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Una città tra le pieghe della memoria e dei ricordi: “Cara Istanbul” di Serra Yilmaz

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Cara Istanbul 
di Serra Yilmaz
Rizzoli, gennaio 2026

pp. 208
€ 20,00 (cartaceo) 
€ 11,99 (ebook)


Serra Yilmaz è un’attrice e regista turca che vive tra l’Italia e il paese d’origine ed è nota soprattutto al grande pubblico per le sue meravigliose interpretazioni nei film del connazionale Ferzan Özpetek. In Cara Istanbul, edito da Rizzoli, l’autrice si cimenta in un’opera sospesa tra romanzo e diario, costruendo un racconto intimo e lucido in cui la memoria diventa la lente privilegiata per osservare la città e i suoi personaggi. 
Dedicato alla figlia, il volume è articolato in capitoli ed è arricchito da alcune cartine geografiche che facilitano l’orientamento del lettore, riportando i nomi dei luoghi citati. A completare il testo, compaiono anche ricette della tradizione, come il pollo alla circassa (p. 24) che preparava la nonna o l’Ikra di melanzane (p. 173), che l’autrice evoca e descrive con cura, integrandole nel flusso dei ricordi. Ogni sapore riporta alla luce un volto, una casa e una stagione della vita.

Per parlare della mia città devo parlare della mia famiglia. E per parlare della mia famiglia, devo per forza raccontare delle mie nonne. In realtà ne ho conosciuta solo una, la nonna materna, anneanne, come si dice in turco. Nella mia lingua madre, tutti i legami di famiglia e di parentela possiedono dei nomi specifici; così lo zio paterno si chiama amca, diversamente dallo zio materno, che è dayi. (p. 17)

Fin dalle prime pagine colpisce il tono della voce narrante. Yilmaz scrive come parla, la sua è una scrittura vivace, sfaccettata e capace di restituire con naturalezza il ritmo del racconto orale, presenti difatti nel testo anche termini nella lingua madre. Il lettore ha l’impressione di trovarsi seduto accanto a lei mentre rievoca vicende, immagini e odori, rapito dal fluire spontaneo delle parole e delle associazioni della memoria. Il linguaggio mantiene una straordinaria immediatezza senza rinunciare a momenti di intensa poesia. Nelle descrizioni Istanbul trascende la dimensione fisica per farsi un luogo dell’anima. Tra suggestioni ed episodi di vita vissuta, la città rivive in un dialogo costante con un passato custodito nel ricordo vivido di Serra. Istanbul emerge come uno spazio diviso tra modernità e tradizione, ma soprattutto come un organismo vivente e pulsante.

A Laleli ci fu anche un’altra prima volta. Quella dentro un hammam. Successe così. C’era stato un guasto all’impianto di distribuzione dell’acqua. C’è da dire che l’infrastruttura a Istanbul è vecchissima, perché l’acquedotto risale ai tempi bizantini. Non essendoci più il rifornimento in casa per diversi giorni, mia nonna e mia madre mi portarono all’hammam. Avevo tre, forse quattro anni. (p. 73)

Uno degli aspetti che caratterizzano il volume è il modo in cui la dimensione privata si intreccia con la storia del Paese. Le vicende familiari e le figure affettive, in particolare quelle femminili, si impongono come presenze autentiche. Yilmaz scardina stereotipi e preconcetti, restituendo con acutezza la complessità del quotidiano attraverso dettagli e momenti concreti, come quando ricorda i venditori ambulanti di yogurt con i loro vassoi in equilibrio su un bastone poggiato sulla spalla o le giornate trascorse al mare sulla spiaggia di Suadiye. Accanto a questa dimensione trovano spazio anche i riferimenti al percorso personale e artistico dell’autrice, fatto di teatro e di cinema. Non mancano passaggi più dolorosi, come la prigione del marito e il tema della malattia, ma il racconto è sempre attraversato da un’ironia sottile che ne mantiene una leggerezza mai superficiale. Serra Yilmaz riesce infatti a raccontare anche le esperienze più difficili senza indulgere nel sentimentalismo, ma affidandosi piuttosto a uno sguardo realistico e disincantato.

Cara Istanbul è un libro che non offre una narrazione lineare, ma invita a immergersi in un dedalo caleidoscopico di attori, figure e personaggi. Il risultato è una lettura coinvolgente e sorprendentemente densa, capace di generare una profonda sensazione di complicità. Un’opera intrisa di salsedine, essenze speziate e desiderio di libertà, dove i quartieri e le strade diventano elementi di una geografia interiore che accompagna il lettore fino all’ultima pagina.

D’inverno invece era un altro odore a imporsi, l’odore del salep, la bevanda ricavata dalla radice polverizzata dell’orchidea selvaggia. Mescolata con un po' di amido e di latte, diventava come una specie di cioccolata calda, con una sua consistenza densa. Si serviva in tazzine di ceramica, con sopra una spruzzata di cannella, e si beveva calda. (pp. 128-129)

Chiudendo il libro non resta un’asettica conoscenza della città, ma qualcosa di più prezioso: la percezione di aver abitato, anche solo per un momento, lo sguardo di chi quella città l’ha vissuta.

Silvia Papa