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"Devo nutrirmi al bello e al sublime se voglio diventare forte". "Olivia" di Dorothy Strachey, nel toccante omaggio a Rupert Brooke

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La sera del 23 aprile, la Società Letteraria di Verona ha ospitato l’incontro semestrale della Italian Rupert Brooke Society, che è tornato ad esplorare i rapporti del poeta britannico con il gruppo di Bloomsbury. Se Paola Tonussi e Pierluigi Piscopo hanno presentato due dei cosiddetti “Golden Boys”, in particolare Duncan Grant, amico di Rupert, e Julian Bell, figlio di Vanessa e nipote amatissimo di Virginia Woolf, lo scrittore Silvio Raffo ha privilegiato un approccio più letterario, guidandoci alla riscoperta di un piccolo gioiello nascosto della letteratura inglese, Olivia, di Dorothy Strachey Bussy (1865-1960).

Nel prendere la parola, Raffo sottolinea come lui ami concentrarsi sulle figure marginali e meno esposte del gruppo di Bloomsbury. Dorothy, in particolare, era la sorella maggiore del ben più famoso Lytton e, se per questo, di molti altri, facendo parte di una famiglia molto numerosa; era una grande amante della Francia, dove studierà in giovinezza e si trasferirà con il marito, il pittore Simon Bussy; viene ricordata soprattutto come traduttrice di André Gide ed è proprio in una delle sue lettere al filosofo francese che si trova il primo cenno a Olivia.

Dorothy confida infatti al maestro di aver scritto un romanzo, ma per la natura del testo e per la sua stessa natura schiva è riluttante a pubblicarlo col suo nome. Olivia (forse inizialmente scritto in francese) viene inviato a Gide quando Dorothy ha già settant’anni e lui non lo apprezza. Sarà la Hogarth Press di Leonard Woolf a pubblicarlo, ma l’autrice continuerà a restare nell’ombra. Anche la prima edizione italiana, per Einaudi, è pubblicata come “Olivia di Olivia e per decenni il volume è circolato senza la corretta attribuzione. 

Non si tratta però di una reticenza di tipo morale, chiarisce Raffo. Dorothy non desiderava farsi associare a una storia di matrice chiaramente autobiografica, per una sorta di pudore personale. Si trattava della storia di un’intimità molto delicata, ispirata alla sua infatuazione per una sua istitutrice francese, M.lle Souvestre. «Il romanzo è di una finezza straordinaria», postilla Raffo, a partire dall’esergo di Jean de la Bruyère: «si ama davvero solo una volta, la prima, gli amori successivi sono meno involontari». 

Basta questo. Tornata a casa, già lo so, correrò a cercare il volume, a leggere le prime righe dell’Introduzione, che risuonano della voce ferma di una donna che viene da un’altra epoca, ma che non starebbe male nella nostra. 

Ho occupato questo inverno ozioso e vuoto scrivendo una storia. L'ho scritta per il mio piacere, senza darmi pensiero della mia vanità o della mia modestia, senza preoccuparmi dei sentimenti altrui, senza chiedermi se avrei urtato o ferito i vivi, senza farmi scrupolo di parlare dei morti.
Il mondo sta cambiando, lo so. Non sono indifferente alla rivoluzione che ci ha presi nelle sue pieghe possenti, all'enormità dell'onda che minaccia di sommergerci. Ma che cosa potrei fare? Nel turbine dell'uragano che preme da ogni parte, ho trovato rifugio per un momento su questa piccola zattera, costruita con i relitti della memoria. Ho cercato di guidarla nel porto tranquillo dell'arte, nella quale ancora credo. Ho cercato di evitare gli scogli e i banchi di sabbia che ne guardano l'accesso. (p. 9)
 

Al momento, però, sono ancora alla Società Letteraria, e ascolto rapita il trasporto con cui Raffo ci guida attraverso i meandri del testo. Proprio di una passione, di una cultura che contagia, parla del resto anche il romanzo di Dorothy Strachey. «È stata una educazione a far nascere questo amore», spiega. «La giovane Olivia esce dal suo guscio rigido, di formazione vittoriana, una gabbia coercitiva, che reprime i sentimenti, pur essendo a Bloomsbury. La cronaca è limpidissima, estremamente tenera. La ragazza ha bisogno di allargare la sua visione, e quando incontra una donna geniale e bella, accoppiamento raro, essendo totalmente ignara delle sue pulsioni, si innamora subito, nel momento in cui fa esperienza della bellezza». 

Come avrei potuto capire, infatti, che cosa mi stava accadendo? Non c'erano indicazioni di sorta. A dire il vero i poeti (già allora, infatti, frequentavo i poeti) parlavano talvolta in un modo che sembrava illuminare stranamente la situazione. Ma doveva trattarsi, così pensavo, di un'illusione o di un caso. Che mai poteva esserci di comune tra gli amori di questi adulti, uomini e donne, e una ragazzina come me? (p. 12) 

«Nel romanzo», prosegue Raffo, «si incontrano i sogni dell’adolescenza e la mediazione della cultura. L’amore passionale si associa a quello per la letteratura. Quando tu incontri un vero maestro, un essere illuminato, questo ti apre gli orizzonti e ti sconvolge; ti pone dinnanzi un mondo meraviglioso, che ignoravi ti potesse accogliere, e invece ti accoglie con indulgenza». I riferimenti letterari sono tutti francesi (Dorothy ammetterà di sentirsi un po’ in colpa per questo…). Si tratta di «un libro squisitamente femminile, non esiste un uomo, è come trovarsi nel tiaso di Saffo. A Rupert, che era un ragazzo luminoso e anticonformista, queste ambientazioni sarebbero piaciute molto».

Quello che muove Olivia verso Mademoiselle Julie non è solo lo charme, il fatto che sia una donna estremamente attraente. A essere descritto nel romanzo non è un desiderio erotico, è qualcosa che ti mostra che puoi arrivare a delle vette superiori, grazie alla mediazione del soggetto amato. L’innamoramento assume una forma confusa, non definibile. Quella che si narra è la storia di un’iniziazione, in cui si parla dell’educazione dell’anima dello studente (a tal proposito, Tonussi richiamerà anche The professor di Charlotte Brontë).

Olivia è stato definito un “romanzo di analisi”, per il modo in cui descrive interiorità e sentimenti. In un passo, per distaccarsi da ciò che sente, la ragazza si proietta in un futuro indistinto accanto a un marito. «Attraverso la signorina, imponendosi il cambiamento di genere come riteneva di dover fare, lei immagina un uomo, ma poi torna a M.lle Julie, perché da lì è scaturito il desiderio, articolato intorno a una mancanza cui non si sa dare un nome (è il sehnsucht romantico, il male del desiderio stesso)». Questa scintilla innescata anticipa la passione per la letteratura, c’è un passaggio di testimone verso il bello, che diventa il destinatario dell’amore. L’amore per il bello del maestro si trasferisce al discepolo. «Devo nutrirmi al bello e al sublime se voglio diventare forte», scriverà Dorothy, con la voce di Olivia.

Dorothy Strachey vivrà a lungo, si sposerà con il pittore Simon Bussy, di umili origini, creando scandalo all’interno della sua stessa famiglia, e non confiderà mai il suo segreto fino a Gide. Non se la sente di pubblicare prima il suo libro perché, nonostante l’apparente apertura dei bloomsburiani, in casa sua questo spirito non era poi così forte. Lei si vergognava, temeva il giudizio dei fratelli, anche se Olivia non è una storia di omosessualità, ma di apertura all’amore.

Per questo, l’incontro si chiude con la lettura di una poesia di Rupert Brooke, “Colui che molto ha amato”, che celebra un uomo, un poeta, pur in una vita breve, «dell’amore ha saggiato tutto, nella maniera a lui più consona, quella dell’amore indifferenziato, ma che dell’amore coglie l’essenza».  

[…] Queste cose ho amato:
piatti e tazze bianchi, splendenti di pulito,
cerchiati di blu; e polvere piumata, fatata;
tetti bagnati alla luce dei lampioni; la crosta forte
del pane amico; e il cibo saporoso;
gli arcobaleni; e il fumo azzurro-amaro del legno;
gocce di pioggia lucide adagiate tra fiori freschi;
e i fiori, che oscillano in ore di sole,
mentre sognano falene che li suggono alla luna;
poi la fresca gentilezza delle lenzuola, che subito

leviga ogni pensiero; e il maschio rude bacio
delle coperte; il legno nodoso; capelli
lucidi e liberi, massicce nuvole blu; l’insensibile
violenta bellezza di una macchina possente;
la benedizione dell’acqua bollente; pellicce da toccare;
l’odore buono di vecchi abiti; e altro ancora –
l’odore confortante di dita amiche,
il profumo dei capelli, e l’odore stantio che indugia
sulle foglie morte e le felci dell’anno prima.

(versi scelti tratti da Rupert Brooke, Poesie, trad. Paola Tonussi, Interno Poesia, 2025)

 

Carolina Pernigo


Citazioni tratte da: 

Dorothy Strachey, Olivia, Baldini&Castoldi, 2001;
Rupert Brooke, Poesie, trad. Paola Tonussi, Interno Poesia, 2025