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"Lunario di braccia rubate": il tempo non come entità da subire ma guida da ascoltare

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Lunario di Braccia Rubate. Sentieri, semine, meditazioni e lune
a cura di Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Bellisario
Nottetempo, settembre 2025

pp. 200
€ 17,90 (cartaceo)
€ 12,49 (ebook)

Non è un semplice calendario illustrato. È piuttosto un ibrido: taccuino stagionale, breviario meditativo, guida per semine e raccolti, raccolta di letture e suggestioni. Ogni mese lunare diventa una soglia simbolica: il novilunio è tempo di intenzioni, la luna crescente di cura, la piena di esposizione, la calante di bilanci e sottrazioni. La struttura ciclica non è solo organizzativa, ma ideologica: il libro invita a pensare il tempo non come linea ma come ritorno. O come qualcosa senza né capo né coda.
Ed è qui che si gioca la sua ambivalenza. Da un lato, l’operazione ha una forza culturale evidente: riabilitare la ciclicità come categoria esistenziale, sottrarre il tempo alla sola dimensione economica, restituire dignità al gesto agricolo e alla pratica meditativa. Dall’altro, il rischio è quello di un certo estetismo della natura, dove la complessità ecologica e sociale contemporanea resta sullo sfondo, appena accennata.

Il Lunario di Braccia Rubate funziona meglio quando accetta la propria natura di oggetto liminale: non manuale tecnico, non trattato spirituale, ma strumento quotidiano di attenzione. La sua efficacia non sta nell’esaustività, bensì nella ritualità che propone. È un libro che chiede di essere usato, non solo letto; di essere sfogliato mese dopo mese, magari con le mani sporche di terra o con una tazza di tisana accanto.

C’è un gesto controcorrente, quasi politico, nell’uscita del Lunario di Braccia Rubate: rimettere la luna al centro del tempo quotidiano in un’epoca che misura tutto in notifiche e scadenze. Il volume, curato da Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Bellisario, si presenta come un lunario tradizionale – con tanto di poster allegato per seguire le fasi del 2026 – ma ambisce a essere qualcosa di più: un dispositivo culturale per disinnescare la tirannia dell’urgenza.

Il cuore del progetto sta in questa scelta di campo. La luna è descritta come presenza discreta ma regolatrice, come misura “altra” rispetto al calendario civile. In filigrana, si avverte una critica implicita alla modernità produttivistica: l’idea che la natura non sia uno sfondo decorativo ma un interlocutore, e che l’orto – con le sue semine cadenzate – possa diventare una pedagogia dell’attesa. Non a caso, accanto alle meditazioni trovano spazio consigli agricoli, ricette stagionali, piccole pratiche domestiche. Il sapere manuale e quello interiore vengono accostati senza gerarchie.

Dal punto di vista stilistico, il tono è volutamente evocativo. Le pagine alternano indicazioni pratiche a prose brevi, talvolta liriche, che cercano una lingua semplice ma non banalizzante. È un registro che potrà sedurre chi è in cerca di un lessico della lentezza; meno convincente per chi desidera un impianto più saggistico o una maggiore profondità storica. Il lunario non problematizza davvero la tradizione cui si richiama: la assume come patrimonio da riattivare, più che da interrogare criticamente.

In definitiva, più che offrire risposte, il lunario suggerisce un ritmo. In un panorama editoriale spesso dominato dall’immediatezza, è già una presa di posizione. Non cambierà il corso delle stagioni – né pretende di farlo – ma può modificare, almeno in parte, il modo in cui le attraversiamo.


Giovanna Scalzo