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Cosa significa casa quando non si hanno radici? Un romanzo di migrazione verso se stessi e il proprio posto nel mondo: "Acqua sporca” di Nadeesha Uyangoda

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Acqua sporca
di Nadeesha Uyangoda
Einaudi, settembre 2025

pp. 288
€ 11,99 (ebook)
€ 18,50 (cartaceo)

Fin dalle prime pagine di questo meraviglioso romanzo corale si ha una fortissima sensazione di spaesamento. La stessa che provano le protagoniste di questa storia. Ci si ritrova infatti catapultati nelle vite e nei difficili legami di quattro donne della stessa famiglia. L'evento che fa vacillare i già delicati rapporti familiari è il desiderio di Neela, una delle sorelle, di tornare in Sri Lanka, la sua terra d'origine. Questa decisione pare incomprensibile per la figlia Ayesha, perché la madre ha vissuto per trent'anni in Italia, dove si è creata una sua esistenza. Anche per le due sorelle di Neela, Himali e Pavitra, rimaste invece nel paese natio, il ritorno della donna pare non avere senso in quanto lì, ci sono solo i fantasmi del loro passato. Il loro rapporto è in crisi principalmente per i loro problemi di comunicazione. L'autrice riesce a raccontare con grande maestria i silenzi che dividono e caratterizzano queste donne, separate da un lato dai confini geografici, dall'altro dalla distanza affettiva che si è creata nel tempo tra chi è restato e chi è partito. Spesso infatti la partenza da un luogo genera una doppia idealizzazione: si tende a caricare la destinazione di troppe speranze e si rischia invece di attribuire a quello di partenza troppi ricordi nostalgici. La realtà però, non è mai quella che ci si aspetta. E questo è un po' uno dei temi portanti di tutto il romanzo di Uyangoda, che con intensità e trasporto ci fa vivere il disagio dell'immigrazione, della non appartenenza.

[...] ma non mi rimase addosso quanto quel senso di vergogna per essere gente incapace di interagire con il resto del mondo, di comprendere anche solo le più basiche regole sociali: non ci mancava solo la lingua o il denaro, ci mancava la naturale sicurezza con cui gli altri occupavano uno spazio, con cui si dicevano provenire da questo o quel luogo, con cui partivano sapendo esattamente dove tornare. (p. 33)

Ciò che cattura immediatamente l'occhio del lettore è il titolo acqua sporca, che pare un ossimoro: l'acqua, sintomo della purezza e della trasparenza, viene accostata alla parola sporca, un termine che non nasconde invece il suo connotato negativo. Ma cos'è l'acqua sporca a cui l'autrice fa riferimento? Il sangue generazionale, che si sradica e non trova più terra e identità. In tutto il romanzo viene infatti trattato il tema dei legami, sanguinei e non, perché la famiglia non è solo biologica, e lo vedremo in modo particolare col personaggio di Neela, che inizialmente è la badante di Mariuccia in casa di Gino e Rossana, ma viene considerata una di famiglia, in un modo involontario di etichettare senza sminuire ma che di fatto lo fa eccome, anche se l'intento vorrebbe essere lusinghiero. Le generazioni sradicate hanno dunque un sangue contaminato da più culture, da più usanze e perfino la loro stessa lingua è ibrida perché anch'essa, come loro, non ha una casa di appartenenza. 

L'intensità lirica che caratterizza l'intera opera non può che far riflettere il lettore facendo emergere tematiche delicate trattate con estrema sensibilità, ma non senza un'ampia nota critica. La vita si fa quindi acqua che lava il male del mondo cercando di non lasciare residui, eppure inevitabilmente si sporca. L'acqua è anche ciò che circonda lo Sri Lanka, e l'isola stessa si fa personaggio, circondata da distese, che la rendono un luogo a sé e lontano, come sospeso in un'altra dimensione. L'acqua è anche la pioggia che riduce le sorelle alla povertà, perché quando queste sono bambine, la pioggia dei monsoni spazza via tutto, lasciandole sole e abbandonate, senza più nulla. La solitudine è un'altra tematica ampiamente trattata, soprattutto per Neela, che nell'arrivare in Italia viene abbandonata dal marito e si ritrova completamente sola in un mondo che non le appartiene e di cui non conosce lingua, usanze e comportamenti. Ecco che l'iniziale sensazione di spaesamento trova spazio per diramarsi in tutto il romanzo, come un collante che tenga unite le anime di queste donne, che sulla loro pelle hanno vissuto molto più di quello che raccontano, accantonando sogni e ambizioni, solamente per sopravvivere e dare alle nuove generazioni un futuro migliore. Ma è davvero così? Ho trovato questo passaggio davvero significativo.

Dei figli degli immigrati si dice che studino per compensare il senso di inadeguatezza dei genitori, ma io non ho studiato per mia madre, ho studiato al posto di mia madre. Come se avessi vissuto al posto suo: la sua vita, la mia, che differenza poteva fare. (pp. 29-30)

Nelle parole di Ayesha sono racchiuse tutte le aspettative dei genitori che migrano altrove, affidando i loro figli a zie e a nonne, nella speranza che un giorno tutti quei sacrifici, quel dolore e quel senso di abbandono sia giusto e giustificato. I vari livelli di lettura che offre l'opera sono magnifici perché ci costringono a guardarci allo specchio e ad affrontare la realtà in tutta la sua cruda e brutale essenza. Ogni giorno le vite degli altri si intrecciano alle nostre, sfiorandoci, ma senza che ci tocchino davvero. Questo libro ha la capacità paradossale di affondare le sue radici nella nostra anima, trovando un preciso spazio accanto al cuore. Non in maniera sentimentale, ma in maniera lucida, critica e densa. La sua candidatura al Premio Strega è più che meritata, e l'autrice, per me, ha già vinto la sfida letteraria più grande di tutte: rimanere per sempre nella mente e nel cuore dei lettori. 

Un ringraziamento sincero, da un'ammiratrice che ben conosce il significato di acqua sporca.

Carlotta Lini