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Tra inibizioni e desiderio di autoaffermazione: "Le sette case di Anna Freud" di Isabelle Pandazopoulos

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Le sette case di Anna Freud 
di Isabelle Pandazopoulos 
Astoria, 31 marzo 2026

Traduzione di Roberto Boi 

pp. 336 
€ 20,00 (cartaceo) 
€ 9,99 (ebook) 

Isabelle Pandazopoulos ricostruisce in forma romanzata la non semplice biografia di Anna, l’ultima figlia di Sigmund Freud, inserendola in una drammatica cornice narrativa: la donna, in fin di vita, racconta infatti la propria storia all’infermiera che la assiste, mettendo a nudo con onestà i tanti problemi, soprattutto di tipo psicologico, affrontati nel corso della sua esistenza. 

Si parte dalla Londra del 1946, la città nella quale i Freud si erano trasferiti qualche anno prima per sfuggire alle leggi razziali e che soffre ancora i segni della devastazione della guerra appena terminata; si risale agli anni ’20 e ’30 e si ripercorrono gli spostamenti della protagonista nelle sue “sette case” – sette luoghi simbolici tra l’Austria, la Germania e l’Inghilterra, ciascuno legato a un periodo, a un evento o a una persona di rilievo –; si torna quindi al punto di partenza, ma solo per superarlo: infatti Anna, guarita dalla grave malattia che l’aveva colpita, avrebbe vissuto ancora a lungo, fino al 1982. 

La scrittrice si confronta dunque con un ampio contesto storico-culturale e soprattutto con una protagonista complessa, problematica, per certi versi incatenata alla tradizione, per altri assolutamente avveniristica. Ce ne restituisce un ritratto a tutto tondo, quello di una donna coraggiosa, determinata ad affermarsi sia rispetto all’autorevolezza e all'autorità del padre, sia nei confronti di una società poco incline ad accettare l’omosessualità e l’emancipazione femminile; consapevole del fatto che non sarebbe mai stata madre, ma desiderosa di occuparsi di bambini, con una sensibilità che oggi definiremmo ‘inclusiva’. 

La psicoanalisi non doveva rimanere una cosa da salotti, era una scienza che andava messa al servizio del maggior numero di persone possibile. Per i più giovani, le istituzioni potevano porre rimedio alle mancanze dei genitori, offrire attenzioni e terapie specifiche ai ragazzi che erano stati abbandonati. (p. 131)

Neanche a dirlo, l’infanzia e l’adolescenza appaiono come fasi difficilissime, durante le quali Anna appare in costante lotta con sé stessa e con i propri sensi di colpa («Conduceva una lotta senza quartiere contro forze interiori tremendamente potenti», p. 80). Per i suoi familiari, è «la bambina nevrastenica» (p. 90) «l’esasperante» (p. 88), «l’insopportabile» (p. 90), «il diavoletto nero dei Freud» (p. 84) e ancora una giovane donna «fragile, malaticcia, lamentosa» (p. 127). 

La rigida educazione ricevuta, nonché i sentimenti enigmatici nei confronti dei genitori, le impongono di percepire come un peso la sua fantasia galoppante e la compulsione onanistica che l’accompagna; la riempiono di inibizioni, di disturbi psicosomatici, di attacchi d’ansia e senso di vuoto, al punto da costringerla ad affrontare lunghi periodi di analisi con il suo stesso padre: «quel padre che era anche il padre della psicanalisi» (p. 171). 

È proprio questa la figura ingombrante con cui Anna deve confrontarsi lungo tutto l’arco della sua esistenza, riuscendo a emanciparsi, e comunque mai del tutto, dal rapporto che aveva avuto con lui solo molto tempo dopo la sua morte (avvenuta nel 1939, pochi mesi dopo la fuga a Londra): rapporto intenso, difficile, edipico, fatto di sentimenti contrastanti, di fasi alterne di amore morboso e rabbia repressa.

Erano sette anni ormai che lui era morto. E da qualche mese, lei lo sognava tutte le notti. Lui era nelle strade di Vienna, al Prater, a volte nei boschi del Semmering. Le chiedeva di lasciar perdere quel che stava facendo e di camminare con lui, al suo fianco. Felicissima di unirsi a lui, lei si gettava tra le sue braccia, posava la testa sulla sua spalla, ritrovando i loro gesti familiari. Senza di lei sembrava così perso, così solo. Ma una volta passata l’euforia dell’essere di nuovo insieme, lui attaccava una lunga litania di rimproveri. Vaghi, sibillini, insistenti. (p. 306)

Il proposito di emergere autonomamente nel mondo (tra l’altro molto maschile) della psicanalisi, che la porta a prendere le distanze da alcune teorie paterne e a crearne di proprie, precede, una fase in cui il dolore schiacciante per la perdita del genitore le impone invece di farsi sacerdotessa della sua memoria, di diventarne l’unica, legittima erede, custodendo con cura quasi religiosa i suoi scritti, i suoi oggetti, addirittura i suoi pazienti, e di proseguirne il lavoro («presto crebbe in lei l’idea di scrivere un testo che si agganciasse al suo, che partisse proprio dalle questioni che lui aveva lasciato in sospeso», p. 307). 

Assecondando una lettura psicanalitica del personaggio, suggerita anche da un certo numero di sogni inseriti tra le pagine, possiamo interpretare l’attaccamento di Anna al proprio padre come il punto di origine sia dell’esagerata gelosia nei confronti dei fratelli, sia di una patologica distanza rispetto alla madre Martha (giudicata poco amorevole e anaffettiva, perché inconsciamente percepita come rivale latente), sia dell’omosessualità, intuita intorno ai vent’anni e vissuta sempre in modo ambiguo, tra accettazione, inibizione e vergogna.

È comunque grazie al supporto di alcune, amatissime figure femminili, che Anna riesce a vincere paure, aggirare ostacoli e realizzare successi personali di tutto rispetto, superando pregiudizi (in primis quelli dello stesso padre), pettegolezzi, rivalità, antipatie del mondo accademico e non solo. 

Lou Salomé (sì, proprio lei, la femme fatale che aveva stregato Nietzsche), con cui condivide la passione per la poesia di Rilke, le infonde la forza e l’autostima necessarie per inserirsi nella Società degli psicanalisti di Vienna Anna Freud, psicoanalista, è questo che diventerai», p. 54), tenendo testa ad agguerriti scienziati, del tutto scettici di fronte a lei, donna, giovane, ritenuta incompetente, pallida ombra rispetto all'inimitabile e insuperabile dottor Freud. 

Quindi Dorothy Tiffany Burlinghton (l’amore della vita) la aiuta a concretizzare l’antico desiderio di dedicarsi ai bambini, soprattutto a quelli in difficoltà (dopo la guerra, a Londra, addirittura alcuni piccoli sopravvissuti al ghetto di Terezin), dando vita a un innovativo progetto educativo, che unisce pedagogia e psicanalisi («Dal suo punto di vista, una psicoterapeuta infantile aveva anche una funzione educativa», p. 178). Una delle sette case di Anna è infatti un asilo, da lei e Dorothy soprannominato Matchbox – scatola di fiammiferi –: 

Una Matchbox affinché ciascun bambino trovasse in sé la propria piccola scintilla, quella che in ogni altro posto, a scuola o nella società, ci si sforzava invece di controllare, di contenere se non persino di reprimere sotto un mortifero conformismo. (p. 169)

 Elide Stagnetti