Il problema sono gli altri. Con le loro domande, la loro curiosità morbosa spacciata per interesse nei tuoi confronti. Vogliono sapere di te, della tua vita, se è in linea col copione, se stai seguendo una direzione. E devi rispondere, agli altri. Guai sottrarsi, potrebbe essere sospetto. E i sospetti sono la benzina delle chiacchiere. (p. 77)
Cosa spinge un ragazzo e una ragazza ad allontanarsi dal proprio paese? Cosa succede quando il luogo in cui siamo nati e cresciuti smette di riconoscerci? Nonostante le nostre mappe da adulti, smarrirsi è un'esperienza sempre latente. Passiamo gran parte del nostro tempo a conquistare, determinare, riconfermare le boe intorno alle quali muoverci in modo da non disperare nel tragitto tra un luogo e un altro, perché anche il nostro corpo si aspetta un'affinità con le presenze fisiche circostanti e quando questa viene negata, il mondo che ci circonda diventa ambiguo e insopportabile, pericoloso e insignificante.
Questo posto mi sta respingendo, il nuovo romanzo di Andrea Martina, è un'opera che con forza indaga la precarietà non solo economica, ma esistenziale e che dipinge, con una scrittura affilata e priva di sconti, il ritratto di quella "generazione invisibile" che si sente straniera in casa propria.
La storia dei due personaggi si muove su un asse geografico ed emotivo molto preciso: la provincia pugliese e la metropoli sabauda. Lucio e Atena sono cresciuti insieme a Crianza, un piccolo borgo della provincia pugliese dove il tempo sembra scorrere immobile tra tradizioni soffocanti e un orizzonte che si restringe ogni giorno di più. Il loro è un legame nato tra le pieghe di una realtà che non offre sconti, una complicità che è stata per anni l’unico scudo contro la noia e la rassegnazione del paese.
Entrambi si trasferiscono a Torino per dedicarsi allo studio. Amici, coinquilini e "esuli" dallo stesso paese del Salento con la promessa di un futuro solido, ma le loro carriere accademiche raccontano due storie opposte che nascondono la stessa inquietudine. Lucio è bloccato. Iscritto a Ingegneria, non riesce a superare un esame da mesi. Le sue giornate sono una recita estenuante: finge di studiare, finge che tutto vada bene, ma ogni telefonata dei genitori o ogni domanda degli amici diventa un proiettile. Il suo "respingimento" è il senso di colpa e il terrore di deludere le aspettative di chi, a Crianza, ha investito tutto su di lui. Atena al contrario, è la studentessa modello. Studia Architettura con risultati eccellenti ed è vicina alla laurea. Figlia del sindaco di Crianza, il suo percorso sembra un binario perfetto che la riporterà a casa per lavorare nello studio del padre. Tuttavia, anche lei si sente respinta: non dalla mancanza di risultati, ma da un futuro che sente già scritto da altri, una "normalità" che la soffoca.
Il fragile equilibrio della loro vita torinese si incrina quando un atto di violenza colpisce la famiglia di Atena in Puglia. Questo evento costringe entrambi a fare i conti con la realtà del loro paese d'origine e con la consapevolezza che né la fuga a Torino né il successo accademico possono proteggerli davvero. Insieme, scoprono che la rabbia può diventare una forma di reazione e che "realizzarsi" significa, prima di tutto, avere il coraggio di distruggere l'immagine di sé che gli altri hanno costruito.
Per secoli abbiamo pensato all'identità umana come a un albero: più profonde sono le radici, più forte è l'individuo. Nel romanzo di Andrea Martina, questa metafora si spezza. Il "respingimento" avviene quando le radici non trovano più nutrimento nel terreno d'origine (Crianza), ma non riescono nemmeno a penetrare l'asfalto della metropoli (Torino). Filosoficamente, Lucio e Atena vivono la fine della stanzialità. Questo posto mi sta respingendo è il racconto perfetto di un luogo che non permette di "essere" semplicemente attraverso l'appartenenza. Hegel parlava dell'autocoscienza che ha bisogno dell'altro per essere riconosciuta. Se trasliamo questo concetto allo spazio geografico, il posto ci accoglie quando ci "riconosce": a Torino, per Lucio e Atena, il respingimento è l'anonimato spietato. La città non li vede come individui, ma come numeri di matricola o ingranaggi di un sistema di produzione (o di consumo). Senza riconoscimento, lo spazio diventa ostile: non è una casa, è un corridoio. A Crianza, il respingimento è l'eccesso di sguardo. Il paese li riconosce troppo, ma solo per ciò che erano o per ciò che dovrebbero essere (la figlia del sindaco, lo studente modello). Il posto li respinge perché non accetta la loro evoluzione o il loro fallimento.
L'effetto finale di questo doppio respingimento è la creazione di un vuoto pneumatico. Lucio e Atena finiscono per abitare quella che potremmo definire una "terra di mezzo". Filosoficamente, il respingimento produce una alienazione geografica: non è che non hanno un posto dove andare; è che non hanno un posto dove restare.
Per Lucio e Atena il "respingimento" non è un atto violento e improvviso, è un'erosione lenta. È la sensazione di camminare in una stanza dove l'aria diventa sempre più rarefatta finché non sei costretto a uscire per respirare. Ma la tragedia descritta da Andrea Martina è che, una volta usciti da una stanza (il Sud), l'aria della stanza successiva (il Nord) risulta altrettanto irrespirabile, sebbene per motivi diversi. Lucio e Atena non abitano Torino né abitano Crianza; abitano la loro reciproca solitudine. Questa è la forma più crudele di non-luogo: la sensazione di essere "ovunque e in nessun posto", un'esistenza sradicata che trasforma la geografia in una successione di stanze d'affitto e strade che non ti riconoscono più.
Non a caso è proprio il rapporto tra i due il vero baricentro del romanzo, la loro comune origine li rende "specchi" l'uno per l'altra: solo Atena può capire il peso del silenzio di Lucio, e solo Lucio può vedere attraverso la maschera di perfezione che Atena indossa per compiacere il padre e il paese. In una città che li ignora e in un paese che li soffoca, l'appartamento che condividono diventa una zona franca, un'ambasciata di un territorio che non esiste più. Si appoggiano l'uno all'altro attraverso una forma di protezione dei segreti. Lucio protegge il fallimento universitario di Atena (o meglio, la sua insofferenza verso un destino già tracciato), mentre lei diventa il custode dell'inerzia di lui. Si sostengono non spronandosi necessariamente verso il "successo" richiesto dalla società, ma legittimando reciprocamente il proprio diritto a stare male, a essere bloccati, a sentirsi fuori posto: si salvano a vicenda non perché abbiano le risposte, ma perché sono gli unici a farsi le stesse identiche domande.
Il finale stesso di Questo posto mi sta respingendo è "strano" proprio perché rifiuta la catarsi rassicurante che ci aspetteremmo da un classico romanzo di formazione. L'autore firma un romanzo di formazione al contrario o, per meglio dire, di formazione alla disillusione. Verso la fine, Lucio e Atena subiscono un processo di spoliazione. Non "diventano" qualcosa di nuovo nel senso del successo sociale; piuttosto, smettono di fingere di essere ciò che gli altri si aspettano. Lucio si spoglia della colpa del fallimento accademico e la sua maturazione non sta nel superare l'esame che lo bloccava, ma nel capire che quell'esame (e tutto ciò che Torino rappresentava) non era il suo destino così smette di fuggire dal proprio vuoto e inizia ad abitarlo. Atena, che sembrava avere tutto sotto controllo, vive una rottura violenta con l'immagine di "figlia perfetta" del sindaco di Crianza. La sua evoluzione è una ribellione contro il destino già tracciato. Non cerca più la terra promessa, ma rivendica il diritto di distruggere le aspettative paterne. La sua "maturità" è un atto di rottura, una scelta di libertà che però non ha una destinazione certa.
È proprio il finale che non risolve la tensione, ma la congela. Se il posto respinge l'unica soluzione non è trovare un altro posto, ma accettare la propria condizione di esiliato in cui il successo e il fallimento smettono di essere categorie valide. La formazione dei personaggi si compie nel momento esatto in cui accettano che non c'è un posto dove stare e che, forse, la libertà inizia proprio quando smetti di cercare quei luoghi che non hanno spazio per te e capisci che la terra di mezzo non è poi così spaventosa.
Serena Palmese

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