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Prendersi cura delle parole. L'indifeso fervore dell'ultimo romanzo di Dario Ferrari: "L'idiota di famiglia"

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L'idiota di famiglia

di Dario Ferrari
Sellerio, 17 febbraio 2026

pp. 528
€ 18,00 (cartaceo)
€ 11,99 (e-book)


Fin da piccolo sono stato incantato dalle parole, mi ci sono dedicato, mi ci sono accomodato dentro e però poi non mi sono più mosso; ora mi rendo conto che con le parole mi ci sono costruito una gabbia, che sono stato avvolto dalle loro spire: mi sono rimaste le parole al posto della vita. (pp. 515-516)

Questa è la storia di Igor, che di mestiere fa il traduttore, un lavoro che in questo mondo sempre meno persone sono capaci di fare perché per tradurre la cosa essenziale è ciò che nessuno oggi vuole più fare: farsi da parte, scomparire. Che l'io narrante de L'idiota di famiglia sia incastrato nelle parole, che si nutra di esse e che, al contempo, non voglia prendersi il centro della scena, Dario Ferrari lo mette in chiaro fin dallo spiazzante incipit: «La mia croce sono i calchi» (p. 15). È un incipit che non solo palesa il tono che accompagnerà noi lettori: un'ironia che non sfocia mai, per fortuna, in un cinico autocompiacimento o in un narcisismo autoriale. Ma svela anche che sta facendo l'occhiolino a un lettore colto per il suo divertissement. L'ironia diventa la chiave di accesso al mondo di Igor. Che è un mondo straordinario nella sua apparente banalità. 

Igor convive con Marta a Roma. La loro storia attraversa una crisi dovuta ai loro fallimenti nei vari tentativi di diventare genitori e anche alla carriera sempre più importante di lei come scrittrice. Lei si mette in primo piano, lui invece "si nasconde" dietro le parole degli altri: fa il traduttore dalla lingua inglese e, eccezion fatta per le traduzioni di Badwalds, sbarca il lunario traducendo improponibili bestseller, per palati letterali molto ingenui e incolti.

La loro routine viene interrotta dall'aggravarsi delle condizioni del padre di Igor, chiamato per tutto il romanzo Herr Professor. E qui incontriamo il primo personaggio monumentale de L'idiota di famiglia: Franco Nieri, chiamato da tutti a Viareggio "Professore", perché aveva insegnato Storia e Filosofia in un liceo cittadino. Votato al culto di Kant e del partito comunista. Herr Professor era austero, pignolo, irremovibile, in breve: aveva sistemato perle feste il complesso di Edipo di Igor. Se uso l'imperfetto per descrivere Herr Professor è perché è affetto da demenza senile e pian piano la sua identità, quella che il figlio aveva sempre combattuto, svanisce. Proprio per l'aggravarsi delle condizioni di salute del padre, Igor torna a Viareggio, in un ritorno biografico che non è solo un'involontaria recerche du temps perdu, ma una discesa nella perdita di significanza delle parole. Una delle scene più interessanti del romanzo è quella in cui il padre, con nastro adesivo e post-it, decide di attaccare i nomi agli oggetti in dispensa, perché comprende che la sua mente ha smarrito il nesso tra le parole e le cose

All'inizio gli dettavo i nomi da scrivere, poi, resomi conto dell'imbarazzo che provava nel non riuscirci, ho cominciato a fare tutto io. Questo l'iter: lui mi porgeva un oggetto, io provavo a chiedergli il nome, lui non lo sapeva ma per lo più riusciva a trattenersi dal dire «stronzo», allora glielo dicevo io e lui si arrabbiava che lo sapeva benissimo, se solo gli avessi lasciato il tempo. Con il progredire del lavoro crescevano la frustrazione e il nervosismo, e di conseguenza l'aggressività nei miei confronti, che ero specchio e testimone dei suoi reiterati fallimenti. (p. 134)

Le parole, la loro traducibilità, le incomprensioni (fino alla fine il referente del nome Idargo sarà travisato) la ricopiatura e l'interpretazione sono al centro de L'idiota di famiglia, che riesce a coniugare in modo sorprendente istanze narrative che spesso si presentano separate a un narratore. 

Già il titolo è una bella scommessa ermeneutica. 

Di certo Herr Professor diventerà l'idiota di famiglia nel momento in cui non parla, vive assente, mera corporeità abbandonata proprio da quel cogito cui  aveva consacrato l'esistenza. Ma il titolo richiama anche il libro feticcio del padre: L'idiota di Dostoevskij, la cui mancata lettura di Igor causò la prima delusione paterna. Ma come non pensare al saggio di Jean-Paul Sartre, L'idiota della famiglia, nel quale analizza la vita e la formazione di Gustave Flaubert? La tesi di Sartre è che il giovane Flaubert, inizialmente considerato "l'idiota", quello poco sveglio della famiglia, inabile a svolgere qualsiasi lavoro si sia poi trasformato nel genio che tutti conosciamo, attraverso l'uso delle parole. Anzi, ha usato proprio quelle parole per demistificare il mondo borghese che lo aveva identificato come un idiota.

Igor scoprirà che anche il suo idiota di famiglia usava le parole scritte per creare un mondo, per lasciare traccia di sé. Una delle ultime cose sensate che Herr Professor era riuscito a chiedere a Igor era:

«Prenditi cura di Idargo», «Trovi tutto nell'Indifeso fervore». Conscio che io sono l'unico in famiglia ad avere una qualche dimestichezza con la parola scritta, ha assegnato a me questo compito, e io lo accetto con gioia, quasi fosse il marchio di una sorta di elezione paterna finalmente manifestata. Ancora una volta, mi pare, ognuno si occupa di ciò che gli è più congeniale, e non è detto che la cura di questo lascito postumo, dei frammenti di questa sua novella storico-politica, sia meno importante, o meno amorosa, di quella rivolta a ciò che resta della sua persona. (p. 259)

Alla storia che vede Igor come io narrante, se ne aggiunge un'altra - segnalata da un altro font - che è Indifeso fervore, manoscritto del padre. Questo incastro è la parte a mio avviso meno riuscita del romanzo, dal punto di vista del lettore che è costretto a interrompere la voce di Igor per immergersi in pagine che non hanno la medesima intensità. Tuttavia, la ragione di questi inserti è ben chiara alla fine e, soprattutto dà ulteriore sostanza alle dinamiche familiari. Il titolo del romanzo B, Indifeso fervore, preso in prestito da una poesia di Sandro Penna, svela l'affinità profonda e inaspettata fra il padre e il figlio, perché Penna, disimpegnato, il meno incline a parlare di storia e di ideologia (quindi apparentemente lontano anni luce dall'idea paterna di intellettuale) è colui che parla di vita, di corpi, di luce.

I corpi e la luce: la gioia dell'anonimato, la rinuncia all'individualità, il sogno di diventare tutti, o di non essere più nessuno, di sparire, di perdersi nel rumore delle cose. Forse è per quello che queste poesie mi piacciono tanto, perché mi ci sento così a mio agio, io che anelo solo a svanire: e chissà che Herr non le abbia tanto amate perché ci vedeva già inscritto il destino di perdita del uso ingombrante sé cosciente per restare a sua volta nient'altro che materia, corpo tra i corpi. (p. 319)

Dario Ferrari riesce a fare tante magie con questo romanzo: intanto, scrivere del dramma della decadenza di un genitore senza pietismo e senza l'osceno rimestare nella tragedia che solitamente è la cifra di tanti romanzi nostrani. Si riesce a sorridere e a intenerirsi, ma a volte anche ad affacciarsi nel baratro della demenza senile, in un'altalena di sentimenti sempre ben calibrata. La voce narrante, nonostante la sua pretesa di invisibilità, ci guida sapientemente fra le pieghe della storia. Questo Indifeso fervore è lo stesso con cui Ferrari costruisce i suoi personaggi, che sono tutti ben riusciti e amabili: la sorella Ester, strampalata e immatura, perfetto Don Chisciotte della vicenda, la compagna Marta, che ci regala anche la dolcezza di un presunto happy end, l'amico Botero, l'editor Sveva, nella descrizione della quale Ferrari esercita il proprio crudele fervore in maniera molto divertente, la madre, portatrice sana dell'ironia dissacrante toscana e figura solo dei ricordi, svanita in quel temps perdu che la casa paterna custodisce gelosamente.

La vera magia è restituirci ciò  a cui  la letteratura, così come la sua "ancella" (la traduzione), dovrebbe tendere: il piacere delle parole e il prendersi cura di loro.

Mi dispiace non poter più dire a Herr che forse alla fine qualcosa di lui l'ho capita, che le sue ultime parole non sono andate perdute, che sono pronto a farmene carico. Non posso dirglielo, certo, e se anche glielo dicessi non mi capirebbe, ma di sicuro adesso vedo un senso in quello che ha scritto, e posso in fondo dirmi che alla fine, arrivati all'ultimo metro, io e mio padre abbiamo trovato una pacificazione, e l'abbiamo trovata nell'unico posto in cui due come noi avrebbero potuto incontrarsi: una pagina scritta. (p. 479)

Deborah Donato