così che Ludo e suo fratello si lasciavano facilmente sconfiggere, accettando come disfatta quella che forse era soltanto l'apparenza della disfatta.

I genietti della domenica comincia in farsa, con un epico tentativo abortito di organizzare un'orgia per festeggiare il Capodanno, ma si colora progressivamente delle tinte del dramma. Un episodio dopo l'altro, Ribeyro assesta colpi via via più pesanti al velleitario mondo ideale di Ludo e dei suoi amici, comprimendone sempre più lo spazio di crescita e sgretolando inesorabilmente la loro stessa consistenza fisica. Ludo, in particolare, è sottoposto a un processo di disgregazione lento e costante: un movimento narrativo che porta il suo personaggio dall'essere qualcosa (almeno in potenza, con la sua sete di vita, di rivalsa sociale) all'essere niente. E come lui la città: quando Ludo si accorge "di aver disceso vari gradini della scala umana, fino a quella zona indistinta che confina con l'animalità", lo spazio urbano in cui si muove e le figure con cui interagisce hanno ormai perso quasi ogni concretezza, per sfaldarsi nella liquidità allucinata di un brutto sogno fatto da bambini nel chiuso di un armadio. Ma uno di quei brutti sogni tanto realistici che al risveglio ti lasciano addosso le tracce.

La coesistenza impossibile di realismo urbano e frantumazione onirica della realtà è il tratto distintivo del talento di Ribeyro, che proprio nei Genietti raggiunge il suo apice. La città pulsa di vita propria e quasi sovrasta con la propria schiacciante ubiquità la vita stessa dei suoi abitanti, grazie all'abilità con cui Ribeyro ne ricostruisce l'estensione collocando sulla mappa luoghi e quartieri: l'imprescindibile Avenida Arequipa, i bassifondi di La Victoria, il Callao, la spiaggia di El Hondo, il quartiere bene di Miraflores, Barranco, il Parque Universitario, il Campo di Marte, il lungomare squallido e deserto del Nacional alle prime luci dell'alba, i bar degli ubriaconi (El Palermo, El Messina), i ristoranti cinesi, le picanteríe, le zone industriali. E poiché luoghi reali richiedono spostamenti reali Ludo, fluttuando come un relitto da una parte all'altra di Lima, può sfruttare tutta una varietà di veicoli: tram sferraglianti, filobus e macchine a noleggio, lussuose auto private, scalcagnati veicoli di fortuna. Oppure andare a piedi: se va bene si rimedia una donna, se va male si finisce in una retata. Nel bene o nel male, Lima non si lascia vivere impunemente.

Osservandone meglio il volto, però la Lima di Ribeyro sfuma e si confonde. A guardarla bene la città è sfuggente, imprendibile, assume forme antropomorfe e terribili, occhi, bocche, mischia facce e razze senza mai ricavarne una forma precisamente riconoscibile:
... una popolazione orribile, quella limegna, peruviana per meglio dire, visto che lì erano presenti persone provenienti da tutte le province... meticci puri, mulatti e meticci insieme, innesti, un quarto di sangue indio, il resto creolo, mulatti, un quinto di sangue indio e quattro quinti di creolo, albini, pel di carota, immigranti o biancoidi, come lui, scontro tra razze diverse. Erano i volti che vedeva allo Stadio Nazionale, alle processioni. Insomma, una razza che non aveva ancora trovato i suoi tratti, un meticciato alla deriva.

Ed è proprio qui, nella consapevolezza di una natura così magmatica e refrattaria a ogni classificazione, che il realismo ribeyriano sotteso alla descrizione di Lima e della sua troppa vita incrocia l'impossibilità di "fermare" in un'unica immagine l'intima frammentazione della più pura essenza limegna. La Lima di Ribeyro è al tempo stesso tangibile e surreale, solida ed evanescente. La si può vedere e sentire, ma se si prova ad afferrarla e trattenerla subito scivola via, lasciandosi dietro nient'altro che una bruciante sensazione di inadeguatezza. Proprio come la vita di Ludo. Anche lui avverte incessantemente quella stessa inadeguatezza, che lo condanna a fossilizzarsi nel rimpianto di un passato di benessere di cui lui e i suoi amici si sentono defraudati perché nati troppo tardi per poterlo vivere, mentre il presente si guasta inerte tra le loro dita.

Di pari passo con la liquefazione della Lima diurna in quella notturna, e con la progressiva disintegrazione della figura di Ludo, Ribeyro modifica quasi impercettibilmente il linguaggio e i toni narrativi. L'ampollosità ironica dei primi capitoli, adatta ai vagheggiamenti letterari dei genietti e alle loro alcoliche aspirazioni di "rigenerazione sociale", con il procedere del racconto lentamente si spezza e si complica. I ragionamenti interiori di Ludo tendono a perdere il controllo di sé, organizzandosi sempre più spesso per accumuli, come il discorso di un ubriaco; la sua descrizione della realtà finisce per assumere l'andamento incrinato e incerto di chi continua a osservare tutto senza capire più niente.

Con I genietti della domenica Ribeyro ha dipinto il ritratto di una generazione allo sbando, condannata alla deriva dalla fine del vecchio mondo e dall'incapacità di adeguarsi ai mutati valori e contesti del nuovo, intrappolata in un'eterna domenica di inerzia e promesse frustrate.

Non è che per caso vi dice qualcosa, oggi, una storia così?

Luca Pantarotto
@HoldenCompany

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