«All'ammissione è lucida ma afferma di dover e voler morire.» (p. 15)
Serena Vitale, scrittrice, slavista e traduttrice di autori quali Cvetaeva, Brodskij, Kundera, in Cartella clinica, suo romanzo confessione, ricostruisce con un approccio sia intimo che analitico la morte della sorella Rossana, avvenuta presso l'ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà di Roma, il 24 settembre del 1961.
Quando la sorella morì, Serena aveva solo sedici anni; trasferitasi con la madre a Roma per stare accanto a Rossana, cambiò drasticamente vita. Abbandonò il padre, il cui ormai rapporto con la madre si era logorato, lasciò i nonni a Brindisi, le sue amicizie e il Liceo classico che stava frequentando.
«Ci trasferimmo a Roma, dove c'era la clinica neurologica di Santa Maria della Pietà, a cui ormai rimandavano tutti gli specialisti che avevano visitato Rossana. Non c'era altra soluzione, dicevano...» (p. 76)
Con gli occhi prima dell'infanzia e poi della adolescenza, con una scrittura che non lascia scampo a inutili e falsi lirismi, Vitale narra con la caparbietà e la lucidità di un investigatore gli anni precedenti alla grande tragedia che investì la famiglia.
Ma Cartella clinica non è solo un romanzo autobiografico, è una vera e propria indagine. L'autrice intervalla la narrazione della sua vita, quella della sua famiglia e del modo di vivere a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, con stralci della cartella clinica della sorella nominati "Inchiesta sociale".
Inevitabile che la parte emotiva del quadro narrativo emerga dalle parole degli psichiatri di allora, come dalle foto di Rossana - non solo costretta in un letto di ospedale -, ma anche dai frammenti della sua vita spezzata, come le immagini di lei durante una esibizione a teatro. Parti di un'esistenza che spesso si danno per naturali e scontati, quando invece strappati in così tenera età, e in quella maniera, diventano macigni insopportabili.
L'autrice si sofferma anche sulle terapie di allora; è imprescindibile comprendere quali fossero le diverse dinamiche in termini di approccio psichiatrico per le patologie; sembra un caso, ma purtroppo non lo è, che proprio quando Rossana moriva, in quell'anno, nel 1961, Franco Basaglia in un ospedale a Gorizia iniziò a mettere in discussione ogni tipo di metodo, anche quello legato alla schizofrenia, la malattia di Rossana.
«Si richiede autorizzazione a sottoporre ad EST la paziente Vitali [sic!] Rossana date le sue particolari condizioni fisiche.» (p. 83)
Dai ricordi della scrittrice la sorella appariva come una ragazza normale, eventualmente più schiva, meno solare delle sue coetanee, ma a diciassette anni qualche suo difetto fisico diventa per la stessa intollerabile, come i suoi occhi, quelli che sfigurava sul viso delle bambole quando era una bambina. Diventa quindi inevitabile per il lettore naufragare ed essere inghiottiti nell'inesorabile sgretolarsi dell'anima e della psiche di Rossana, per poi sentirsi collettivamente colpevoli per l'inadeguatezza medica di allora, l'acerbità di approccio per quello che a tutt'oggi è ancora di difficile catalogazione e risoluzione.
«Accorsero due donne di età indefinibile che erano riuscite, non so come, a liberarsi delle fasce (o forse esistevano agitate minori, non legate ai letti?), e si misero a leccare i pezzi di crostata che Rossana aveva gettato sul pavimento.» (p. 87)
Le condizioni umane nelle strutture psichiatriche di allora, come la sofferenza e l'impossibilità dei famigliari, i dubbi sulla morte di Rossana, sono sottili lame roventi che attraversano il racconto della scrittrice, creando un romanzo dalle molteplici riflessioni.
Caterina Incerti
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