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Una saga familiare oscura, viscerale e perturbante attraversata dalla memoria: "L'ora del lupo" di Joanna Bator

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L'ora del lupo 
di Joanna Bator 
Feltrinelli, marzo 2025 

Traduzione di Barbara Delfino 

pp. 640 
€ 24 (cartaceo) 
€ 13,99 (ebook) 

L’ora del lupo di Joanna Bator è uno di quei romanzi che non si limitano a raccontare una famiglia, una storia, ma l’attraversano e la vivisezionano in tutti i suoi elementi. Una storia che viene messa a nudo, lasciando emergere tutto anche quello che l’autrice cerca di celare nel testo. Più che una storia che vive e che respira, stratificata, che si muove tra memoria e corpo, tra ciò che si ricorda e quello che viene, sempre, lavoro dal subconscio. 

Il romanzo è ambientato in Polonia nella regione della Slesia. La storia ricopre un ampio arco narrativo che va dagli anni 30’ del 900’ fino ai giorni d’oggi. Segue più generazioni della stessa famiglia. Ne ripercorre I luoghi principali, tra cui Wałbrzych, Unisław Śląski e Sokołowsko, e le vicende.

Un romanzo carico di memoria storica, segnata dalla guerra, dalle trasformazioni sociali e da un senso costante di inquietudine. Fin dall’inizio si impone una linea tematica molto chiara, quella dell’assenza maschile; fin dalla quarta di copertina stessa, si legge: "La mia storia famigliare è piena di buchi a forma di uomo". Questo non rappresenta, infatti, un semplice dato biografico, ma un vuoto vero e proprio che si trasmette, che modella le relazioni, che costringe le donne della famiglia a ridefinirsi continuamente.

Quei “buchi” non sono passivi, non sono semplici mancanze. Sono spazi attivi, deformanti, che incidono nel modo in cui le vite si costruiscono. La narrazione non segue una linea ordinata. Si muove piuttosto per frammenti, per ritorni, per immagini che si accumulano nel tempo. Le diverse generazioni si intrecciano senza mai chiudersi in una struttura troppo definita, e questo può disorientare, soprattutto all’inizio. Ma è proprio questa scelta a rendere il romanzo coerente con ciò che racconta: una memoria non lineare, ma come tale frammentaria e sovrapposta. Nel romanzo ci sono momenti in cui la violenza emerge con una naturalezza quasi disturbante.

La scena delle due ragazze trovate tra i resti carbonizzati, ad esempio, non viene caricata emotivamente, viene raccontata con una freddezza che colpisce proprio per la sua semplicità: 

«Si scoprì che la casetta di Jan Nowak era completamente bruciata e tra i suoi resti carbonizzati furono ritrovati i corpi di due ragazze zingare, gemelle.» (p. 146) 

Questo modo di non spiegare, di non chiudere, è uno degli elementi più forti del libro. Bator non costruisce una narrazione certa, non offre interpretazioni pronte, anzi lascia che siano i dettagli, i corpi, gli oggetti a parlare. Il corpo, in particolare, ha un ruolo centrale, spesso trattato in modo diretto, a tratti disturbante.

Quando leggiamo:

«Basta catturarne due e torcere loro il collo. Una volta Barbara lo sorprese a farlo e Jakub inorridì per il fatto che avesse visto quella piccola crudeltà, ma la ragazzina gli chiese con calma di mostrarle come si faceva» (p. 259),

il gesto sembra quotidiano, ma subito si carica di un significato più ampio, perché rimanda a un rapporto con la violenza che attraversa tutto il romanzo. Anche l’amore si inserisce in questa logica. Non è mai idealizzato, non è un amore che diventa rifugio. È un desiderio, un’ ossessione, il bisogno di controllo: 

«Le donne sono contabili dell’amore, contano i pregi e i difetti degli amanti, annotano quanto e quando». (p. 227)

La scrittura riesce a tenere insieme tutto questo senza perdere coerenza. Da una parte c’è una dimensione quasi simbolica, fatta di immagini che sembrano appartenere a un immaginario più antico. Dall’altra c’è una forte radice concreta, legata alla storia della Polonia, alle sue trasformazioni, alle sue ferite. Anche lo spazio partecipa a questo movimento. I luoghi non sono semplici sfondi, ma organismi vivi, capaci di riflettere chi li attraversa. Quando si dice che: 

«la città, le sue strade, le case e gli abitanti si riflettevano in esso come in uno specchio deformante mostrando la loro natura nascosta» (pp. 146),

si ha la sensazione che tutto sia connesso, che le persone e gli ambienti facciano parte dello stesso sistema. Se si vuole individuare un limite, si potrebbe parlare proprio di questa stratificazione continua, che a tratti disorienta e richiede una partecipazione attiva alla lettura. Non è un romanzo che si lascia seguire passivamente, è anche ciò che lo rende così potente, perché costringe a restare dentro il testo, a confrontarsi con ciò che si sta leggendo pagina dopo pagina. L’ora del lupo mostra, piuttosto, come la memoria e il trauma continuino a muoversi nel tempo, modificando chi li attraversa. E lo fa con una voce che riesce a essere insieme sensuale, ironica e spietata, senza mai perdere profondità.

Alessia Alfonsi