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«La nostra è una storia di diaspore, dolori, lingue molteplici». Identità e coscienza di una doppia appartenenza in “Dal fiume al mare” di Widad Tamimi

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Dal fiume al mare. Storia della mia famiglia divisa tra due popoli
di Widad Tamimi
Feltrinelli, 24 febbraio 2026

pp. 176
€ 16,00 (cartaceo)
€ 3,99 (eBook)


Le mie origini di apolide hanno paradossalmente avuto sulla mia vita un’influenza anche opposta a quella negativa di una sottrazione. L’essere senza Stato, una non cittadina, mi ha in qualche modo assimilato alla condizione attuale del popolo palestinese e a quella passata degli ebrei della diaspora. (p. 160)

Dal fiume al mare di Widad Tamimi, autrice dalla doppia matrice culturale, palestinese da parte di padre ed ebraica da parte di madre, si gioca su questa tensione identitaria che diventa anche punto di osservazione critico della realtà. Quella che potrebbe apparire come una condizione di mancanza, data dall’assenza di una cittadinanza e di un’appartenenza definita, si trasforma nel libro in un luogo terzo da cui osservare senza cedere alla semplificazione. È qui che ho trovato tutta la potenza, tutta la lucidità, tutta la preziosità di questo libro. Tamimi, che oggi vive in Italia, il paese che ha dato alla sua famiglia una seconda possibilità, costruisce un racconto familiare (come si evince dal sottotitolo), ma va ben oltre: tra le pagine viene fuori il suo interrogarsi continuo sul dove nasca un odio così radicato e reciproco. La riflessione si fa ancora più problematica quando chiama in causa la memoria ebraica della Shoah, evocata non in chiave accusatoria, ma come punto di partenza da cui interrogare le fratture del presente.

Dal fiume al mare è un memoir che sottrae la storia alle polarizzazioni, rifiuta le identità monolitiche e apre alla complessità di una genealogia divisa, stratificata, tutt’altro che eccezionale in quella terra segnata da conflitti profondi e atavici. La condizione di apolide, che l’autrice richiama nella citazione, non è soltanto un dato biografico, ma una prospettiva critica: la sua posizione liminale che, pur appartenendo al passato dal momento che adesso è cittadina italiana, riesce a mettere in dialogo due memorie storiche spesso raccontate come inconciliabili. 

Troppe persone hanno sofferto e sono morte tra queste due rive, una di acqua dolce e l’altra salata, per un nulla di fatto. Tante sono le state le proposte di soluzione avanzate negli anni, ma nessuna ha saputo prendere atto dell’evidenza invece che cimentarsi in congetture complicate: su questa terra vivono persone che parlano lingue diverse, che professano religioni differenti, che forse non si riconoscono fratelli, sebbene si chiamino entrambi discendenti di Abramo e dei suoi figli Isacco e Ismaele, per l’appunto fratelli, ma che prima di ogni altra cosa sono esseri umani. […]

La mia storia, il mio essere figlia di una donna di origini ebraiche e di un profugo palestinese, mi impone di non guardare altrove, di non voltare le spalle ignorando le vicende che si consumano in questo lembo di terra per il quale una parte dell’umanità è disposta a soffrire e morire, lottare e rinunciare alla pace. (p. 15)

Tra i passaggi più significativi del libro c’è il capitolo intitolato Allunaggio, in cui Widad Tamimi racconta il ritorno a Gerusalemme nel giugno del 2000, a diciannove anni. È un momento di passaggio decisivo, un vero «battesimo», come lo chiama lei, in cui prende forma la sua percezione delle Palestina e dei territori occupati. Particolare è l’esperienza a Neve Shalom, un tempo Wāhat as-Salām, un villaggio abitato congiuntamente da famiglie palestinesi ed ebree israeliane, dove la convivenza appare, almeno in quella fase, come un’ipotesi concreta. Il racconto insiste sulla struttura quotidiana di questo spazio condiviso: il bilinguismo a scuola, la presenza paritaria di studenti ebrei e palestinesi, la costituzione di un ambiente educativo dove l’identità non viene cancellata, anzi viene riconosciuta nella sua pluralità. Quel momento rappresenta per la giovane  Widad, neopatentata che si barcamena per le ripide colline di Gerusalemme con la sua amica Reem e la neonata di lei, non solo come «una grande promessa di pace, una promessa che quell’anno, prima di agosto, mi parve un’aspirazione ancora possibile» (p. 20). Sono ricordi che hanno valore di testimonianza, ma che recano anche curiosità, gioia di vivere, speranza nel futuro:

Mi è capitato spesso di pensare che a nutrire la mia incrollabile fiducia in un futuro, se non prossimo, quanto meno remoto e possibile, siano stati certamente l’unione delle mie due radici ebraica e palestinese ma anche quel mio battesimo, in un periodo in cui c’era ancora un clima di serenità e di speranza. All’epoca pensavo che Neve Shalom, dove certamente la pace e la fiducia reciproca tra due popoli non erano fatti scontati, banali, ma il frutto di un impegno assunto seriamente e con responsabilità, una sorta di laboratorio di umanità integrabile, ristretto allora ma potenzialmente replicabile ovunque. (p. 24)

Tuttavia, questa ipotesi di equilibrio si incrina rapidamente: Ariel Sharon, nel settembre del 2000, visita la Spianata delle Moschee, uno dei luoghi più sensibili di Gerusalemme, segnando uno degli eventi scatenanti della seconda intifada, un brusco ritorno alla violenza e al conflitto. In questa occasione l’idea stessa di pace possibile appare di nuovo esposta alla sua smentita storica. 

Qui non intendo raccontare troppo delle vicende biografiche di Tamimi, le lascio al lettore. Dall'opera si evince uno sguardo adulto, pienamente consapevole dell’eccezionalità delle proprie origini, che la porta a sentirsi responsabile di adottare un’apertura alla complessità del reale. In tutto emerge una traiettoria ben precisa: la volontà di aiutare chi si trova i condizione di vulnerabilità. Widad Tamimi sceglie di studiare diritto internazionale  e lavorare nei campi profughi, esperienza questa che contribuisce nel libro a definire quello sguardo più implicato e non distaccato su una realtà così difficile e dolorosa.

Tamimi non si colloca mai dentro una logica di schieramento, piuttosto orienta il suo sguardo verso la comprensione delle origini profonde di un odio reciproco, un odio tra due popoli fratelli, entrambi figli di Abramo. Lo sguardo dell’autrice fugge le semplificazioni e le contrapposizioni nette, e questa è la cifra più autentica della sua scrittura.

Israele ha, per molti aspetti, trasformato il trauma della persecuzione in un elemento identitario. Paura e memoria sono diventate parti centrali della cultura, mentre la costruzione di un nemico esterno funziona come strumento per mantenere costante la sensazione di dover essere pronti a difendersi. […]

Anche i palestinesi corrono un rischio analogo. Restate bloccati nel ruolo di vittime o essere incoraggiati a interpretare il dolore principalmente attraverso la logica della vendetta può compromettere la capacità di immaginare un futuro diverso. Il trauma rischia di diventare un’identità anziché un lutto da elaborare. (p. 31) 

Marianna Inserra