martedì 14 febbraio 2012

L'oblio: il ricordo non muore


L'oblio
di Josephine Hart
Feltrinelli economica, 1997

Traduzione di Mariapaola Dettore
Titolo originale: Oblivion
Prima edizione: 1995

pp. 149
€ 7.00

Ma quando ci si sposa sono tante le cose che si ignorano. Eppure sono così importanti, modi diversi di soffrire... ma in fondo chi mai si sposa pensando al dolore? (p. 131)
Libri forti, quelli di Josephine Hart, adatti a un lettore che vuole riflettere ed essere sconvolto, a costo di interrogarsi su quanto la scrittrice irlandese ha saputo evincere dai meandri del più profondo e vergare su carta. Se già nel 1991 Il Danno si era imposto per l'anticonvenzionalità nel trattare rapporti erotico-amorosi implicati con equilibri familiari molto delicati (come non ricordare la splendida recitazione di Jeremy Irons nel film tratto dal romanzo?), L'oblio si spinge oltre i confini del noto. Protagonista indiscussa è la morte, l'oblio per l'appunto, e paradossalmente il permanere del ricordo - ossessivo, annichilente, pervasivo - nei vivi. Sarebbe riduttivo ricondurre l'opera all'esperienza del protagonista, vedovo da poco, che cerca di ricostruire la propria fragile esistenza avvicinandosi a Sara, donna sinceramente innamorata e comprensiva, ma così diversa dalla defunta Laura. E Laura non abbandona il marito, neanche nell'intimità con la nuova donna: 
Tu sei qui. Tu sei qui con noi. E io sono intrappolato qui con lei. Non puoi restare qui. Non è giusto. Non puoi restare qui con me. Ti ho desiderata. Ti ho sempre desiderata. Ti ho desiderata nella forma longilinea della tua trionfale adolescenza e nella forma del tuo potere di moglie. Cosa strana, desideravo mia moglie. (p. 11)
Mistificazione per senso di colpa o nostalgica dichiarazione a un "tu" presente-assente?
Se il dilemma vi sembra sufficiente per costruire un romanzo intenso, di indubbio pathos, ecco che si sommano altre tematiche che non sfilano ma infilzano il microcosmo del protagonista - e del lettore. Ad esempio, il lavoro giornalistico porta l'uomo a conoscere una controversa sceneggiatrice teatrale, ammirata da tutti e difficile da avvicinare. Non sono tanto gli incontri per l'intervista a delineare la personalità della donna, ma la sua stessa opera teatrale, offerta interamente al lettore. In corpo minore, un vero e proprio copione teatrale prende vita e interrompe la narrazione. E il legame, esplicitamente dichiarato, è che anche l'opera teatrale si occupa di morte: come in uno Spoon River postmoderno, personaggi dalle più inquietanti vicende di vita e di morte, eccoli esibirsi e interagire, ognuno con il proprio stile e registro linguistico. Rabbia, frustrazione, ma anche nostalgia e malinconia si intrecciano a una serie di riflessioni metanarrative e metateatrali, come la polemica aperta dal regista teatrale che se la prende con la pretesa degli spettatori di avere davanti agli occhi una realtà spiegata palesemente, senza lo sforzo interpretativo:
Vi ho offerto le loro vite. E le loro vite dopo la morte. E adesso pretendete che vi spieghi il significato. Da pensare che vogliate una trama, cazzo! Ma siete dei bambini? E qual è la trama della vostra vita, allora? Ha una trama? Be', razza di presuntuosi, chi sarebbe a scriverla? Su con la risposta. Chi scrive la trama della vostra vita? (p. 121)
Come non leggervi implicitamente anche la voce di Josephine Hart, autrice che lascia ai suoi lettori il compito di svelare i doppifondi semantici? E dalla metaletteratura si passa a considerazioni esistenziali:
“credi che non lo sappia? Tutti vogliono primeggiare. Nessuno fa la comparsa nella sua vita. La vita è un affascinante monologo per chi la vive. Ma non per gli altri." (p. 99)
E, ricordate, con la Hart nessuna relazione è mai sicura. Soprattutto se la relazione sembra protetta dalle convenzioni sociali, come da un matrimonio duraturo:
Be', signora Peters, in questo momento sto sognando di posare la bocca sul suo ventre. Lei ha mai desiderato arrampicarsi su di un uomo, signora Peters? Così come si scala una montagna? Allungarsi contro il terreno e toccargli i piedi e risalirgli il corpo. Il mio destino era sentire il suo piede premermi sul volto e non avere paura. (pp. 34-35)
Un piacere per i cinici, che comunque si struggeranno; un pugno nello stomaco per i più delicati. Disilludente e, al tempo stesso, intriso di sentimenti.

Gloria M. Ghioni



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