Riti privati
di Julia Armfield
Mercurio Books, aprile 2026
Traduzione di Ilaria Oddenino
pp. 300
€ 20 (cartaceo)
€ 13,99 (ebook)
Cos'è successo, allora? Due madri e un padre. Tre sorelle e una casa. Una casa che, una volta invasa, non ha più potuto essere chiusa, è stata lasciata esposta agli elementi, a chiunque desiderasse entrare. (p. 277)
Sono passati tanti anni - è così da un decennio, è stato quasi così per il decennio precedente. La gente prende integratori, per la vitamina D, per l'energia, e dice che sente l'umidità fin dentro le ossa. Piove senza tregua, e il fatto stesso della pioggia, della sua imponente fattualità, corre in parallelo con una quotidianità fatta di lavoro e sonno e biglietti della lotteria, di challenge di yoga, di frutta da comprare e tasse da pagare, di pavimenti da lavare e dello sballo del fine settimana, e di libri, e di dubbi su cosa fare agli appuntamenti. Quando abbiamo così tante cose capaci di assorbire la nostra attenzione, vivere è sfinente, lo è sempre stato - sfinente perché è come se ci fosse troppo mondo, anche nelle sue fasi finali. E sfinente essere profondamente indaffarati e profondamente annoiati, e non avere più tempo per nessuna delle due cose. (p. 30)
Julia Armfield, autrice divenuta celebre per il suo libro d'esordio Le nostre mogli negli abissi (Bompiani, 2024), torna in libreria per Mercurio Books con un secondo romanzo che, in parte, riprende alcune delle tematiche trattate nell'esordio - i rapporti queer, i legami familiari, la centralità dell'elemento "acqua" - portandole agli estremi, ai limiti.
In Riti privati l'autrice ci racconta di un mondo distopico in cui la pioggia non smette mai di cadere: le persone sembrano impazzire, le case affondano nel fango, non esistono più le vecchie abitudini - ad esempio, un picnic al sole, una vacanza, una semplicissima passeggiata - la muffa e l'umidità sono ovunque, i black-out molto frequenti, insomma il classico scenario da mondo in rovina. In questo ambiente urbano molle e viscido (l'autrice, molto intelligentemente, spingerà anche sul lessico e la scelta delle parole per arricchire la sensazione di bagnato e appiccicoso) si muovono tre sorelle, o meglio, due sorelle e una sorellastra, Isla, Irene e Agnes.
Figlie di una sorta di archi-star, l'architetto Carmichael, si ritrovano riunite a causa di evento tragico: proprio la morte del padre. Non hanno quel che si dice un rapporto affettuoso: opposte, oppure troppo simili, sono state separate dall'ingombrante presenza di un padre tossico, anaffettivo ed egoista, e la consapevolezza di avere due madri diverse, Isla e Irene figlie di Allegra, morta da anni anch'ella in modo tragico, e Agnes figlia di Marie, una figura misteriosa, sfuggente, che non si sa se sia viva o meno. Isla è la maggiore: razionale, maniaca del controllo, ma in fondo cade a pezzi per l'ansia; Irene, la rabbiosa, quella sempre con una risposta velenosa a portata di bocca; e Agnes, la più piccola, una ragazza di ventiquattro anni che non capisce bene quale sia il suo posto in quel mondo malato.
Irene aveva pensato a loro tre. Il padre, esperto a valorizzare una e poi un'altra, che si riferiva a Irene come Irenaccia e faceva ridere le sorelle imitandone la voce e le espressioni. Il padre, che dava la paghetta solo a Irene e le intimava di non dirlo a Isla. Il padre, che aveva confiscato tutti i libri di Irene perché aveva usato il suo computer e li aveva dati alle altre. Il padre, che obbligava una Agnes di quattro anni a stare in corridoio quando urlava, non permettendo a nessuno di avvicinarsi mentre lei strepitava fino a perdere i sensi e finiva col farsi la pipì addosso. A che punto, voleva dire, smettiamo di essere il prodotto diretto dei nostri genitori? A che punto comincia a essere nostra la colpa? (p. 149)
Le nostre tre sorelle si ritrovano per il funerale del padre: tutto quello che può andare storto va storto. Nel frattempo la narrazione, che procede per piccoli capitoli che danno voce al punto di vista di ognuna di loro, racconta anche ciò che immagino sia la voce della città in cui vivono: è un intrico di cemento, ferro e vetro in disfacimento, mangiato dall'acqua, che si è dovuto reinventare per la sua sopravvivenza.
Tutte e tre sono donne lesbiche che hanno relazioni più o meno stabili: Isla sta divorziando da Morven, Irene è insieme a Jude da otto anni, Agnes comincia a frequentare Stephanie. Sia nel rapporto con le proprie partner, sia nel rapporto con le sorelle, tutte e tre non sanno che pesci prendere: lo stato liquido delle cose sembra infettare anche i loro sentimenti, troppo mutevoli, inafferrabili, instabili.
Il fulcro della storia, tuttavia, si concentra sugli intrecci tra le tre protagoniste: si amano, si odiano, smettono di parlarsi, si picchiano persino, e tutto questo a causa dell'impossibilità di esprimere ciò che provano, un po' per via della dura educazione che il padre ha impartito loro (e dico "dura" per non dire "dannosa"), un po' perché in un mondo che va alla deriva, letteralmente, trovare il coraggio e la forza di andare oltre l'orgoglio, la rabbia e lo sconforto non è facile.
Così Isla, Irene e Agnes recepiscono il testamento del padre nel peggiore dei modi, un evento che causerà una rottura, soprattutto tra Isla e Agnes. In sottofondo, come sotto traccia, quest'ultima - molto più delle altre due - comincia a percepire delle presenze: una donna che la fissa in discoteca, un uomo dietro i vetri del bar che attende, un'altra donna al funerale del padre che insiste a toccare i suoi capelli. Presenze, quasi sempre femminili, che anticipano qualcosa. Chi sono queste persone? La madre di Agnes, Marie? Degli stalker? Degli sconosciuti male intenzionati? O è tutta una sua paranoia, amplificata dalla follia generale e dalla frustrazione dei confronti delle sorelle?
Il clima, già estremo, più la narrazione va avanti più peggiora, come se si adeguasse all'umore delle sorelle e alla frequenza delle apparizioni.
La pioggia appare più intensa, perché lo è. Giorni difficili, senza tregua, fatti di scrosci che si trasformano in grandine e poi tornano pioggia. E di fulmini, più frequenti del solito. Le famiglie abbandonano stanze consegnate all'umidità, e al risveglio trovano finestre che imbarcano acqua e cucine allagate. La gente si getta in acque sempre più profonde, la gente scompare. E c'è di più. L'acqua trascina cose bizzarre nei quartieri centrali; un uomo chiama una stazione radio per segnalare quello che sostiene essere il corpo di una foca scagliato contro la sua porta. La gente infila le mani nelle grondaie per liberarle da resti di cannolicchi o strani crostacei. Le beccacce di mare restano appollaiate sui fili per il bucato tesi fuori dalle finestre più alte, le teste chine l'una verso l'altra, come se si stessero scambiando appunti. L'acqua che invade tutto, che confonde ogni cosa. I confini tra il mare e ciò che resta delle città sono sempre meno distinti, linee un tempo tracciate con un inchiostro lavabile ormai sbavato. (p. 211)
E poiché si tratta di un libro Mercurio, è chiaro che l'elemento disturbante, liminale, compare a un certo punto, sul finale, come una stilettata improvvisa che lascia il lettore stordito. Poteva sembrare un testo diverso, quasi esente da materie weird o "fantastiche", eppure è proprio il finale che ricalibra tutto il testo, giustificando gli indizi e mettendo a posto i tasselli sparsi nel testo.
Mi è piaciuto molto il modo in cui Armfield ha adeguato i comportamenti delle tre protagoniste al clima, al mondo in rovina: sembrano andare di pari passo, come fossero legati da un filo invisibile. Laddove il rapporto peggiora, il clima peggiora; quando Agnes incontra per la seconda volta Stephanie, esce fuori un raggio di sole, evento ormai rarissimo. E anche il finale, ambientato nella casa che il padre delle tre ha lasciato in eredità - una casa che sembra un essere vivo, senziente - si adegua al tono, mescolando il disastro ambientale al picco di tensione narrativa.
Un romanzo che piacerà molto a chi ama le atmosfere distopiche, ma soprattutto quelle penne che indagano i rapporti familiari, legate all'affidabilità dei ricordi e della memoria, tagliandole col bisturi: andando e fondo e dolorosamente. Un altro testo edito Mercurio Books andato a segno.
Deborah D'Addetta

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