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Il primo amore tra innocenza e passione in “Gioconda”: una storia vera di Nikos Kokantzis

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Gioconda
di Nikos Kokantzis 
Edizioni e/o, 29 aprile 2026

Traduzione dal neogreco di Maurizio De Rosa

pp. 128
€ 16,00 (cartaceo)
€ 9,99 (eBook)

Aveva un bisogno insaziabile di prendere e dare, con il corpo e con l’anima, si struggeva di passione pur restando invincibilmente pura. […] (p. 71)

Era votata alla felicità e aveva un delizioso senso dell’umorismo che l’aiutava a farsi beffe della banalità del quotidiano, e allora la sua risata riecheggiava fresca e cristallina come acqua di fonte. Ma allo stesso tempo aveva momenti di inspiegabile serietà, che sopraggiungevano all’improvviso, simili a una nuvola che, sospinta da un forte vento, per un istante nasconde il sole facendo sprofondare il mondo in un’ombra angosciante prima che tutto si illumini di nuovo; […] (p. 73)

Basterebbero queste righe a condensare l’essenza di Gioconda, la protagonista di questo breve romanzo, la storia vera del primo amore di Nikos Kokantzis, uno dei più apprezzati e compianti autori in lingua neogreca. Gioconda è fuoco irresistibile e generoso e purezza irriducibile, capace di abbandonarsi totalmente alla gioia e, allo stesso tempo, sfiorata da un’ombra improvvisa e indecifrabile. Siamo di fronte davvero a uno dei ritratti femminili più delicati e memorabili che il lettore possa incontrare, una figura luminosa che si imprime nella sua memoria con la forza delle cose destinate a non durare.

La storia di Gioconda è ambientata nella Salonicco della Seconda guerra mondiale, una città attraversata da tensioni profonde e segnata dal destino della comunità ebraica. Eppure il romanzo non indugia sulle immagini più crude e raccapriccianti di quel periodo storico, perché al centro non c’è l’orrore, ma la luce. La vera protagonista dell’opera è infatti l’assolutezza dell’amore, la gioia piena e irripetibile di un sentimento ricambiato nella prima giovinezza. 

In quei momenti, per la verità piuttosto rari, la sua consueta timidezza lasciava il posto a un’esuberanza che sorprendeva tutti, tanto che alla fine facevano un passo indietro e accettavano la sua idea, che peraltro era la mia. Né io né lei potevamo immaginare il significato della nostra intesa. Fu la mia migliore amica dal giorno in cui imparammo a parlare fino a quello in cui, all’età di quindici anni, fu deportata dai tedeschi con tutta la sua famiglia. (p. 16) 

Il legame tra Nikos e Gioconda nasce nell’infanzia, nei giochi condivisi tra cortili e prati, in mezzo agli altri bambini. In quella fase, il loro rapporto è spontaneo, innocente, ancora privo di confini. Ma quando entrambi dichiarano il loro amore e il sentimento si rivela, tutto cambia: i due si appartano, si sottraggono al gruppo, costruiscono un mondo segreto in cui esistere soltanto l’uno per l’altra. 

Eravamo orgogliosi di quanto ci stava capitando, ma volevamo tenerlo per noi e non renderlo di dominio pubblico. Eravamo dei veri cospiratori. (p. 50)

Il loro amore diventa un rifugio esclusivo, uno spazio intimo e inviolabile, chiuso al resto del mondo. Con l’adolescenza, questo legame si accende e si trasforma in passione. L’innocenza si fa desiderio e l’intesa si traduce in unione dei corpi, vissuta con la naturalezza e l’urgenza della giovinezza. È la narrazione fresca, delicata e sincera di un amore assoluto, totalizzante, attraversato da una gioia pura e quasi euforica, in cui ogni incontro furtivo sembra sospeso fuori dal tempo. La fila per la distribuzione del pane, momento in cui gli stessi adulti cercavano di scavalcare i ragazzini, per loro, innamorati, era un momento magico:

Ci sembrava di essere in un giardino di fiori circondato dai tuoni, dai lampi dalla violenza e dalla follia del mondo. Poi, presa la razione di pane che ci spettava (il pane era preparato con la farina di mais mista a terra e a piccoli sassolini, e un giorno ci abbiamo trovato dentro persino la coda di un topo), tornavamo a casa felici e contenti, cosicché quale importanza poteva avere la guerra rispetto alla nostra gioia? Non passava giorno senza che avessimo la meglio sulla guerra. Quando non esiste nello sguardo delle persone, la guerra è già stata sconfitta. (pp. 47-48)

La prosa di Kokantzis è spontanea, diretta, ancora palpitante. Si insinua nella pagina una nostalgia autentica, quella tipica di chi è consapevole di aver conosciuto un paradiso irripetibile, un amore che nessuna stagione successiva della sua vita potrà mai eguagliare.

Questa stessa nostalgia si allarga anche ai luoghi, allo spazio della Salonicco del passato: l’autore confronta più volte la città della sua infanzia e adolescenza con la città moderna, irriconoscibile, segnata dal cemento e dalla trasformazione urbana. È il sigillo di un passato che non torna più, proprio come quello dell’amore che sopravvive solo nella dimensione del ricordo. Il lettore avverte che quella felicità è fragile, ma ineluttabilmente esposta alla fine dall’inizio.

Gioconda non è il racconto della distruzione, ma quello di una felicità vissuta fino in fondo, nonostante tutto. Un romanzo intenso che realizza pienamente il desiderio dell’autore di ricordare il suo piccolo grande amore:

Vorrei serbare per sempre nella memoria tutto quello  che è successo tra noi, anche il momento più insignificante - tutte le volte in cui mi ha detto «ti amo», tutte le volte in cui mi ha toccato in quel modo che soltanto lei, per istinto, conosceva. Vorrei ricordare per sempre la sua voce quando sussurrava, il tocco delle sue labbra, l’odore del suo corpo. Vorrei ricordare non soltanto tutto quello che abbiamo detto, ma anche i nostri silenzi. Le persone muoiono soltanto quando le dimentichiamo. Gioconda deve restare viva finché avrò vita, e oltre. Viva come quando l’ho conosciuta e come l’ho vista sbocciare, con le mie carezze, con i miei baci. (p. 76)

Marianna Inserra