Gli sfaccendati
di Melih Cevdet Anday
Feltrinelli Gramma, aprile 2026
Traduzione di Nicole Verderame
pp. 352
€ 20 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)
In quella dimora che ormai stava invecchiando insieme ai suoi arredi, colei che un tempo era la nobile e ricca Leman Hanım si era ritrovata con una figlia alcolizzata, un genero epilettico e un marito che viveva nel mondo dei sogni, e lottava con le unghie e con i denti per non vedere le incredibili trasformazioni che il tempo portava con sé, cercando di salvare ciò che poteva e di mantenere in vita il passato col poco che le era rimasto. Lei era l'unica a combattere contro il tempo. Si stupiva di fronte ai mutamenti del mondo, le era sempre più chiaro che era rimasta sola; ma come chi sta precipitando in un burrone prova ad aggrapparsi agli arbusti o all'erba, non rinunciava alla ricerca di qualcuno che nel suo ambiente potesse aiutarla. (p. 76)
Melih Cevdet Anday, intellettuale turco tra i più importanti di metà Novecento, autore di otto romanzi, saggi, raccolte di poesie, opere teatrali, e vincitore di importanti premi letterari, ci consegna questo romanzo incredibile che ha luogo sulla sponda asiatica di Istanbul, nel 1900, e precisamente all'interno delle dinamiche assurde e quasi fantastiche di una famiglia chiusa nella villa nobile di Erenköy.
Un romanzo che è manifesto di quello che in Italia chiamiamo i "vitelloni" (dall'omonimo film di Fellini) e che l'autore ha battezzato "gli sfaccendati", dando di fatto il titolo a questo romanzo. Ma chi sono questi sfaccendati senza arte né parte?
E così? No, chi prendo in giro? Non devo aspettarmi che i miei comportamenti mi vengano da dentro, perché un dentro io non ce l'ho. Forse non ce l'ha nessuno. Tutti vanno alla ricerca di un improbabile mondo migliore, e per quel mondo lavorano e si danno da fare, per quanto sia fatica sprecata. Quelli che restano sono gli sfaccendati. E di sfaccendati casa nostra è sempre stata piena. (p. 224)
Il romanzo è diviso in due parti: nella prima a tirare le fila della storia, a decidere il bello e il cattivo tempo e - fulcro della questione - a mantenere tutti, è Leman Hanım, figlia di Şükrü Pascià, la matriarca della famiglia, che ha ereditato dal padre, vecchio braccio destro del sultano Abdülhamid II, tutto quello che ha, il denaro, la villa, il prestigio, il nome e l'alterigia, nonché la fissazione per i bei tempi in cui ha vissuto il padre, quando i ricchi avevano quel potere che, piano piano, è andato a scemare.
La prima parte del romanzo ci racconta proprio questo: un ventaglio di bizzarri personaggi, tutti sotto l'ala protettiva della matriarca, che non fanno assolutamente niente. Non lavorano, non studiano, non impiegano il tempo in alcun modo, semplicemente sopravvivono senza preoccuparsi di nulla, né da dove arrivino i soldi che li mantengono, né del proprio futuro, né di ciò che si annuncia come un disastro, ovvero la caduta della dinastia. Perché, per quanti soldi abbia potuto lasciare il venerabile e divinizzato Şükrü Pascià, i soldi prima o poi finiscono.
L'atmosfera è meravigliosamente decadente: il palazzo cade a pezzi, il mobilio è tarlato, l'intonaco si sbriciola, la famiglia accumula debiti enormi, eppure Leman Hanım ignora tutti i segnali di disfacimento perché non vuole e non può affrontare di petto la realtà. Si ritrova circondata da membri della sua famiglia e non: i figli - Muammer, avvocato che non fa l'avvocato e Mürșide, alcolizzata, pazza e schizofrenica, ossessionata dall'origliare gli amplessi altrui - il marito, Davut Bey, altro personaggio sui generis fuori dalla realtà che passa il tempo a fantasticare su progetti assurdi e irrealizzabili, il genero Galip Bey, marito della prima figlia femmina defunta, nonché il figlio di lui, Muammer, con relativa moglie, Ayla; e ancora, anche persone fuori dal nucleo famigliare, Nesime, cugina di Galip Bey; Şükrü, amico di Muammer; Dündar Bey, amico di Davut Bey; Melahat, la serva, da cui tutti vanno a fare una capatina di notte.
Insomma, Leman Hanım deve dare a campare a tutti loro, con quali soldi non si sa. Ma mantenere lo status quo agli occhi dei vicini, dei parenti e della società aristocratica è imperativo, per cui ignora completamente la sua situazione finanziaria precaria, e spende e spande in modo folle.
Un tempo, forse ogni stanza del palazzo era stata un nido d'amore, quasi non si facesse altro che ridere, parlare, giocare, fare l'amore. Va bene, l'intonaco cadeva a pezzi, va bene, l'arredamento si logorava, le casse languivano, la gente moriva o invecchiava, ma cosa ne era stato degli amori, degli affetti? Che fine avevano fatto? E cosa importavano la povertà, la vecchiaia? Quell'amore che tramutava anche una povera casa in un paradiso, per quale sventura aveva voltato le spalle al palazzo? (p. 90)
Cresciuto nella totale ignoranza e fuori dalla realtà, Muammer si dispera: non ha una lira, la moglie Ayla lo tiranneggia, l'amico Şükrü lo offende, Nesime lo seduce, la zia Mürșide è sempre più fuori controllo, il padre Davut Bey cade nella demenza senile. Una situazione disastrosa a cui deve far fronte da solo. Un po' se lo merita, penseranno i lettori: la sua è la parabola dell'uomo borghese contemporaneo che, incosciente e privilegiato, si lamenta di tutto pur non avendone diritto. Inetto, vigliacco e totalmente immobile, comincerà piano piano, attraverso l'analisi della sua condizione, a muovere qualche passo in avanti. Ma per ogni passo in avanti che compie, ne fa dieci indietro.
Ho passato una notte insonne. C'è mancato poco che verso l'alba mi togliessi la vita. Mentre Ayla dormiva ho preso la pistola dalla libreria, l'ho appoggiata alla tempia, poi però ho desistito. Non per codardia, ne sono sicuro. Spararmi avrebbe significato muovere un passo, e invece l'ultima volta avevo scritto su questo diario che non volevo farne nemmeno uno. Con un suicidio avrei disatteso il mio proposito. "Ma a questo punto," mi son detto, "meglio muovere un passo in un'altra direzione, verso la vita." Così ho rinunciato a uccidermi. È chiaro che la pistola mi porterà verso la retta via. Ho fatto bene a comprarla. Mi son fatto una promessa: se deciderò di ritirarmi nel mio guscio, getterò la pistola in un pozzo. Piuttosto che ammazzare me stesso, devo ammazzare qualcun altro. Questo sarebbe un passo più sensato. (p. 256)
Chiaro è che si tratta di un personaggio dall'indole nichilista, ma non per carattere: piuttosto per il privilegio perduto e mai apprezzato. Non lo aiutano neanche i membri della sua famiglia: nonostante i guai che compiono, nulla lo tocca, nulla lo smuove, eppure - sotto sotto - verso la fine, comincia a stufarsi, a odiare tutti, a pensare di ammazzarsi o ammazzare, perché non vede altra soluzione (ad esempio, lavorare?) che rompere il cordone ombelicale.
Il romanzo è veramente incredibile: con uno stile trascinante, decadente, magnetico, ci porta all'interno delle dinamiche di una famiglia sopra le righe, come fossimo lì, insieme a loro. Li amiamo, li odiamo, vorremmo che qualcosa o qualcuno li punisse per la loro cecità. A fare da sfondo, una Istanbul che cambia, che si apre alla modernità e che, per questo, lascia indietro tutti quelli che non si adeguano al nuovo passo.
Vagamente marqueziano come impostazione: c'è un passaggio in cui Davut Bey, preso da propositi assurdi e irrealizzabili - un po' come José Arcadio Buendía - rimane imbambolato sotto un albero. Tutti i fan di Marquez ricorderanno Arcadio legato proprio a un albero per impedirgli di compiere pazzie.
Inoltre, gli intrecci amorosi, le piccole seduzioni, le notti focose mi hanno tanto ricordato Rebeca, Pilar e Amaranta (quest'ultima, soprattutto, trova nella zia Mürșide una degna sorella letteraria).
Un romanzo davvero bellissimo, che mi fa venir voglia di leggere altro del suo autore.
Deborah D'Addetta

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