«Le persone sono un mistero. Te le prendi così, finché ce n'è. Basta capirle un po'. Essere niente, persino niente. Cosa vuol dire questo? Bisogna sempre vivere nel buio e nel vuoto e cogliere l'illuminazione quando se ne presenta il caso, poi tornare nel buio e nel vuoto, aspettare un'altra illuminazione, e così via. Una dopo l'altra si capisce qualcosa, intanto giù nel buio e nel vuoto, senza forzare le cose che tanto non serve a nulla.» (p. 156)
Che cosa succede quando ci si slaccia dalla propria quotidianità e si scopre che si sta molto meglio così, trasportati dalla corrente? Tutto inizia quando Attilio raggiunge il Maestro del monastero di Zenbalò, vicino a Salsomaggiore, con l'obiettivo di realizzare un documentario su di lui e sulla vita al monastero. Sa che è depresso e che stima i suoi lavori, ma non ha molte altre informazioni sul protagonista del documentario. Questa dovrebbe essere un'occasione lavorativa, tant'è che Attilio ha già idee sulle riprese da fare e si perde nei suoi pensieri («Attilio sembra distratto, in realtà pensa a mettere insieme quella storia della diffidenza con l'idea che ha del maestro», p. 24). Invece qualcosa di imprevisto accade. L'ambiente del monastero zen, la saggezza non priva di ironia e senso pratico del Maestro, i nuovi incontri lì sono tutti elementi che strappano Attilio dal ritmo forsennato milanese abituale.
Attilio si sente sempre più diviso tra lo zazen, che diventa un'abitudine mattutina, e la Milano dove lui è anche padre di un bambino piuttosto problematico, con accessi di rabbia difficili da contenere, che sembrano preoccupare più lui che la madre. La quiete e la rabbia, insomma, due elementi antitetici che possono annientare a vicenda l'effetto dell'altro.
Antitetici un po' come sono Attilio e Sandra, una donna conosciuta al monastero che con una scusa raggiunge a Milano il protagonista. Tra loro si instaura un relazione esplosiva (da qui il "bang" del titolo), perché Sandra è una rivelazione, un'epifania di un'idea di vita alternativa. Desiderosa di essere amata, anche per una storia familiare che si rivela via via (visto che Sandra la protegge con timidezza, proprio lei che riservata non è), è però in grado di sparire da un momento all'altro se percepisce un attaccamento. Salvo poi tornare. Questo andirivieni imprevedibile è l'ennesimo sconquasso nella quotidianità di Attilio. Una quotidianità ben protetta, dove lui difende strenuamente – almeno all'inizio – di non avere proprietà, di vedere il figlio nei giorni stabiliti e di affittare la casa di un amico dove ci stanno poche cose sue.
Sandra è invece l'onda che sommerge e si ritrae, in un movimento meno ripetitivo di qualsiasi marea: sembra raccontarsi a chiunque, e invece porta con sé un'inquietudine che pochi hanno il coraggio di indagare. Eppure lei è la prima donna che, da anni, risveglia in Attilio un desiderio non solo sessuale, ma anche amoroso. E non mancano i momenti di dolcezza, quasi dolorosi nel loro incunearsi nei ricordi:
Va bene, si dice. Starà qui con lei. Si impone di abitare quello spazio senza fare nulla. Sono arrivati a questo punto e il territorio che si apre davanti a loro è sconosciuto per entrambi, privo di mappe. A guidarli fino a lì è stata la stessa forza che ha attratto l'uno nelle braccia dell'altra. Intorno a loro vorticano fantasmi che a dispetto della loro inconsistenza sono più reali del tavolo a cui sono seduti [...]. Non provano neanche a fare l'amore, non si abbracciano, eppure sentono il calore della loro vicinanza irradiarsi per tutto il corpo. (p. 196)
È con Sandra che Attilio assapora la vita più libera (ma non per questo scanzonata): di albergo in albergo, seguendo quasi il corso del Po, i due si conoscono meglio, e non mancano episodi memorabili. Anche i dubbi però non mancano in Attilio, e preciso in Attilio perché è sempre schiacciata su di lui la focalizzazione del racconto. Così percepiamo i suoi timori, l'indolenza davanti alle scadenze lavorative, il lasciarsi andare al fluire delle cose come non aveva mai fatto prima. E ci chiediamo come si concluderà la vicenda, cosa che scopriremo in un'ultima parte più breve, ben studiata e narrativamente efficace.
Al termine del romanzo, viene effettivamente da chiedersi: insomma, cosa ho letto?, perché Zen Bang Love è una storia d'amore e di ricerca di sé fuori dall'ordinario, all'insegna di una scrittura a tratti molto riflessiva, altrove narrativa e talvolta (più spesso di quanto dettano le mode editoriali attuali) descrittiva. Di un descrittivo compiaciuto, come se le parole fossero strumenti per esplorare il reale attorno ai protagonisti.
Al centro della trama, gli incontri, quelli da cui è impossibile tornare indietro, quelli che cambiano non solo la nostra visione del mondo, ma anche il modo di infilare le ore una dopo l'altra. Incontri che liberano e ammaestrano al tempo stesso. Il tutto con una propensione al lasciarsi portare dalla corrente (metaforica, ma anche quella del Po), anche solo per scoprire quale panorama sarà lì ad attenderci.
GMGhioni
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