Le storie di formazione sono chicche piacevolissime per un lettore. Prima di tutto, può seguire la crescita di un personaggio dall'inizio alla fine; poi, dopo essere passato per fatti sgradevoli e avventure al cardiopalma, può godersi, insieme al protagonista, la piena maturazione. Il nuovo romanzo di Alka Joshi – Sei giorni a Bombay – è un perfetto esempio di romanzo di formazione, più perché la protagonista ne passa di tutti i colori che per la narrazione appassionante.
La vicenda incomincia a Bombay, nel 1937, con la protagonista, Sona, un'infermiera poco più che ventenne che assiste una sofferente paziente, la pittrice Mira Novak ispirata alla pittrice indiana Amrita Sher-Gil. Il rapporto tra le due occuperà la prima parte, la quale si svolge interamente in India. Sona si barcamena in una vita complicata, fatta di povertà e rinunce, tra l'ospedale e la modesta casa in cui vive insieme alla madre. Rare sono le occasioni di respiro per lei, sempre tesa e preoccupata per i soldi, per la carriera, per l'amica malmenata dal marito e per i pazienti. Questa prima parte è, forse, la più curiosa e stimolante, sebbene ambientata in un unico luogo e per questo piuttosto statica. Ma è proprio la penetrazione totale in uno scenario storico e sociale di rilievo a fornire una base di lettura piacevole.
L'India è ancora una colonia britannica in Sei giorni a Bombay, ma si avverte forte il malessere della popolazione e le disparità tra bianchi e indiani si fanno sempre più intollerabili. Gli indiani hanno affiancato i britannici durante la prima guerra mondiale e non hanno ottenuto alcunché; inoltre, sono sempre più poveri dei coloni, meno rispettati e rappresentati. Sona è indiana solo per metà, poiché il padre è un colono britannico fuggito quand'era ancora una bambina e mai più rivisto. Per gli indiani è troppo bianca per essere dei loro, e per i britannici è troppo indiana. Il tema dell'identità è forte e ricorrente nel romanzo: non averne una riconosciuta o socialmente accettata è uno stigma che la protagonista porta con sé.
La seconda parte del romanzo, però, non sembra possedere la medesima intensità della prima. Il personaggio di Sona ha effettivamente una svolta inaspettata e notevole, che si trasformerà in una vera crescita. Ma l'impressione è che avvenga tutto in modo troppo precipitoso. Viaggerà da una parte all'altra dell'Europa, si imbatterà in sconosciuti, luoghi mai visti e lingue che non sono la sua, districandosi con successo. I rischi corsi e i pericoli sventati non sembrano mai davvero reali, come se il lieto fine fosse già arrivato a metà romanzo e, perciò, sia scontato che Sona ne uscirà intatta. In Europa, infatti, i venti di guerra si fanno sempre più tempestosi ma non è questa la storia che Joshi vuole raccontare. La seconda parte, infatti, è tutta concentrata sulla crescita di Sona e sulla donna che incomincia a diventare grazie a un atto dopo l'altro di libertà e indipendenza.
Di certo, allora, la violenza patriarcale, la subalternità del sesso femminile a quello maschile e le disparità sociali ne risentono fortemente. I temi con cui il romanzo aveva incominciato a muovere i primi passi vengono meno e lasciano il posto al riscatto del singolo, dell'individuo – Sona, appunto – a scapito delle questioni comuni. È, questo, un romanzo dei nostri tempi in cui si tifa per l'eroina o l'eroe di turno e non per la gloria di una comunità. Ci appassionano più la storia di una persona sola che le vicende di un romanzo corale. «Non era sufficiente la sofferenza fisica che ci tormentava il corpo e le membra? Perché dovevamo soffrire anche nel cuore [...] ?» (pp. 90-91): è quel che Sona si chiede all'inizio della sua storia, concentrata com'è sulle sofferenze altrui; mentre, l'impressione che la Sona della fine dà è quella di una donna che non si rivolge domande simili, bensì accetta la sorte degli altri per quella che è.
Camilla Elleboro
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